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Santuario di Giove Dolicheno

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Templi dedicati a Giove

Il santuario di Giove Dolicheno (in latino Dolocenum) era un tempio di Roma, situato sul colle Aventino. Risaliva al tempo di Antonino Pio e i mattoni bollati testimoniano una data di costruzione posteriore al 138, mentre un'iscrizione è datata 150. Nella seconda metà del II secolo venne dotato di copertura (inizialmente era all'aperto), come segnalano i bolli delle tegole. Fu restaurato più volte, soprattutto nel III secolo, quando il culto di Giove Dolicheno, divinità originaria dell'Asia Minore protettrice dei soldati, raggiunse il suo apogeo. Il tempio era segnalato sui Cataloghi Regionari e grazie a vari ritrovamenti è stato collocato nell'area vicino alle chiese di Sant'Alessio e di Santa Sabina. Venne rinvenuto nel 1935 in occasione dell'apertura di via San Domenico, scavando lungo il lato settentrionale e parte dei lati brevi, dove è stato rinvenuto un cortile e tracce di una fase più antica, probabilmente augustea. La pianta totale del complesso misurava 22,60 x 12 metri. Era presente una sala più vasta, preceduta da atrio e seguita da un terzo vano quasi quadrato. L'ambiente centrale era il più importante e qui vennero rinvenuti i resti di un altare e una grande iscrizione a Giove Dolicheno da parte di tali Annius Iulianus e Annius Victor. Nell'edificio vennero scoperte numerose statue, rilievi e iscrizioni, che evidenziavano un culto sincretico, che tendeva a aggregare le divinità più varie, in particolar modo quelle di edifici sacri vicini sull'Aventino: Diana, Iside, Serapide, Mitra, i Dioscuri, il Sole e la Luna. Questi oggetti oggi sono esposti nei Musei Capitolini.

Estratto dall'articolo di Wikipedia Santuario di Giove Dolicheno (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori).

Santuario di Giove Dolicheno
Piazza di Sant'Alessio, Roma Municipio Roma I

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Scuola Elementare Gian Giacomo Badini

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00153 Roma, Municipio Roma I
Lazio, Italia
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Luoghi vicini

Porta Lavernalis
Porta Lavernalis

La posizione della Porta Lavernalis, nell'angolo sud-occidentale della cinta delle mura serviane, non è esattamente definita, mancando qualsiasi reperto archeologico che possa fornire qualche indizio in merito. Sembra si aprisse sulla scalae Cassi (dove però alcuni studiosi pongono la porta Trigemina) che dalle sponde del Tevere saliva sull'Aventino fino alla chiesa di S. Sabina seguendo il percorso dell'attuale vicolo di S. Sabina. Appare però più verosimile che la porta si trovasse nella piccola valle a sud dell'Aventino, sul fianco orientale del bastione del Sangallo, in corrispondenza proprio dell'attuale via di Porta Lavernale. Questa dislocazione potrebbe trovare una conferma negli studi e rilievi effettuati da Antonio da Sangallo il Giovane quando costruì, per conto di papa Paolo III Farnese, il bastione ancora oggi visibile nei pressi di via Marmorata. Si trovava comunque in una posizione intermedia tra la porta Raudusculana e la sponda del Tevere. Secondo Varrone, ripreso da Festo, il nome della porta deriverebbe dalla sua vicinanza con un altare o un tempietto dedicato alla dea Laverna, protettrice dei ladri. La mitologia narra infatti che in quella zona esistesse un fitto boschetto (dedicato anch'esso alla dea) che serviva da ricovero e nascondiglio per i ladri e la loro refurtiva. Da rilevare che poco più oltre, lungo il Tevere, c'era la porta Trigemina, anche nota come porta Minucia, e Minucio era uno dei nomi con cui era anche chiamato Ercole, scopritore di ladri e briganti che, proprio lì nei pressi, aveva innalzato un'ara per ringraziare gli dei di avergli fatto ritrovare i suoi buoi, rubati dal ladrone Caco che aveva la sua tana dalle parti della Lavernalis. Poiché però le porte romane prendevano perlopiù il nome dalla via extra-urbana a cui davano inizio e questa a sua volta dalla località finale o principale a cui la medesima via portava e indirizzandosi quella in questione verso sud-ovest, è anche pensabile che la Porta Lavernalis abbia acquisito questa denominazione perché portava a Lavernium, antica località sita nel territorio di Formia e in cui aveva un podere P. Scipione Africano, come racconta Cicerone. Dalla porta usciva forse l'antico tratto iniziale della via Laurentina.