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Strudà

Frazioni di VernolePagine con mappe
Piazza di Strudà
Piazza di Strudà

Strudà è una frazione di 1.659 abitanti del comune Vernole in Provincia di Lecce. Strudà è una delle cinque frazioni appartenenti al territorio comunale di Vernole. È situata a nord del comune capoluogo da cui dista 4,5 km. L'abitato sorge a 42 m s.l.m. Dal punto di vista meteorologico Strudà rientra nel territorio del Salento orientale che presenta un clima mediterraneo, con inverni miti ed estati caldo umide. In base alle medie di riferimento, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta attorno ai +9 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, si aggira sui +24,7 °C. Le precipitazioni, frequenti in autunno ed in inverno, si attestano attorno ai 626 mm di pioggia/anno. La primavera e l'estate sono caratterizzate da lunghi periodi di siccità.Facendo riferimento alla ventosità, i comuni del Salento orientale sono influenzati fortemente dal vento attraverso correnti fredde di origine balcanica, oppure calde di origine africana. Il territorio fu abitato fin dall'età del bronzo. Le origini dell'abitato sono di epoca romana. Il toponimo, infatti, deriverebbe dal termine latino struthea, una specie di mela cotogna selvatica che, nelle campagne a ridosso del centro abitato, cresce spontaneamente.Tancredi d'Altavilla inglobò il feudo di Strudà (Casale Strute) alla Contea di Lecce. Seguì le sorti del Principato di Taranto, sotto la signoria degli Orsini Del Balzo e nel 1591 fu venduto ai Pagano. Nel 1607 passò alla famiglia Saluzzo; nel 1627 fu acquistato dai Salamy che l'anno dopo lo cedettero agli Esperti. A questa famiglia si deve la ristrutturazione del palazzo ducale. Con il matrimonio fra Margherita Vittoria Esperti e Andrea Saraceno di Montemesola, il quale si distacco dalla famiglia dei Saraceni e ne fondó una nuova insieme a Margherita Vittoria Esperti con il nome si Saraceno-Esperti. Il palazzo e feudo furono trasmessi a questa famiglia fino alla applicazione delle leggi eversive della feudalità. Nel 1866, con l'unificazione dell'Italia e la fine del dominio borbonico, l'universitas di Strudà fu aggregata al Comune di Vernole insieme alle universitates di Acaja, Acquarica di Lecce, Pisignano e Vanze. La storia del palazzo marchesale di Strudà è molto antica e affascinante. Si narra che il primo nucleo del palazzo fu costruito nel XV secolo dai baroni Esperti, che avevano ricevuto il feudo di Strudà dal re Ferdinando I d'Aragona. I baroni Esperti erano noti per essere grandi mecenati e protettori delle arti, e fecero del palazzo un centro di cultura e di splendore. Nel XVI secolo, il palazzo fu ampliato e abbellito con elementi rinascimentali, come il portale bugnato, le finestre a bifora e il cortile interno con il pozzo. Nel XVIII secolo, il palazzo passò per via ereditaria alla famiglia Saraceno, che era originaria di Napoli e che aveva acquisito il titolo di marchesi di Strudà. I Saraceno apportarono al palazzo ulteriori modifiche e aggiunte, come la balconata barocca. Il convento di Strudà fu fondato nel 1498 dai Francescani Scalzi, un ramo dell'ordine francescano che si distingueva per la sua rigorosa osservanza della povertà e della semplicità. I frati si dedicavano alla predicazione, all'assistenza ai poveri e alla cura degli infermi. Il convento era situato in una zona rurale, circondato da ulivi e vigneti. Il convento era composto da una chiesa dedicata alla Vergine Immacolata, un chiostro con un pozzo al centro, una biblioteca che conservava preziosi manoscritti e una foresteria che accoglieva i pellegrini e i visitatori. Il convento di Strudà visse un periodo di splendore fino alla metà del XVII secolo, quando fu colpito da una serie di calamità. Nel 1650, il convento fu soppresso dal papa Innocenzo X. I frati furono costretti a trasferirsi in altri conventi più grandi e meglio attrezzati. Il convento di Strudà fu abbandonato al suo destino e iniziò a decadere. Nel corso dei secoli, il convento subì i danni del tempo, delle intemperie e dei saccheggi. Oggi del convento rimangono solo alcuni resti, che testimoniano la sua antica bellezza e importanza. Il convento di Strudà è un patrimonio storico e artistico da salvaguardare e valorizzare. Il Pozzo di Strudà è un antico pozzo che si trova nella piazza principale. Il pozzo è una fedele replica della cinquecentesca fonte monumentale in pietra leccese andata distrutta nel 1958. Su di esso si erge l'originaria statua della Madonna della Neve, elemento scultoreo scampato alla demolizione. Il pozzo è stato ricostruito nel 2009¹. Il pozzo è a pianta quadrata e presenta quattro colonne che sorreggono una cupola. Al centro del pozzo c'è una vasca circolare con un'apertura. Il pozzo è decorato con motivi floreali e geometrici, tipici dell'arte barocca leccese. Il pozzo è dedicato alla Madonna della Neve, la patrona di Strudà. La statua della Madonna, in pietra leccese, raffigura la Vergine con il Bambino in braccio. La devozione alla Madonna della Neve risale al 5 agosto 1498, quando si narra che nevicò a Strudà, un fenomeno straordinario per il clima salentino. La gente interpretò la neve come un segno della presenza della Madonna e costruì una chiesa in suo onore. La chiesa, che si trova a poca distanza dal pozzo, è la chiesa madre del paese e conserva al suo interno un altare dedicato alla Madonna della Neve². Il pozzo era un punto di ritrovo per gli abitanti di Strudà, che vi attingevano l'acqua per le loro necessità quotidiane. Il pozzo era anche un luogo di preghiera e di devozione, dove si recitavano il rosario e le litanie alla Madonna. Il pozzo era anche testimone di momenti di festa e di allegria, come le feste patronali, i matrimoni e le fiere. Il pozzo di Strudà è un simbolo della storia e della cultura di questo paese salentino, che ha saputo conservare le sue tradizioni e la sua fede. Il pozzo è anche un'opera d'arte, che esprime la maestria e la creatività degli artisti locali. Il pozzo è infine un invito a scoprire le bellezze e i tesori di Strudà, un paesino a metà tra Lecce e il mare³. La chiesa Madre di Santa Maria ad Nives è il principale luogo di culto cattolico del paese. L'impianto originale risale al XIII secolo ma l'aspetto attuale della chiesa è dovuto ai restauri della fine del XVI secolo: dell'edificio originario sono rimasti esclusivamente i muri perimetrali, la porta laterale e alcuni altari. La facciata si presenta semplice e lineare, caratterizzata da due nicchie con le statue degli apostoli Pietro e Paolo, portale d'ingresso e finestra centinata. L'interno, a navata unica, accoglie quattro altari in pietra leccese dedicati alla Madonna di Costantinopoli, alla Madonna della Neve, alla Madonna del Rosario e a san Francesco di Paola, quest'ultimo contenente lo stemma dei marchesi Saraceno. Al 1725 risale la sacrestia; il tetto, originariamente in canne, venne ricostruito nel 1823 con una volta a spigolo. L'edificio è inoltre provvisto di un campanile a vela, posto sul lato sinistro della costruzione. L'organo a canne della chiesa è stato costruito nel 2000 da Eligio Bevilacqua. A trasmissione elettrica, la sua consolle ha due tastiere di 61 note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di 32 note. Il 17 Settembre 2017 è stato inaugurato con benedizione solenne da Don Andrea Zonno alla presenza di grande partecipazione di popolo, il nuovo Centro Pastorale - Oratorio intitolato al grande Papa polacco. Dal 1962 la suddetta struttura parrocchiale ha accolto le Suore Salesiane dei Sacri Cuori di San Filippo Smaldone che hanno servito la comunità mediante l'educazione dei più piccoli. La scuola dell'infanzia "Maria SS.della Neve" è stata punto di riferimento per tante famiglie, luogo di ascolto e di sostegno umano e religioso. Dopo il ritiro delle Suore, la struttura continua ad essere luogo educativo parrocchiale per le attività ludiche, spirituali, catechetiche e formative della Comunità. Cappella della Madonna delle Grazie - XVII secolo. Ruderi del Convento dei Francescani Scalzi - fu soppresso nel 1650 con bolla di Papa Innocenzo X. Il palazzo Baronale Esperti-Saraceno fu edificato tra il XV e il XVI secolo . La facciata è caratterizzata da una pregevole balconata barocca e da un portale bugnato sormontato da mensole. L'edificio è a pianta rettangolare e al suo interno sono visibili grandi sale settecentesche ed un ingegnoso sistema di raccolta della acque piovane. La masseria Visciglito risale al XVI secolo e sorge su un antico tracciato viario. Nel 1755 risulta appartenere al Collegio della Compagnia di Gesù di Lecce. Il complesso masserizio è costituito da molino, cantine, capanne, pozzo, da due frantoi ipogei, da una chiesa cinquecentesca e da un edificio palazziato caratterizzato da un colonnato e da una scala in pietra per l'accesso al piano superiore. Il pozzo costituisce una fedele replica della cinquecentesca fonte monumentale in pietra leccese andata distrutta nel 1958. Su di esso si erge l'originaria statua della Madonna della Neve, elemento scultoreo scampato alla demolizione. È stato ricostruito nel 2009. Il pozzo, oltre al suo naturale compito di provvedere alle necessità idriche della cittadina e del circondario, svolgeva funzioni di aggregazione sociale e, in origine, finanche di carattere amministrativo-istituzionale essendo storicamente indicato quale punto di riferimento del foro parlamentare che riuniva periodicamente la maggior parte delle Universitates appartenenti all'area contermine alla città capoluogo di Lecce. Luciano Graziuso, Vernole e frazioni, Lecce, Capone editore, 1979. Bernardino Realino Nocera, Strudà il mio paese, 1980. Bernardino Realino Nocera, Strudà il mio paese 2, luglio 2017 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Strudà Sito ufficiale della città di Vernole, su comunedivernole.it. Notizia del TGCOM che riporta la curiosa vicenda della locale squadra di calcio retrocessa con ben due mesi d'anticipo sulla fine del campionato di calcio, un record davvero singolare, su tgcom.mediaset.it. URL consultato il 9 marzo 2010 (archiviato dall'url originale l'11 marzo 2010).

Estratto dall'articolo di Wikipedia Strudà (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori, Immagini).

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Pisignano
Pisignano

Pisignano è una frazione di 991 abitanti del comune di Vernole in provincia di Lecce. Il periodo preistorico è testimoniato dal menhir Materdomini, uno dei più alti della zona. Notizie certe del casale di Pisignano si hanno a partire dall'epoca normanna (XI-XII secolo), quando nel 1115 il conte normanno Goffredo donò il feudo alla Chiesa di Lecce (ancora oggi alcuni fondi agricoli sono detti "piscupiani", dal lat. "episcopus" e in greco ἐπίσκοπος, epìskopos). Nel 1275 il nobile Guglielmo Pisanello risulta feudatario di Pisignano per volere di Carlo I d'Angiò.Nel 1629 si alleò con Strudà. Nel XVI secolo ,da quanto risultano le ricerche, Strudà tradì Pisignano e quindi appartenne ai proprietari di Strudà e cioè Andrea Saraceno, e tra il 1574 e il 1630 fu venduto per ben tre volte fino a pervenire ai Severino. Nella "Breve descrizione di Terra d'Otranto" del 1601, Pisignano risulta essere costituita da "40 fuochi", ovvero famiglie, quindi circa 200 abitanti. Con l'arrivo dei Borbone, a metà del Settecento, viene istituito il Catasto onciario, che costituisce un'importante fonte per gli storici, in quanto, al contrario dei catasti attuali, non riportava mappe bensì censimenti ben dettagliati. Nel primo decennio dell'Ottocento, con le leggi eversive della feudalità volute dai nuovi dominatori, i francesi di Napoleone Bonaparte, si aprono dei contenziosi tra comuni ed ex baroni, i quali sicuramente vedono diminuire il loro potere ed i loro introiti derivanti dai vari balzelli imposti alla popolazione su ogni transazione ed ogni attività. Dopo la breve parentesi napoleonica, tuttavia, nonostante le pressioni di clero e nobiltà, alcune prerogative dei baroni non vengono rimesse in vigore nemmeno dai restaurati Borbone di Napoli. Nell'ambito delle prime rivolte risorgimentali, a Pisignano vengono segnalati come sovversivi nel 1822 le seguenti persone: Raffaele Stella, Giandonato Antonucci, don Vito Antonucci (sacerdote), Giandonato e Francesco Isacco. Nel 1879 Giacomo Arditi scrive di Pisignano: "...ha l'aria abbastanza buona, l'acqua abbondante, l'abitato rustico e villereccio...". La chiesa madre di Santa Maria Mater Domini risale al periodo romanico (XII secolo), ma è stata oggetto tra la fine del XVI e la prima metà del XVII secolo di una serie di modifiche in stile barocco. Custodisce l'effigie della Vergine, opera dipinta su pietra risalente al 1500. La facciata, in pietra leccese, è scandita da lesene doriche e termina con un timpano che accoglie una nicchia con la statua lapidea di santa Severina. L'interno, a croce latina, ospita quattro altari laterali dedicati alla Madonna del Rosario, alle Anime del Purgatorio, a sant'Antonio di Padova, e alla Vergine Maria. Cappella di Santa Severina, XVII secolo Cappella di Mater Domini, risale al XVIII secolo e possiede una pavimentazione in maiolica. All'interno è custodito un crocifisso ligneo databile al XIII secolo. Palazzo Baronale Severino Romano Frantoio ipogeo Menhir Materdomini L. A. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d'Otranto, Istituto Araldico salentino, Lecce, 1994 (AA.VV.): Salento. Architetture antiche e siti archeologici - Edizioni del Grifo, 2008 I monumenti megalitici in Terra d'Otranto, Napoli, 1879 I Menhirs in Terra d'Otranto, Roma, 1880 GraziusoLuciano, Vernole e frazioni - Dal passato al presente monumenti e documenti, Lorenzo Capone editore Febbraro Antonio, Farsi Uomini-Notizie riguardanti Pisignano, ed. Tiemme, Manduria 1982; Febbraro Antonio, Culto e politica, note per una storia locale, Pres. del cardinale Salvatore De Giorgi Febbraro Antonio, Raccogliere in uno, ed. Policarpo Castellaneta Taranto, 1989 Febbraro Antonio, Frammenti di vita in una storia minore, ed. Brizio Taranto, 1993 Salento Monumenti megalitici della provincia di Lecce Vernole Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Pisignano Accademia Salentina degli Scacchi, su scacchiescacchi.it. Sito ufficiale del Comune di Vernole, su comunedivernole.it.

Merine
Merine

Merine è l'unica frazione di Lizzanello in provincia di Lecce. Situata nel Salento centro-settentrionale, dista 3 km dal centro del capoluogo comunale e si trova nelle immediate vicinanze della città di Lecce. Le varie interpretazioni circa l'etimologia del paese, riconducono il toponimo al volgare fiorentino màrie, proveniente dall'araldico mera (luogo ameno, delizioso e di pastura) o al termine merinos (ottima razza di pecore spagnole). Ad appena 3 km da Lecce, incontriamo la frazione di Merine, nel cui territorio esistevano i menhir scomparsi. Pare che Merine esistesse prima ancora di Lizzanello; si dice che la frazione sia sorta in epoca alto medioevale, intorno ad una grancia basiliana. Merine fino al XIII secolo fu incorporata alla Contea di Lecce e fu infeudata nel 1353, ai Carovineis che la possedettero sino al XV secolo. In quel tempo il luogo era soggetto, per la giurisdizione civile e penale, al Vescovo di Lecce. Il casale passò ai Montenegro e, nel 1613, ai Palmieri, che lo acquistarono per 20.500 ducati. Costoro furono signori del luogo fino all'800, ossia fino all'evasione della feudalità. A Merine, oltre le abitazioni a corte, esistono moderne costruzioni. Il centro storico ha l'aspetto di un agglomerato rurale, costituito da casupole realizzate con muratura irregolare e con il tetto a spiovente coperto da embrici. Gli ambienti di queste case contadine, all'esterno dipinte di bianco, sono angusti. Inoltre la struttura urbanistica della frazione di Lizzanello gravita intorno a masserie e ad altre costruzioni fortificate, che ora sono state totalmente assorbite dall'abitato. Evidentemente si tratta di dimore occupate dai ceti elevati dell'epoca, con la funzione di proteggersi in qualche modo dai briganti e dalle incursioni saracene e piratesche, provenienti dal mare fino a tutto il XVIII secolo. Dedicata a Santa Maria delle Grazie è la Chiesa Madre del paese, risale al 1641 ma fu rifatta nel 1878. Essa sorge al centro del paese nell'area di una precedente costruzione che, nella metà dell'Ottocento, era ridotta in pessimo stato.Si presenta con una sobria facciata in pietra leccese terminante con timpano triangolare, tipico dello stile neoclassico, e con una torre dell'orologio. Prima di accedere al tempio occorre ammirare l'artistico portale ligneo, realizzato nel 1983, in occasione dell'Anno Santo, e che lo scultore di Surbo Paolo Lani impreziosì con artistiche formelle in rame sbalzato che nelle fasce laterali raffigurano i mestieri dell'ormai tramontato mondo contadino del Salento, mentre al centro appaiono scene evangeliche che hanno per protagonisti la Vergine e Gesù, nonché la storia della Fascia. Nella parte superiore del portale due riquadri alludono ai titoli mariani più venerati a Merine: Santa Maria delle Grazie e Maria SS. Assunta. L'interno, a croce latina, misura in lunghezza m. 23,30 e in larghezza m. 7 nella navata e m. 14,50 nel transetto e ospita alcuni altari laterali e un altare maggiore caratterizzato da un particolare tabernacolo ligneo (XVII secolo, opera di Fra Giuseppe da Soleto), a due piani con semicupoletta ottagonale terminante con una croce. L'altare maggiore e il tabernacolo ligneo provengono da Lecce, dalla ex chiesa di S. Maria del Tempio convertita in caserma detta prima del "Tempio" e poi nel 1905 intitolata ad Oronzo Massa. Lungo il lato destro della navata troviamo la Cappella che ospita l'opera in cartapesta di G. Manzo raffigurante la Vergine Addolorata e il simulacro di Cristo Morto. La seconda cappella dedicata ai SS. Medici possiede una tela dei titolari. La terza cappella è dedicata alla Madonna del Rosario, raffigurata da una tela di buona fattura, di autore ignoto, ma assegnabile al XIX secolo, recentemente restaurata. Nel braccio di sinistra del transetto vi è l'altare in pietra leccese, dedicato all'Assunzione di Maria Vergine, che appare effigiata da una tela del 1878. Accanto, prima della nicchia che ospita la statua della Vergine Assunta, notiamo un ex voto costituito da una tavola lignea di cm. 59x26, che in bassorilievo raffigura l'Assunta e in basso un soldato che prega. L'opera, che fu realizzata dal siciliano Giovanni Errico nel 1942, nel 1946 dai reduci merinesi, i cui nomi sono incisi sulla facciata posteriore, fu donata alla Parrocchiale. Essi con migliaia di altri prigionieri della seconda guerra mondiale, dagli inglesi erano stati internati nel campo di Zonderwater, a circa 43 km da Pretoria, in Sudafrica, dove subirono tante sofferenze. Nel braccio destro del transetto incontriamo l'altare, in conglomerato di gesso e stucco dedicato a S. Vito, con tela del titolare, recentemente restaurata, nonché le nicchie con le statue di S. Rita e dell'Immacolata. Nel presbiterio troviamo la nuova mensa liturgica, per realizzare la quale venne abbattuto l'antico e monumentale Altare Maggiore i cui pezzi mancanti, dopo varie peripezie e contestazioni, ora provvisoriamente sono custoditi nel Seminario Arcivescovile di Lecce. Sopra l'antico Altare Maggiore poggia l'artistico tabernacolo ligneo, di cui si è accennato innanzi, e sui capitelli laterali dello stesso appaiono due angeli portafiamma in cartapesta, offerti nel 1941 dalle tabacchine di Merine, che avevano devoluto una giornata di salario. Nel lato di sinistra della chiesa vi è la Cappella del Sacro Cuore di Gesù, con simulacro in cartapesta. Indi la Cappella delle Anime Sante del Purgatorio che si dota di un altorilievo in cartapesta raffigurante la Madonna del Carmine e le anime supplici. L'ultima cappella di questo lato ospita il Battistero, con moderne raffigurazioni pittoriche del battesimo di Gesù ed altre scene allegoriche. Sul retrospetto della chiesa è conservato un piccolo organo del 1783, ben conservato e di recente restaurato, opera di Francesco Giovannelli. L'antica croce processionale costituisce un altro prezioso arredo della Parrocchiale di Merine. L'opera realizzata dal leccese Francesco De Matteis nel 1587, è in rame sbalzato e dorato, e reca la firma dell'autore. Il globo che regge la croce, invece venne realizzato, con motivi fitomorfi, dal merinese Poleta Quarta, che pure firmò il suo manufatto. La chiesa possiede, infine, un bellissimo Crocefisso in cartapesta che era posto sul lato destro del presbiterio. L'Opera, che è una vera rarità artistica, venne realizzata nel XVIII secolo da Pietro Surgente di Lecce e rappresenta il Christus Patiens, ossia sofferente, agonizzante, secondo i dettami scaturiti dal Concilio di Trento. Questo Crocefisso il 18 settembre 1994 venne esposto nel corso della solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Papa Giovanni Paolo II nello stadio di Lecce. Il 16 ottobre 2018, giorno in cui ricorreva il 40° anniversario dell’elezione di Karol Wojtyla a papa, la nuova chiesa parrocchiale di Merine è stata dedicata proprio a san Giovanni Paolo II; la prima in assoluto nell’Arcidiocesi di Lecce. Era stato l'arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi, l’11 Novembre 2007, a collocare la prima pietra, benedetta da Papa Benedetto XVI, su un terreno donato dalla sorelle Magliola. Del progetto iniziale, affidato ad Antonio Russo, è rimasta solo la pianta ottagonale e l’impostazione di base. Col passare del tempo e, a seguito delle indicazioni dell’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio, succeduto a Ruppi, e della progettazione dell’architetto Raffaele Parlangeli, sono state apportate alcune modifiche che hanno contribuito a rendere ancora più armoniosa l’intera aula liturgica. Al maestro Poli di Verona è spettata la realizzazione delle vetrate, il portone in bronzo e il mosaico del pavimento; mentre, al maestro Michele Carafa sono attribuite le opere marmoree che costituiscono l’altare maggiore, la sede liturgica, l’ambone e l’altare del SS. Sacramento, già da lui realizzate per la Cappella del Nuovo Seminario di Lecce e che, poi, ha provveduto a ricollocare nella nuova Chiesa di Merine. La ditta Luigi Giannone, infine, ha realizzato l’intera opera, che il 16 Ottobre 2018, è stata consegnata nelle mani dell’Arcivescovo Metropolita di Lecce, mons. Michele Seccia, il quale attraverso una Solenne Celebrazione liturgica e con il suggestivo rito di dedicazione della Chiesa e di consacrazione dell'altare, ha affidato il nuovo tempio all’intera comunità di Merine. La Chiesa di Maria SS. Assunta è il tempio più antico di Merine e si assegna al XV-XVI secolo in virtù delle inequivocabili strutture architettoniche che la contraddistinguono. Essa, infatti, in corrispondenza dei due ingressi, quello frontale e quello a destra, dove poi in epoca posteriore è sorto il Calvario, possiede le piombatoie, il che vuol dire che in caso di pericolo i fedeli che ivi si trovavano o si rifugiavano, salendo sulle terrazze versavano liquidi bollenti sugli assalitori. La Cappella, che fu l'originaria parrocchiale di Merine, è detta pure di S. Vito per la statua del Santo che ivi si conservava. Questo piccolo tempio, che i merinesi conoscono anche come chiesa ecchia venne restaurato nella seconda metà del '900 alla struttura originaria, compromessa da non poche manomissioni nel corso dei secoli. Nel 1960, nel corso di alcuni lavori, fu scoperta una absidiola di cui si ignorava l'esistenza in quanto il terriccio ed una pala di tela settecentesca raffigurante il transito della Vergine, l'avevano occultata. Si rinvennero, quindi, affreschi raffiguranti la Crocifissione, con S. Giovanni, la Vergine e le pie donne. Più in basso apparvero le immagini di S. Gregorio e di S. Ludovico da Tolosa, la cui fattura, probabilmente del XV secolo, rammenta per tanti aspetti i dipinti che illustrano la chiesa di S. Caterina, a Galatina, ed il tempietto di S. Stefano, a Soleto. Indi, nello stesso ambiente, apparve affrescata una Vergine col Bambino. La chiesetta dell'Assunta, di circa 65 m², con volta a botte, nel 1965 è stata restaurata con il contributo dello Stato, del Gen. Marco Bianco e con le offerte dei fedeli. Essa appartiene al tardo medioevo, alla cui epoca risalgono, probabilmente, l'originaria chiesa parrocchiale, intitolata a S. Maria delle Grazie, e quella del Crocifisso. La Cappella di Maria SS. Assunta è una delle poche costruzioni sacre fortificate che si trovano in Salento. Questo tempio, poi, possiede un altare barocco ben conservato, ai cui lati, scolpite in pietra leccese appaiono le statue di S. Oronzo e di S. Irene da Tessalonica, assegnabili alla fine del Seicento. Lo stemma dei Palmieri di Merine, che sormonta il fastigio dell'altare, ci induce a supporre la devozione dei baroni del luogo per la Vergine Assunta. Un tempo la chiesetta, oggi aperta al culto, doveva essere tutta affrescata nel proprio interno, tant'è che sulle pareti ancora si intravedono frammenti di varie raffigurazioni, oltre a quelle già citate nell'abside. Secondo la tradizione i merinesi vollero questa chiesetta per ringraziare la Vergine che li aveva salvati dalle aggressioni dei turchi. La Cappella, di forma quadrangolare, ha di fronte al portale sul un piccolo Osanna. Nel suo interno un arco a tutto sesto divide lo spazio in due ambienti, quello che ospita i fedeli e quello dove è collocato l'unico altare. Un quadro della Vergine di Costantinopoli campeggia sull'altare, ma di questo dipinto non si conosce né l'autore né l'epoca in cui venne realizzato, sicché si suppone che appartenga al tardo Settecento. Questo dipinto raffigura la protezione della Madonna per le genti del luogo. Essa brandisce un fulmine e si scorge una nave turca che fugge. In basso, a sinistra, la costa salentina, e proprio sul limite della terraferma alta e rocciosa appare una chiesa, probabilmente simbolo della cristianità protetta dai suoi intercessori, la Vergine innanzitutto. Altri arredi sacri di questa Cappella sono costituiti da una Statua in cartapesta della Vergine col Bambino, opera di un anonimo cartapestaio leccese del XIX secolo e da un piccolo Crocefisso ligneo Tempietto de Li Lei Nella campagna, a circa 3 km dal centro abitato, vi è una cappelletta, di circa 20 m², costruita di fronte alla masseria detta "Li Lei", che dà il nome al vicino boschetto ed alla cappelletta che sorge in uno spiazzo. Il tempietto, a struttura quadrangolare, è aperto a tre lati da bifore, mentre il lato ovest risulta chiuso in quanto contiene i resti di un piccolo altare. Presumibilmente del XIX secolo, il tempietto de "Li Lei" ha subito nel tempo più restauri, ma lo stile, semplice ed elegante, richiama il gusto architettonico tardo-medioevale. Il tempietto, essendo isolato nelle campagne, purtroppo, è facile preda dei male intenzionati. Infatti, alcuni anni fa, il piccolo altare del luogo sacro è stato distrutto e le colonne (che reggevano il peso della costruzione superiore) sono state trafugate. Prima che il tutto rovini, occorrerà ricostruire le colonne e restituire così il tempietto alla sua integrità. Cappella di Sant'Oronzo, chiesetta rurale sconsacrata, ormai un rudere, ma che un tempo appariva dotata di un altare con la tela raffigurante il Santo. Incavata in un muro di cinta troviamo rovinatissima e con qualche traccia di affresco, la nicchia dedicata alla Vergine del Rosario; Cappella del Crocifisso, adiacente al palazzo baronale e presumibilmente coeva alla Cappella dell'Assunta, era già in decadenza nella seconda metà dell'Ottocento. Lo stabile è di proprietà della famiglia Palmieri-Magliola, ed è oggi destinato ad usi civili. Forse degli inizi del XIX secolo, è la statua della Vergine Assunta, che per fattura e tipologia si assegna ad un cartapestaio leccese, abilissimo nel modellare la cartapesta. Per le delicate sembianze che possiede, la gente definisce la statua Madonna beddhra, la Madonna bella; preziosamente vestita, questa statua indossa abiti preziosi ed è cinta da una fascia, di fattura orientale, di seta intessuta con l'oro, di epoca molto antica, intorno alla quale la pietà popolare e l'immaginario collettivo dei merinesi, ha tramandato una leggenda. La fascia fu donata da una principessa turca al suo amato Oronzo di Merine, fatto schiavo dai turchi in una delle tante incursioni di quel tempo. Egli venne portato dal sultano che lo prese in simpatia e lo tenne in casa dove nacque l'amore con la figlia. Grazie alla sua fede Oronzo riuscì a convertire la principessa al culto della Madonna, ma quando il sultano scoprì il loro amore li ostacolò e i due cercarono di scappare ma vennero inseguiti da una flotta con la mezzaluna. Fu allora che la principessa disse ad Oronzo di scappare da solo e dandogli la fascia gli disse di votarsi alla Madonna che l'avrebbe protetto. Infatti, una tempesta fece ritirare la flotta del sultano ed Oronzo sbarcando a San Cataldo tornò a Merine e mise la fascia (come promesso all'amata) sul fianco della Vergine. Il Palazzo Baronale di Merine, sorse nell'area di una precedente costruzione feudale tra il XVI e il XVII secolo ad opera dei baroni Palmieri. Questo imponente palazzo, dotato di tanti ambienti che in un certo senso lo rendevano autosufficiente, era sicuramente guardato con timore e rispetto dai sudditi del barone. Oggi l'edificio, che discretamente si conserva, è conosciuto come Palazzo Palmieri-Magliola, e ciò perché, la baronessa Antonia Pamieri ultima discendente della sua famiglia, aveva sposato l'ingegnere Giuseppe Magliola. La costruzione, già nel tardo Ottocento, era in decadenza ed esso ospitò, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, una fabbrica di tabacco. Restò chiusa per molti anni sconosciuta ai merinesi, ma essendo divenuta proprietà del Comune di Lizzanello, furono avviati restauri e furono tra l'altro così scoperte interessanti pitture parietali, per tanto tempo ignorate in quanto occultate da strati di pittura. Il palazzo per la prima volta venne aperto al pubblico durante la "Sagra te lu Ranu" del 2007 che, per tradizione, a Merine si organizza nella seconda settimana di luglio. La masseria, al primo piano, si dota di una camera da letto con la volta riccamente affrescata con motivi floreali, con scene dell'Antico e Nuovo Testamento, e da bozzetti paesisti che rappresentano momenti di vita salentina. L'edificio, che si assegna alla fine del XVII secolo, probabilmente dovette essere costruito e abitato da un ecclesiastico, data la prevalenza delle scene sacre delle illustrazioni pittoriche. Masseria, detta "Lu Panareo", che sorge in via Montenegro; Abitazione fortificata di via Montenegro, di proprietà Linciano. Lu Sannà, termine dialettale che indica l'Osanna, è una colonna monolitica in pietra leccese, a sezione circolare, che sorge a pochi metri a sinistra dalla Parrocchiale e sulla cui sommità è posizionata una piccola statua di Maria SS. Assunta. Probabilmente del tardo XVIII secolo, Lu Sannà crollò frantumandosi durante alcuni lavori di manutenzione il 9 ottobre 1979. Poco tempo dopo il monumento venne restaurato ma, mentre la base originaria era a gradoni decrescenti, questa volta si pensò di realizzare una struttura circolare, invero brutta, e di ciò se ne dolse la gente che volle il ripristino della base così com'era l'originale. Ciò avvenne con il restauro del 2007 e, intanto, si era provveduto a rifare la statuetta della Vergine, con le sembianze dell'Assunta, consolidate dall'iconografia, sostituendo così il vecchio simulacro poco espressivo. Un'antica usanza è legata a questo Osanna, intorno al quale da tempo immemorabile compiono un giro i cortei funebri. Di dimensioni più piccole e di fattura più modesta del precedente è l'Osanna che si erge sul sagrato della Cappella della Vergine di Costantinopoli. Anche questa colonna, in pietra leccese, come la croce che la sovrasta, dovrebbe risalire al XV secolo. Il censimento del 2011 ha rilevato che il numero di abitanti del paese è di 4785 unità. Nei territori limitrofi di Merine (uniti al paese) vi sono gli agglomerati di Zona Erchie Piccolo (85 abitanti) e Zona Marangi (134 abitanti) (dati Istat). Negli ultimi anni il paese ha avuto un notevole incremento demografico dovuto alla vicinanza con la città di Lecce. Il dialetto parlato a Merine è il dialetto salentino nella sua variante centrale che corrisponde al Dialetto Leccese. Il dialetto salentino si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: messapi, greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli. Esistono a Merine una scuola dell'infanzia; una scuola primaria; una scuola secondaria di I grado. Solenni festeggiamenti si svolgono in onore della Vergine Assunta nelle giornate del 14 e 15 agosto. Altre feste minori, sempre con processioni e luminarie, quelle di S. Vito, di S. Antonio e di S. Luigi. Dal 1993 nel mese di luglio si svolge la "Sagra te lu Ranu" (Sagra del Grano), una manifestazione gastronomica organizzata dall'unica parrocchia del paese "Santa Maria delle Grazie". La principale squadra di calcio della città è l'A.S.D. Merine Calcio che milita nel girone A leccese di 3ª Categoria. Squadre minori che militano nei vari campionati Amatori sono: A.C. Amatori Merine, Real Salento Merine e Gioventù Merine. Mario De Marco Merine. Storia, arte e religiosità, Edizioni Grifo (2009) Lizzanello Arcidiocesi di Lecce Salento Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Merine Sagra te lu ranu

Palazzo baronale di Lizzanello
Palazzo baronale di Lizzanello

Il palazzo baronale di Lizzanello, anche noto come Palazzo Paladini, dal nome della famiglia feudataria che lo eresse, è di origine quattrocentesca e fu edificato originariamente come castello. Modificato una prima volta nel Cinquecento, fu trasformato in residenza signorile da Giovanni Paladini nel XVII secolo. Ha subito arricchimenti e modifiche nel corso dei secoli seguenti, in particolare in epoca neoclassica. Della struttura originaria rimane, nella parte posteriore, una torre in pietra leccese. La torre possiede una base tronco-conica e si sviluppa con una pianta cilindrica. L'interno custodisce lo stemma dei Paladini consistente in uno scudo diviso in quattro parti, con due gigli bianchi su corpo rosso e due rossi su corpo bianco: la targa è sormontata da un cimiero e riposa sulla croce di Malta. Seicentesca è anche la circolare torre colombaia posta alle spalle del palazzo. Lo stile architettonico tardo-rinascimentale del palazzo, costruito molto probabilmente con la consulenza di Gian Giacomo dell'Acaya, fu stravolto verso la fine dell'Ottocento con la trasformazione della facciata e del giardino in stile neoclassico. Il prospetto, che conserva ancora la base scarpata, è caratterizzato da un austero allineamento di grandi finestre e da un portale trapezoidale sormontato dallo stemma dei Lotti, ultimi feudatari di Lizzanello. Nulla è rimasto delle numerose opere d'arte che rendevano lussuoso l'edificio in quanto vendute a privati o trasferite a Napoli nel palazzo partenopeo dei Lotti. Non esistono più neanche le cappelle interne dell'Annunziata e di San Salvatore, intitolata successivamente a San Gregorio. Restano tuttavia un frantoio ipogeo e una torre casamatta munita di petriere e saettiere. Castelli della provincia di Lecce Lizzanello Paladini (famiglia)

Lizzanello
Lizzanello

Lizzanello (Lizzanieddrhu in dialetto salentino) è un comune italiano di 11 708 abitanti della provincia di Lecce in Puglia. Situato nel Salento centro-settentrionale, dista 6 km dal centro del capoluogo provinciale in direzione sud e comprende anche la frazione di Merine, distante 2 km in direzione nord. Il territorio del comune di Lizzanello, che si estende su una superficie di 18,01 km², è caratterizzato prevalentemente da un terreno calcareo di tipo sabbioso e roccia sedimentaria (marna). Nella parte settentrionale del feudo è individuabile invece un terreno calcareo compatto. La cittadina, circondata da rigogliosi oliveti secolari, sorge a sud-est di Lecce nella pianura che si estende a nord delle Serre di Galugnano denominata Valle della Cupa. Tale pianura è caratterizzata da una grande depressione carsica la cui altitudine varia dai 18 ai i 45 metri sul livello del mare. Confina a nord con il comune di Lecce, a est con il comune di Vernole, a sud con i comuni di Castri di Lecce e Caprarica di Lecce, a ovest con il comune di Cavallino. Dal punto di vista meteorologico Lizzanello rientra nel territorio del Salento orientale che presenta un clima mediterraneo, con inverni miti ed estati caldo umide. In base alle medie di riferimento, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta attorno ai +9 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, si aggira sui +24,7 °C. Le precipitazioni, frequenti in autunno e in inverno, si attestano attorno ai 626 mm di pioggia/anno. La primavera e l'estate sono caratterizzate da lunghi periodi di siccità.Facendo riferimento alla ventosità, i comuni del Salento orientale sono influenzati fortemente dal vento attraverso correnti fredde di origine balcanica, oppure calde di origine africana. Classificazione climatica di Lizzanello: Zona climatica: C Gradi giorno: 1110 Il territorio fu sicuramente frequentato sin dall'età del bronzo come testimoniavano alcuni monumenti megalitici esistenti nelle campagne circostanti fino a pochi decenni fa. La data di fondazione dell'abitato non è accertata. Diverse sono le ipotesi fra le quali le più accreditate sono quelle degli storici Giacomo Arditi e Cosimo De Giorgi. Il primo fa risalire la nascita al sacco di Lecce operato da Ottone IV di Sassonia nel 1210. I profughi, scampati al saccheggio, fondarono una nuova città dandole il nome di Licyanellus, ossia Piccola Lecce. Tale ipotesi è anche confermata dallo stemma cittadino simile a quello della città capoluogo. Il De Giorgi ritiene invece che la nascita di Lizzanello è conseguenza della distruzione dei vicini casali medievali di Cigliano, Fornello e Scaranzano. A partire dal XIV secolo il feudo fu assoggettato a vari signori. Cecilia Marescallo, nobile leccese, lo detenne fino al 1335 quando fu ceduto a Guglielmo Garzia. I De Bilancis ne furono feudatari per circa mezzo secolo. Nel XV secolo entrò a far parte della Contea di Lecce e appartenne a Maria d'Enghien che lo vendette nel 1436 alla famiglia Paladini, la quale lo possedette per oltre duecento anni. Ai Paladini succedettero i D'Afflitto, i Chiurlia e infine i Lotti. Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 13 giugno 2002. Stemma Gonfalone La chiesa di San Lorenzo Nuovo, costruita nel XVI secolo, si suppone sia sorta sul sito di una più antica struttura o con un ampliamento di una prima chiesa che comprendeva solo l'odierna parte centrale. Nel XVI secolo l'edificio coincideva con il braccio più lungo di quella che oggi è la croce latina. Lo stile architettonico proprio del secolo si può notare nelle linee della porta del lato meridionale della chiesa e nelle finestre a guisa di saettiere.Nel XVII secolo la costruzione fu ampliata: furono costruite le cappelle di Sant'Anna, oggi di San Giuseppe, il cui altare fu fatto costruire dal conte Placido D'Afflitto nel 1740-1741, e della Vergine del Rosario, sul cui altare si legge la data 1700, e furono realizzati il coro e la crociera. Contemporaneamente i terrazzi furono armati di saettiere e di petriere, dando alla costruzione la funzione di fortilizio. Nel 1651 fu realizzata la porta esterna del transetto di sinistra. Le parti verticali della cornice di detta porta risultano ricavate da due blocchi monolitici, forse antichi menhir. Le pareti interne della chiesa sono state più volte rifatte, rivestite di stucchi e coperte di fregi barocchi. La facciata principale è del XVIII secolo e presenta ai lati due torri campanarie. Nel campanile a vela si trova dal 1808 la campana "galllipolina", fusa nel 1623 a Gallipoli, che ornava la Basilica di Santa Croce a Lecce. Sulla porta d'accesso, in seguito ai lavori di pulitura effettuati nel 1993, è stata riportata alla luce un'epigrafe risalente al 1547 e da cui si evince che la chiesa originariamente era dedicata a Santa Maria della Pietà. L'edificio cambiò denominazione e divenne chiesa di San Lorenzo Nuovo nel XIX secolo quando andò in rovina l'antica chiesa romanica di San Lorenzo Vecchio di cui rimangono i resti fuori dal centro abitato. L'interno, oltre all'altare maggiore in pietra leccese, ospita sei altari laterali: altare dell'Immacolata rifatto nel 1775, altare della Madonna del Carmine, altare della Natività della Vergine, altare della Madonna Assunta, altare della Vergine dello Spasimo o dell'Addolorata, altare di Sant'Antonio da Padova realizzato nel 1741. Attiguo all'altare di Sant'Antonio è il monumento sepolcrale di Giorgio Antonio Paladini, signore di Lizzanello e Melendugno. Costituivano patrimonio della chiesa quattro tele raffiguranti rispettivamente San Giovanni Battista, la Madonna del Carmine, la Madonna Assunta e la Madonna Addolorata, attribuite a Oronzo Tiso, e un'altra, la più importante, raffigurante il martirio di San Lorenzo attribuita a Pacecco De Rosa. Di queste, tutte trafugate, è stata recuperata solo la tela del Pacecco. La cappella dell'Immacolata, già di Santa Maria di Costantinopoli, risale ai primi anni del XVII secolo e fu ampliata nel XVIII secolo per volere della Confraternita dell'Immacolata e del Crocifisso che ivi officia. Presenta un semplice prospetto i cui unici elementi decorativi risiedono nel finestrone e nel portale architravato. L'interno, a due navate, possiede un altare maggiore settecentesco e tre altari laterali dedicati alla Trasfigurazione (1834), a Santa Maria di Costantinopoli (XVIII secolo) e a Santa Lucia (1950). Fra le opere artistiche si distinguono la tela seicentesca della Madonna di Costantinopoli, e le statue dell'Immacolata, di San Biagio e di San Vito Martire. La cappella dell'Annunziata fu costruita nel XVI secolo per volere del conte Francesco Paladini. L'edificio si presenta con una semplice facciata rettangolare inquadrata da paraste con una piccola finestra posta in asse con il portale d'ingresso. Termina con una croce al centro e con un piccolo campanile a vela a sinistra. L'interno, ad aula unica, ospita un altare maggiore sormontato dalla tela della Titolare. Sul lato destro del prospetto è presente lo stemma dei Paladini. A sud-est dell'abitato rimangono i resti della chiesetta romanica di San Lorenzo Vecchio, di struttura arcaica, risalente all'XI secolo e molto probabilmente sorta su fondazioni più antiche. A tre navate, la chiesa si trovava nel feudo del casale di Cigliano, oggi scomparso. L'edificio presentava nella parte inferiore una costruzione formata da grossi parallelepipedi informi, mentre la parte superiore era costituita da pietre informi utilizzate soprattutto nei muretti a secco. Il palazzo baronale Paladini è di origine quattrocentesca e fu edificato originariamente come castello. Modificato una prima volta nel Cinquecento, fu trasformato in residenza signorile da Giovanni Paladini nel XVII secolo. Ha subito arricchimenti e modifiche nel corso dei secoli seguenti, in particolare in epoca neoclassica. Della struttura originaria rimane, nella parte posteriore, una torre in pietra leccese. La torre possiede una base tronco-conica e si sviluppa con una pianta cilindrica. L'interno custodisce lo stemma dei Paladini consistente in uno scudo diviso in quattro parti, con due gigli bianchi su corpo rosso e due rossi su corpo bianco: la targa è sormontata da un cimiero e riposa sulla croce di Malta. Seicentesca è anche la circolare torre colombaia posta alle spalle del palazzo.Lo stile architettonico tardo-rinascimentale del palazzo, costruito molto probabilmente con la consulenza di Gian Giacomo dell'Acaya, fu stravolto verso la fine dell'Ottocento con la trasformazione della facciata e del giardino in stile neoclassico. Il prospetto, che conserva ancora la base scarpata, è caratterizzato da un austero allineamento di grandi finestre e da un portale trapezoidale sormontato dallo stemma dei Lotti, ultimi feudatari di Lizzanello. Nulla è rimasto delle numerose opere d'arte che rendevano lussuoso l'edificio in quanto vendute a privati o trasferite a Napoli nel palazzo partenopeo dei Lotti. Non esistono più neanche le cappelle interne dell'Annunziata e di San Salvatore, intitolata successivamente a San Gregorio. Restano tuttavia un frantoio ipogeo e una torre casamatta munita di petriere e saettiere. Il monumento di San Lorenzo, situato nella centrale piazza omonima, è dedicato al santo patrono. Fu realizzato nel 1869, come ricorda l'epigrafe incisa, in ricordo della violenta epidemia di colera che interessò la cittadina nel 1867. La fine dell'epidemia fu attribuita a San Lorenzo. Il monumento, in pietra leccese, fu scolpito in stile barocco dai maestri Michele, Antonio e Raffaele Rizzo di Casarano. È costituito da un basamento con fregi barocchi su cui si eleva una colonna quadrangolare sulla cui sommità è posizionata la statua del Santo con in mano la graticola, simbolo del martirio subito. Abitanti censiti Al 31 dicembre 2020 a Lizzanello risultano residenti 311 cittadini stranieri. Le nazionalità principali sono: Romania - 42 Albania - 29 Siria - 29 Marocco - 25 Senegal - 23 Il dialetto parlato a Lizzanello è il dialetto salentino nella sua variante centrale che corrisponde al dialetto sancesariano e dialetto leccese. Il dialetto salentino si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: Messapi, Greci, Romani, Bizantini, Longobardi, Normanni, Albanesi, Francesi, Spagnoli. È presente sul territorio comunale un centro polifunzionale dedicato a Ennio De Giorgi, nipote dello scienziato Cosimo. Già cinema, nel 2003 è stato ristrutturato dall'Amministrazione Stabile e ridestinato come centro polifunzionale: al suo interno vengono svolti convegni, riunioni, seminari ma anche recite teatrali: la sala che fu dell'ex cinema prevede 200 posti a sedere compreso un loggione. Intitolata a Oscar Poleti, odontoiatria di Lizzanello, vede svolgersi al suo interno anche il Consiglio Comunale. Sito in piazza della Libertà, sorge il Laboratorio Urbano ribattezzato tale dall'Amministrazione Pedone che lo ha restituito alla comunità dopo la sua dismessa funzione di "mercato coperto". Inaugurato con il progetto "AllRight - Arte e Diritti Umani", il Laboratorio Urbano è teatro di presentazioni di libri, mostre artistiche e convegni inerenti al progetto "AllRight", con partnership dell'Università del Salento. Esistono a Lizzanello una scuola dell'infanzia, una scuola primaria e una scuola secondaria di I grado. Ogni scuola presenta una doppia sede, sia nel Comune sia nella frazione. Focara di San Lorenzo del Terremoto - 19 gennaio Festa e Fiera dell'Annunziata - 25 marzo Lizza Summer Festival - Primo Sabato di Luglio Festa di San Luigi Gonzaga - 20 e 21 giugno Festa di San Lorenzo Martire - 9 e 10 agosto L'agricoltura produce tabacco, olive, frumento, legumi e ortaggi. Vi operano frantoi oleari, molini e aziende per la lavorazione del legno. Degno di nota l'allevamento dei bovini. I collegamenti stradali principali sono rappresentati da: Strada statale 16 Adriatica Lecce-Maglie. Strada statale 16 racc Adriatica Lecce-Lizzanello. Tangenziale Est di Lecce Strada statale 694 Tangenziale Ovest di Lecce Il centro è anche raggiungibile dalle strade provinciali interne: SP25 Lizzanello-Castri di Lecce, SP136 Lizzanello-Merine, SP229 Lizzanello-Pisignano, SP241 Lizzanello-Lecce. Il centro di Lizzanello è raggiungibile anche dal confinante abitato di Cavallino attraverso la strada provinciale 24. Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune. Mario De Marco, Lizzanello. Storia e arte, Ed. Capone L., collana "Storie municipali", 1983. Merine Arcidiocesi di Lecce Salento Valle della Cupa Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Lizzanello Sito ufficiale, su comune.lizzanello.le.it. Lizzanèllo, su sapere.it, De Agostini.

Orto botanico del Salento
Orto botanico del Salento

L'Orto botanico del Salento, ubicato nella periferia est di Lecce in adiacenza alla tangenziale, è un parco di interesse botanico e paesaggistico, in parte ancora in fase di realizzazione. È nato inizialmente come struttura satellite dell’Orto botanico di Lecce, per acquisire successivamente (2006) una propria autonomia giuridica a seguito dell’istituzione della Fondazione per la Gestione dell’Orto Botanico Universitario. Vi si accede da via Lorenzo Palumbo, traversa di via Cantù. Su di una grande estensione di terreno (circa 130.000 metri quadrati), interamente recintata da muro a secco, vivono oltre 500 specie botaniche differenti, che comprendono taxa introdotti della flora pugliese (piante della macchia mediterranea, dei boschi termofili, delle garighe) o micro-paesaggi vegetali spontanei costituiti da habitat di interesse comunitario (la cui lista è stabilita nell'allegato II della Direttiva Habitat), quali le praterie xeriche a dominanza di graminacee, su substrati calcarei con deboli strati di terra o più spesso roccia affiorante. Pregevole è la presenza in questi contesti di Stipa austroitalica Martinovský subsp. austroitalica, per la rarità, il valore simbolico ed il ruolo essenziale che ha nell'ecosistema, e di numerose specie di Orchidaceae. Un'altra parte dell’Orto è stata destinata a collezionare cultivar della tradizione agraria locale di piante da frutto, in particolare fichi, peri e drupacee quali mandorli, albicocchi, e susini. Completano le aree attualmente già configurate dell’orto botanico una foresta alimentare in fase di costruzione, con numerose piante officinali e un giardino sensoriale pensato per i non vedenti, realizzato con il contributo della Lions Clubs International Foundation. Oltre a luogo di incontro con la natura e con le persone svolge attività didattica diretta ai bambini, eventi e conferenze per gli amanti della biodiversità, del giardinaggio, dell’agricoltura naturale. Il nuovo Orto Botanico di Lecce: rinascita e prospettive di S. Marchiori, R. Accogli, A. Albano, P. Medagli, F. Ippolito, in Un mondo di piante, a cura di F. Ippolito, Edizioni Grifo, 2017 Orto botanico Elenco degli orti botanici in Italia Sito ufficiale dell'Orto botanico del Salento

Stadio Via del mare
Stadio Via del mare

Lo stadio Ettore Giardiniero, noto come Via del mare, è un impianto sportivo della città di Lecce. Ospita le partite casalinghe dell'Unione Sportiva Lecce e prende il nome dalla via dove è situato, la strada provinciale 364 per la località adriatica di San Cataldo; è il settimo stadio più capiente d'Italia, il terzo del Mezzogiorno, avendo una capienza di 40 670 posti, di cui 31 461 attualmente omologati. Nel 2009-2010 fu sede anche delle partite di Serie B del Gallipoli, per via dell'inagibilità del suo impianto, lo stadio Antonio Bianco. Il Via del mare sostituì lo stadio Carlo Pranzo, antico impianto da 12 000 posti intitolato alla memoria di un giovane leccese caduto nel 1942 in Africa all'età di 31 anni durante la seconda guerra mondiale. Nei primi anni della società salentina, dal 1924 al 1943, l'impianto sportivo presso cui la squadra era di scena era il "XXVIII ottobre", situato nel campo polisportivo "Achille Starace", intitolato al gerarca fascista e ubicato nei pressi di Porta Napoli. Quest'ultimo impianto era stato inaugurato il 30 aprile 1924 e dopo il suo abbattimento, avvenuto nel 1985, è divenuto prima un parcheggio per auto e successivamente un parco. Lo stadio Via del mare, della capienza iniziale di 16 000 posti, fu inaugurato l'11 settembre 1966 in occasione di un'amichevole tra Lecce e Spartak Mosca, terminata con il punteggio di 1-1 e seguita da 13 000 spettatori. Il 2 ottobre dello stesso anno lo stadio ospitò la prima partita ufficiale, il derby pugliese tra Lecce e Taranto (1-0), valido per la seconda giornata del campionato di Serie C 1966-1967, di fronte a 25 000 spettatori. La prima rete nel nuovo stadio in partite ufficiali fu segnata dal giallorosso Giancarlo Brutti. Il 24 giugno 1967 il Via del mare ospitò un'altra prestigiosa amichevole, tra il Lecce e il celebre Santos di Pelé. La partita terminò 5-1 per i brasiliani con tripletta di Pelé, autorete di Melideo e gol di Edu. I salentini erano riusciti a portarsi sul pari con un gol di Mammì. Inizialmente la capienza collaudata dello stadio Via del mare era di soli 16 000 spettatori e la conformazione degli spalti era diversa, con la tribuna principale affiancata da due strutture laterali. L'attuale assetto dell'impianto è, infatti, stato raggiunto dopo oltre un trentennio di lavori e ristrutturazioni apportati all'iniziale progetto. Già nel 1976 lo stadio leccese beneficiò di un primo necessario intervento di ampliamento che portò la capienza dell'impianto a 20 500 posti, attraverso la ricostruzione di una gradinata al di sopra della tribuna est. Con la prima promozione del Lecce in Serie A, giunta al termine della stagione 1984-1985, lo stadio fu quasi completamente ricostruito e ammodernato dall'impresa edile di proprietà del costruttore e presidente dell'Ascoli Costantino Rozzi. In meno di tre mesi la capienza arrivò a ben 55 000 posti grazie alla realizzazione di un anello superiore per i tre quarti delle tribune. Furono ricostruite le due curve, sedi del tifo organizzato: la nord (oggi sede degli Ultrà Lecce) e la sud (oggi sede degli Ovunque Lecce). Furono inoltre riedificate la tribuna centrale e la tribuna laterale furono creati i settori denominati distinti e tribuna est (con il cosiddetto "crescent"), la quale rimase invariata. L'impianto leccese divenne a questo punto il sesto stadio italiano per capienza, dopo quelli di Napoli, Milano, Roma, Torino e Firenze, e sarebbe rimasto il sesto stadio più capiente d'Italia fino al campionato mondiale di calcio 1990. Negli anni a venire, per far sì che tutti i posti a sedere fossero numerati, la capienza fu ridotta a 40 670 posti, in ottemperanza al decreto del Ministero dell'Interno che stabilisce di numerare tutti i posti a sedere per gli impianti sportivi in grado di ospitare oltre trentamila spettatori. In ogni caso, in considerazione dei moderati successi della squadra e delle contenute dimensioni della città, lo stadio Via del mare si segnala per il suo aspetto imponente abbinato ad una discreta prospettiva del campo, soltanto in parte penalizzata dalla presenza della pista di atletica. Lo stadio è disposto su due piani, con la sola tribuna principale provvista di copertura ed il resto degli spalti contornati da effetti cromatici giallorossi che richiamano, oltre ai colori sociali della squadra di casa, anche le tinte, il calore e le sfumature del folklore del Salento. Le poltroncine sono di colore rosso e giallo (i colori sociali della squadra) e compongono sulla tribuna est la scritta "U.S. Lecce". Dopo la sua quasi totale ristrutturazione, lo stadio di Lecce, insieme allo stadio Friuli di Udine, era l'unico stadio pronto per il campionato mondiale di Italia '90. Ciononostante, l'assegnazione delle partite del mondiale nella regione Puglia andò allo stadio San Nicola di Bari, fatto che causò alcune polemiche. Il 25 settembre 1985 il Via del mare ospitò per la prima volta una partita della nazionale maggiore italiana, l'amichevole Italia-Norvegia (1-2). Nel 1987 il Via del mare ospitò, con il tutto esaurito, due partite ufficiali del Milan allenato da Arrigo Sacchi: il 30 settembre contro lo Sporting Gijón per il ritorno dei trentaduesimi di finale di Coppa UEFA (3-0 per i rossoneri) e il 21 ottobre contro l'Espanyol per l'andata dei sedicesimi di finale dello stesso torneo (2-0 per gli spagnoli). Si giocò a Lecce a causa dell'indisponibilità di San Siro, squalificato dalla UEFA dopo i disordini di Milan-Waregem 1-2, ritorno degli ottavi di finale della Coppa UEFA 1985-1986. Nel febbraio 1993 lo stadio ospitò due partite del trofeo Squibb, competizione amichevole che vide la partecipazione di Lecce, Inter e Giappone. Nel 1994 lo stadio ospitò la messa celebrata da papa Giovanni Paolo II. Nel giugno 1997 lo stadio ospitò alcuni incontri dei XIII Giochi del Mediterraneo, nello specifico tre partite della fase a gironi e la semifinale vinta dall'Italia contro la Spagna. Nella stagione 1997-1998 lo stadio leccese ospitò la finale dei play-off per la promozione in Serie C1, vinta dal Crotone sul Benevento. Con delibera del Consiglio comunale, nel gennaio 2002 lo stadio fu intitolato all'ex sindaco della città salentina Ettore Giardiniero, che diede il via libera alla sua ricostruzione. Durante la prima giornata del campionato di Serie B 2007-2008 la sala stampa dello stadio fu intitolata al giornalista leccese Sergio Vantaggiato, scomparso tragicamente a Parigi nell'agosto 2007. Il 1º novembre successivo, dopo un allenamento della squadra giallorossa, il magazziniere del club Antonio De Giorgi fu colpito da un fulmine al collo, che lo uccise all'istante. Al momento dell'incidente erano presenti anche l'allenatore Papadopulo e il direttore sportivo Angelozzi, che ne uscirono illesi. In segno di lutto, la partita con il Cesena fu rinviata. Nel 2008 lo stadio fu dotato di illuminazione aggiuntiva, con lampioni posti in cima agli spalti non coperti. Il primo utilizzo di questa illuminazione risale alla partita Italia-Montenegro (2-1) del 15 ottobre 2008. Nel campionato di Serie B 2009-2010 lo stadio leccese ospitò le partite interne dell'allora esordiente Gallipoli. In quella stagione il Via del mare fu, dunque, sede di due derby, il 24 ottobre 2009 (Gallipoli-Lecce 0-3) di fronte a 7 584 spettatori e il 27 marzo 2010 (Lecce-Gallipoli 1-0) di fronte a 9 244 spettatori. Terminato il campionato, dopo la retrocessione, il fallimento e la conseguente iscrizione in Promozione Pugliese, la squadra gallipolina tornò a disputare le partite casalinghe allo stadio Antonio Bianco della città ionica. Dal 14 al 17 luglio 2011 lo stadio fu sede dell'edizione 2011 del festival musicale Italia Wave, che vide salire sul palco, tra gli altri, artisti di fama internazionale come Lou Reed, Paolo Nutini e i Kaiser Chiefs. A causa dell'aumento del numero di casi di violenze negli stadi, per motivi di sicurezza una parte della Curva Sud (quella che confina con il settore ospiti) fu chiusa e il numero dei posti omologati ridotto a 36 827. Con la caduta del Lecce in Lega Pro, il 31 gennaio 2013 la Curva Sud fu chiusa per motivi economici e la capienza scese a 14 287 posti. Il 26 luglio 2014 l'impianto ospitò un concerto del gruppo salentino dei Negramaro. Durante l'esibizione della band il terreno di gioco fu danneggiato: furono lasciati dei solchi sulla linea di gioco e l'area di rigore di fronte alla Curva Sud subì seri danni. Visto l'incombente impegno in Coppa Italia contro il Foligno, l'amministrazione comunale del capoluogo salentino si assunse l'onere di provvedere alla riparazione del campo, ma il Lecce si presentò alla prima partita ufficiale davanti ai propri tifosi su un terreno ai limiti del praticabile. Prima della compilazione dei calendari il club chiese di poter iniziare la stagione in trasferta, per via della problematica situazione del terreno di gioco dello stadio, ancora irrisolta. Perciò i salentini, come richiesto, cominciarono il proprio campionato ad Aprilia in casa della Lupa Roma il 31 agosto 2014. La società, con una nota ufficiale del 23 agosto, rese noto che per effettuare i lavori di ripristino del terreno di gioco del Via del mare non era stata versata alcuna somma di denaro da parte del comune. Il 25 agosto il presidente Savino Tesoro confermò che la prima gara casalinga di campionato contro il Barletta si sarebbe giocata regolarmente al Via del mare. Con l'arrivo della nuova proprietà guidata dall'avvocato Saverio Sticchi Damiani e dall'imprenditore Enrico Tundo, lo stadio fu ribattezzato, per la campagna abbonamenti 2015-2016, La Tana dei Lupi. Per la sola sfida casalinga di Lega Pro del 17 febbraio 2016 contro il Foggia la capienza fu portata da 14 287 a 17 983 posti a sedere. Il 1º aprile 2016 la capienza fu ulteriormente aumentata e raggiunse i 19 202 posti in maniera permanente, prima della gara interna contro il Matera. Il 29 aprile 2016 il Comune di Lecce mise in vendita l'impianto sportivo assieme all'edificio sede del tribunale, valutando il primo 18.900.000 euro. Nuove polemiche sulla gestione dello stadio sorsero nel luglio del 2018, quando, dopo un altro concerto dei Negramaro nello stadio (13 luglio), il manto erboso fu seriamente danneggiato. Dopo le rassicurazioni dell'amministrazione comunale, i lavori di rizollatura, iniziati negli ultimi giorni di agosto e proseguiti anche in orario notturno, furono ultimati in tempo per l'esordio casalingo del Lecce nel campionato di Serie B 2018-2019 contro la Salernitana, che ebbe luogo il 4 settembre 2018 su un campo in condizioni giudicate accettabili dal direttore di gara. Il 1º dicembre 2018 è stata inaugurata una targa posta in corrispondenza della porta 11 (appartenente al settore Curva Nord, sede degli ultrà giallorossi) per commemorare i giocatori Michele Lorusso e Ciro Pezzella, che 35 anni prima erano scomparsi tragicamente in un incidente stradale mentre si recavano alla stazione ferroviaria di Bari, dove avrebbero dovuto prendere un treno per raggiungere i compagni a Varese, dove avrebbero dovuto giocare l'incontro di campionato contro il Varese la successiva domenica, il 2 dicembre 1983. Entrambi i giocatori avevano timore dei voli aerei. Nell'aprile 2019 è stato approvato un aumento della capienza di ulteriori 6 263 posti per il campionato di Serie B in corso: dei 40 670 posti a sedere disponibili ne sono stati omologati 26 096, disponibili da Lecce-Brescia del 28 aprile. A seguito della ristrutturazione avvenuta nell'estate 2019, in conseguenza della promozione del Lecce in Serie A, la capienza massima autorizzata è stata portata a 31 533 spettatori. Il progetto di restyling ha previsto: il ripristino dei seggiolini, di colore giallo e rosso, nelle due curve e nella Tribuna Est, la riqualificazione della pista di atletica, che è stata ricoperta da un tappeto sintetico azzurro, l'installazione, in luogo dei cancelli di separazione delle tribune dal terreno di gioco, di nuovi pannelli trasparenti, una particolare attenzione al settore riservato ai disabili, un nuovo impianto di illuminazione, la totale ristrutturazione delle panchine, nonché interventi su strutture essenziali come gli impianti sanitari. Il costo degli interventi, che ammonta a circa 4 milioni di euro, è totalmente a carico dell'U.S. Lecce. L'impianto sarà ulteriormente migliorato con una copertura integrale di tutti i settori, intervento che il club giallorosso effettuerà grazie ai finanziamenti del CONI per effetto dell'assegnazione dei Giochi del Mediterraneo 2026 alla città di Taranto. Lecce, infatti, sarà sede calcistica della manifestazione. Il 7 giugno 2021 è stata siglata, con il comune di Lecce, la concessione d'uso decennale dello stadio all'Unione Sportiva Lecce. Nel maggio 2023, a seguito del nulla osta della commissione provinciale, sono tornati fruibili 921 posti della tribuna est, poi saliti a 986 il 1º giugno 2023. Per il campionato di Serie A 2023-2024 la capienza dello stadio viene portata a 31 461 posti omologati.. Per il campionato di Serie B 2023-2024 lo stadio ha ospitato in via eccezionale, nell'agosto 2023, la prima partita casalinga del Catanzaro, stante l'indisponibilità dello stadio Nicola Ceravolo. Lo stadio è suddiviso nei seguenti settori: Poltronissime Tribuna Centrale Superiore Tribuna Centrale Inferiore Distinti Nord/Ovest Distinti Nord/Est Distinti Sud/Ovest Distinti Sud/Est (Settore Ospiti) Tribuna Est Curva Nord Curva Sud Tribuna Stampa Zona Parterre Handicap Il Via del mare ha ospitato più volte amichevoli internazionali. Amichevoli Ufficiali Lo stadio Via del mare è stato sede di quattro incontri della nazionale di calcio dell'Italia: la gara di qualificazione al campionato del mondo 2006 del 12 ottobre 2005 contro la Moldavia e terminata con il punteggio di 2-1 in favore degli azzurri, la gara di qualificazione al campionato del mondo 2010 del 15 ottobre 2008 contro Montenegro e terminata anche in questo caso con il punteggio di 2-1 in favore dei padroni di casa, oltre a due precedenti amichevoli giocate contro la Norvegia (1-2 per gli ospiti, disputata il 25 settembre 1985) e il Belgio (1-3 per gli ospiti, svolta il 13 novembre 1999). Il 9 febbraio 2019 il Via del mare ha ospitato per la prima volta una partita del torneo di rugby del Sei Nazioni femminile 2019: la nazionale italiana di rugby femminile ha affrontato la nazionale gallese di rugby femminile. La partita è terminata con un pareggio per 3-3, derivante da due calci piazzati. Unione Sportiva Lecce Stadi italiani per capienza Stadi europei per capienza Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su stadio Via del Mare (EN) Stadio Via del mare, su Structurae. Sito ufficiale del Lecce, su uslecce.it. Mappa degli stadi italiani, su maps.google.it. Il tabellino della prima partita disputata al Via del Mare, su wlecce.it.

Chiesa di San Giovanni Battista (Lecce, Stadio)
Chiesa di San Giovanni Battista (Lecce, Stadio)

La chiesa di San Giovanni Battista è una chiesa del quartiere Stadio o 167 di Lecce. Ottimo esempio di architettura contemporanea del Sud Italia, è il frutto di una riuscita collaborazione tra architetti, artisti e liturgisti. Il progetto è di Franco Purini, Laura Thermes e Adriano Cornoldi. Costruita tra il 2000 ed il 2006, al suo interno racchiude inestimabili opere d'arte di Mimmo Paladino e Armando Marrocco. La Parrocchia di San Giovanni Battista trova la sua ubicazione nell'omonimo quartiere della città di Lecce (meglio conosciuto come quartiere Stadio o 167), con la traslazione del titolo di parrocchia dall’antica chiesa seicentesca costruita dal 1691 al 1728 nel centro storico, cuore del barocco leccese. Il trasferimento della parrocchia intitolata al “Battista” dal centro alla periferia della città avvenne per volere del dall’Arcivescovo di Lecce Michele Mincuzzi, il 4 settembre 1982 ed attuata con decreto arcivescovile. Localizzata in un insediamento di edilizia economica e popolare realizzato negli anni settanta, caratterizzato da manufatti disposti secondo un disegno poco strutturato, la chiesa di San Giovanni Battista è chiamata ad svolgere il ruolo di catalizzatore spaziale ed i ruolo urbano, proponendosi come il segno emergente di una comunità priva di elementi architettonici capaci di consentire ad essa di riconoscersi. Il grandioso progetto venne finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana tra il 1998 ed il 2001 con progetto affidato allo studio di architettura, rinomato a livello internazionale, di Franco Purini e sua moglie Laura Thermes, esponenti di spicco del neo razionalismo italiano ed in particolare della cosiddetta architettura disegnata. Ha collaborato alla progettazione il liturgista don Roberto Tagliaferri. Prima dell’attuale collocazione, la parrocchia era operativa nel quartiere occupando alcuni ambienti di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari. Nel 1990, fu costruita una struttura provvisoria più capiente e dignitosa: una grande aula che ha avuto funzione di chiesa (attualmente adibita a salone parrocchiale e visibile a destra dell’attuale chiesa) ed altre quattro aule per la sacrestia e la catechesi. Accanto a questo edificio sono poi sorte alcune strutture sportive che hanno costituito la base per la realizzazione dell’oratorio nel 1998. Il 23 ottobre 2000 iniziarono i lavori per la costruzione del nuovo complesso parrocchiale, che copre attualmente una superficie di 800 mq. Dopo 24 anni dal trasferimento della parrocchia dal centro al quartiere Stadio, il 24 giugno 2006 l’Arcivescovo Sua Ecc. Mons. Cosmo Francesco Ruppi, insieme al Parroco Mons. Nicola Macculi, consacrarono solennemente la nuova Chiesa integrata nel complesso dei servizi pastorali alla numerosa presenza di abitanti del quartiere. La presenza della Chiesa, preziosa dal punto di vista artistico, ben si armonizza con il contesto di un quartiere ai margini della città, ed ha stimolato un processo di grande rinnovamento e riqualificazione testimoniato dal progetto d’arte urbana 167, che ha consentito di realizzare nell'ottobre del 2017, favolosi murales sulle facciate dei palazzi: vere opere d’arte di qualificati Street artist e realizzare il “muro che unisce”, sul muro di cinta dei campetti sportivi dell’oratorio lungo 250 metri, uno dei murales più lunghi d’Italia. La Chiesa di San Giovanni Battista ed il suo centro parrocchiale è oggetto di adozione da parte dell’Istituto Comprensivo Stomeo-Zimbalo dal 2017 nell’ambito del progetto nazionale della Fondazione Napoli99 “La scuola adotta un Monumento”. Nell'anno scolastico 2018/2019 l'adozione ha riguardato anche la parte del complesso occupata dall'hortus conclusus, attraverso un percorso di formazione, con attività pratiche di orticultura e giardinaggio sociale sul frutteto e su alcune piante officinali. Il corpo di fabbrica che interessa la chiesa ha forma rettangolare e copre una superficie complessiva di 799,92 mq. La facciata formata dall’articolazione di più corpi, rivolta verso la strada, si apre su di un sagrato pavimentato in pietra di Apricena. Essa, nella sua semplicità e linearità, presenta una croce posta asimmetricamente a sinistra e più in alto rispetto all’ingresso principale della chiesa, il quale è inglobato in un vestibolo cubico, rivestito in pietra leccese che ospita la grande porta in terracotta e una serie di finestre a nastro. Il maestoso portale in terracotta, ideato da Mimmo Paladino rappresenta il passaggio dallo spazio urbano a quello di culto, tra il finito e l’infinito, tra l’umano e il divino. L’artista conferisce all’azione del passaggio il significato dell’essere pellegrino, status fondamentale del credente. Gli imponenti battenti sono realizzati dall’assemblaggio di irregolari pannelli ceramici dal color della terra, trattenuti l’un l’altro da punti metallici, sulla cui superficie si susseguono diversi segni simboleggiati da scarpe, ciotole, coppe, profili, sagome, conchiglie e pesci. Il campanile è collocato in posizione isolata ed è l’unico elemento a struttura verticale che si contrappone all’orizzontalità dell’intero complesso. E’ un parallelepipedo alto 27 metri e 30 composto da tre elementi strutturali alla cui sommità è posta una grande croce. La scala composta da 126 gradini porta alla sua sommità dove sono ospitate 2 campane collocate in momenti diversi. Sul retro della chiesa sono collocate la canonica, le opere parrocchiali attorno ad una piazza delimitata sul lato destro da un muro obliquo che va a definire un hortus conclusus collegato alla torre campanaria. E' una "stanza aperta", luogo di meditazione e preghiera, isolato dal mondo esterno dove sono state messe a dimora diverse essenze arboree e piante officinali tipiche del Salento. Il progetto affidato allo studio Purini/Thermes ha visto l’architetto Purini impegnato a realizzare uno spazio accogliente in grado di “radunare l’assemblea intorno all’altare, enfatizzando con l’azione stessa del raccogliersi intorno ad esso, il valore liturgico della sua centralità. La chiesa realizzata diventa così l’edificio che più di ogni altro parla al cuore dell’uomo perché riesce a trasmettere a chi vi accede una liturgia capace di fare incontrare Cristo”. Caratterizzato da un’unica aula liturgica l'interno si estende su una superficie di 597,80 mq; una pianta quadrata costruita su un modulo di sei metri, con ventiquattro metri di lato, che genera nelle tre dimensioni un ambiente pari alla metà di un cubo, definito alla sommità da un’armatura di alte travi, che formano un cassettonato dai profondi lacunari. La copertura, staccata dall’involucro murario per mezzo di una fenditura orizzontale che consente alla luce di entrare solennemente all’interno, si poggia su quattro pilastri, un numero che richiama simbolicamente i quattro Evangelisti In tutta la struttura il progettista ha utilizzato "l’intonaco, la pietra leccese, la pietra calcare ed il marmo di Trani, materiali usati per dare risalto e plasticità all'intera volumetria dell’opera stimolati dalla calda e nitida luce del Salento che riescono ad esprimere un’eccellente rappresentazione scenografica creando all'interno e all'esterno della chiesa un'atmosfera che trascende di bellezza e mistica sacralità". La costante presenza della luce solare, che penetra dalle tante finestre che circondano la sommità dell’aula, alcune di esse realizzate dall’eclettico artista Mimmo Paladino - sono decorate con meravigliosi mosaici sulle quali tra motivi geometrici, risaltano con vividi colori simboli della cristianità. Il rapporto tra luce e materia, di forte carica simbolica, i magistrali giochi di luce e di ombre non sono casuali ma voluti dal Purini ed inseriti nel suo progetto per esaltare la spiritualità del luogo. Le opere dell’edificio e quelle relative agli arredi sacri, affidate inizialmente allo scultore Giò Pomodoro, sono state realizzate da Mimmo Paladino e Armando Marrocco a causa dell’improvvisa morte del primo avvenuta nel 2002. Superata la porta bronzea, entrando si trovano le acquasantiere, opere in terracotta di limitata grandezza a forma di clessidra, incise ad oro, sulle quali sono raffigurati i simboli del Cristianesimo quali l’acqua, i pesci, la croce, la scala, l’ulivo, l’A e l’Ω e le lettere G e B per Giovanni Battista. A ridosso dell’entrata, nella parte destra dell’aula si può ammirare il Battistero: uno spazio autonomo ma armoniosamente inserito nel complesso dell’aula; il fonte battesimale è un essenziale calice di marmo immerso in una luce dorata e diffusa di vibrazioni cromatiche provenienti da una vetrata colorata; ci si trova dinanzi ad un mosaico inserito in un’area quadrangolare a due livelli di poco più profondi dove è raffigurata l’acqua in cui sono immersi dei pesci, esseri vivi che vivono sott’acqua ma non annegano e che simboleggiano il Cristo morto ma che resta vivo; una conchiglia simbolo di prosperità e di rinascita ed associata al mare simbolo del grembo materno; sul lato principale, invece, è riportata l’iscrizione simbolica UΔΩP ZΩN “vivere con l’acqua” ossia ritornare a Cristo; infine, sul lato opposto è raffigurato un ramoscello d’ulivo segno universale di pace e di concordia. Come le acquasantiere anche quest’opera è stata realizzata dal Paladino. Proseguendo sulla destra, oltre il Battistero, si può ammirare un altro capolavoro del Paladino: la statua dedicata alla figura cui la chiesa è intitolata: San Giovanni Battista, ultimo profeta e primo santo del Nuovo Nuovo Testamento. La statua in bronzo ad altezza naturale, è di una sconcertante bellezza per la sua compostezza e semplicità. L’immagine scarna, con pochi tratti scolpiti per definire le sue vesti, con uno sguardo austero forse nell’atto di contemplare il “Mistero fatto Carne" prima del Battesimo, presenta il braccio sinistro – sollevato, nella direzione del Battistero e con la mano sorregge la ciotola per raccogliere l’acqua. Con vigore e di grande potenza espressiva lungi dall’essere rappresentato come un anacoreta spettinato e sofferente, si presenta quasi fosse un sacerdote e l’apparente durezza del volto nasconde una profonda dolcezza. A sinistra dell’aula, in direzione opposta alla statua di san Giovanni Battista, vi è la Cappella feriale dedicata alle celebrazioni quotidiane e luogo più adatto alla preghiera personale. In essa è custodito il Tabernacolo inserito in una colonna, di marmo di Trani, alta due metri, alla cui sommità è in incisa la frase “Ecce Agnus Dei”. Al suo interno il Presbiterio è sollevato di un gradino rispetto al pavimento e sull’ambone sono incise la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco: l’alfa e l’omega, il principio e la fine di tutto. Al suo interno la luce ordisce come un arazzo da una vetrata collocata all’angolo di fondo a sinistra, inoltre questa è ben illuminata in quanto vi è la presenza, sul lato destro, di una grande finestra che partendo dal soffitto a mezz’altezza permette alla luce di cadere diffusamente a pioggia. Nella parte centrale e più interna della chiesa è collocato, su uno spazio elevato di tre gradini, il presbiterio al centro del quale si può ammirare il bellissimo altare come nucleo principale e alla sua destra la Cattedra affiancata da altri sedili. Sul lato opposto, l’ambone sul quale domina nella parte frontale una colomba scolpita dal maestro Marrocco e che simboleggia la salvezza ed una nuova era di pace tra Dio e gli uomini ma al contempo rappresenta lo Spirito Santo. Entrambi gli altari, opere del Marrocco, raffigurano al centro della Mensa Eucaristica un agnello come simbolo sacrificale per eccellenza. Di fronte all’entrata, come in un grande abbraccio è posto l'imponente Crocifisso, un tempo collocato nel Duomo. Dalla Cattedrale provengono anche i due battenti del portale di ingresso appoggiati alle pareti vicino al portale del Paladino. Il Crocifisso ligneo nel 2015 ha subito un delicato intervento di restauro a cura del maestro Marco Tommaso Fiorillo, che ha riportato alla luce l’antica policromia. Di straordinaria espressività il Cristo sulla Croce mostra indifese le sue ferite all’umanità. Di datazione incerta la sua realizzazione potrebbe collocarsi tra il XVI ed il XVII secolo. Anche l'attribuzione dell'opera è incerta, forse di Vespasiano Genuino, scultore gallipolino, che all’indomani del Concilio di Trento era divenuto famoso per la sua feconda produzione di Crocifissi. Nell’androne di ingresso alle sale parrocchiali, una gigantografia ritrae, in foto, il medesimo straordinario Cristo in Croce. La fotografia realizzata da Don Gerardo Ippolito, che tra l’altro ne aveva commissionato il restauro, ritrae l’opera prima dei restauri e permette di ammirarne da vicino tutti i particolari. Paladino. S. Giovanni Battista, una chiesa a Lecce. Architettura di Franco Purini, Siena, 2009. N. De Donnantonio, Complesso parrocchiale S. Giovanni Battista. Storia di un progetto fortemente voluto dalla comunità, p. 1-13. F. Purini, Complesso parrocchiale di San Giovanni Battista, Lecce, in "Casabella: rivista internazionale di architettura e urbanistica, 756 (2007), pp. 80-87. Franco Purini, Laura Thermes, Complesso parrocchiale San Giovanni Battista a Lecce, in "L'industria delle costruzioni: rivista tecnica dell'Associazione nazionale costruttori edili", n. 409 (2009), pp. 4-13. F. Purini, Costruire una chiesa. Lo spazio sacro come problema di architettura, in "Architettura e liturgia nel Novecento : esperienze europee a confronto : atti del 4. Convegno internazionale, Venezia, 26 e 27 ottobre 2006 / a cura di Giorgio Della Longa ... [et al.], Rovereto, Stella, 2008. Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa San Giovanni Battista https://www.diocesilecce.org/?s=chiesa+san+giovanni+lecce