place

Orto botanico del Salento

Errori di compilazione del template Interprogetto - template vuotoMusei di LecceOrti botanici della provincia di LeccePagine con mappeVoci con template Controllo di autorità ma senza codici
Orto Botanico del Salento
Orto Botanico del Salento

L'Orto botanico del Salento, ubicato nella periferia est di Lecce in adiacenza alla tangenziale, è un parco di interesse botanico e paesaggistico, in parte ancora in fase di realizzazione. È nato inizialmente come struttura satellite dell’Orto botanico di Lecce, per acquisire successivamente (2006) una propria autonomia giuridica a seguito dell’istituzione della Fondazione per la Gestione dell’Orto Botanico Universitario. Vi si accede da via Lorenzo Palumbo, traversa di via Cantù. Su di una grande estensione di terreno (circa 130.000 metri quadrati), interamente recintata da muro a secco, vivono oltre 500 specie botaniche differenti, che comprendono taxa introdotti della flora pugliese (piante della macchia mediterranea, dei boschi termofili, delle garighe) o micro-paesaggi vegetali spontanei costituiti da habitat di interesse comunitario (la cui lista è stabilita nell'allegato II della Direttiva Habitat), quali le praterie xeriche a dominanza di graminacee, su substrati calcarei con deboli strati di terra o più spesso roccia affiorante. Pregevole è la presenza in questi contesti di Stipa austroitalica Martinovský subsp. austroitalica, per la rarità, il valore simbolico ed il ruolo essenziale che ha nell'ecosistema, e di numerose specie di Orchidaceae. Un'altra parte dell’Orto è stata destinata a collezionare cultivar della tradizione agraria locale di piante da frutto, in particolare fichi, peri e drupacee quali mandorli, albicocchi, e susini. Completano le aree attualmente già configurate dell’orto botanico una foresta alimentare in fase di costruzione, con numerose piante officinali e un giardino sensoriale pensato per i non vedenti, realizzato con il contributo della Lions Clubs International Foundation. Oltre a luogo di incontro con la natura e con le persone svolge attività didattica diretta ai bambini, eventi e conferenze per gli amanti della biodiversità, del giardinaggio, dell’agricoltura naturale. Il nuovo Orto Botanico di Lecce: rinascita e prospettive di S. Marchiori, R. Accogli, A. Albano, P. Medagli, F. Ippolito, in Un mondo di piante, a cura di F. Ippolito, Edizioni Grifo, 2017 Orto botanico Elenco degli orti botanici in Italia Sito ufficiale dell'Orto botanico del Salento

Estratto dall'articolo di Wikipedia Orto botanico del Salento (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori, Immagini).

Orto botanico del Salento
Via Lorenzo Palumbo, Lecce

Coordinate geografiche (GPS) Indirizzo Luoghi vicini
placeMostra sulla mappa

Wikipedia: Orto botanico del SalentoContinua a leggere su Wikipedia

Coordinate geografiche (GPS)

Latitudine Longitudine
N 40.359828496165 ° E 18.220843325354 °
placeMostra sulla mappa

Indirizzo

Via Lorenzo Palumbo

Via Lorenzo Palumbo
73100 Lecce
Puglia, Italia
mapAprire su Google Maps

Orto Botanico del Salento
Orto Botanico del Salento
Condividere l'esperienza

Luoghi vicini

Stadio Via del mare
Stadio Via del mare

Lo stadio Ettore Giardiniero, noto come Via del mare, è un impianto sportivo della città di Lecce. Ospita le partite casalinghe dell'Unione Sportiva Lecce e prende il nome dalla via dove è situato, la strada provinciale 364 per la località adriatica di San Cataldo; è il settimo stadio più capiente d'Italia, il terzo del Mezzogiorno, avendo una capienza di 40 670 posti, di cui 31 461 attualmente omologati. Nel 2009-2010 fu sede anche delle partite di Serie B del Gallipoli, per via dell'inagibilità del suo impianto, lo stadio Antonio Bianco. Il Via del mare sostituì lo stadio Carlo Pranzo, antico impianto da 12 000 posti intitolato alla memoria di un giovane leccese caduto nel 1942 in Africa all'età di 31 anni durante la seconda guerra mondiale. Nei primi anni della società salentina, dal 1924 al 1943, l'impianto sportivo presso cui la squadra era di scena era il "XXVIII ottobre", situato nel campo polisportivo "Achille Starace", intitolato al gerarca fascista e ubicato nei pressi di Porta Napoli. Quest'ultimo impianto era stato inaugurato il 30 aprile 1924 e dopo il suo abbattimento, avvenuto nel 1985, è divenuto prima un parcheggio per auto e successivamente un parco. Lo stadio Via del mare, della capienza iniziale di 16 000 posti, fu inaugurato l'11 settembre 1966 in occasione di un'amichevole tra Lecce e Spartak Mosca, terminata con il punteggio di 1-1 e seguita da 13 000 spettatori. Il 2 ottobre dello stesso anno lo stadio ospitò la prima partita ufficiale, il derby pugliese tra Lecce e Taranto (1-0), valido per la seconda giornata del campionato di Serie C 1966-1967, di fronte a 25 000 spettatori. La prima rete nel nuovo stadio in partite ufficiali fu segnata dal giallorosso Giancarlo Brutti. Il 24 giugno 1967 il Via del mare ospitò un'altra prestigiosa amichevole, tra il Lecce e il celebre Santos di Pelé. La partita terminò 5-1 per i brasiliani con tripletta di Pelé, autorete di Melideo e gol di Edu. I salentini erano riusciti a portarsi sul pari con un gol di Mammì. Inizialmente la capienza collaudata dello stadio Via del mare era di soli 16 000 spettatori e la conformazione degli spalti era diversa, con la tribuna principale affiancata da due strutture laterali. L'attuale assetto dell'impianto è, infatti, stato raggiunto dopo oltre un trentennio di lavori e ristrutturazioni apportati all'iniziale progetto. Già nel 1976 lo stadio leccese beneficiò di un primo necessario intervento di ampliamento che portò la capienza dell'impianto a 20 500 posti, attraverso la ricostruzione di una gradinata al di sopra della tribuna est. Con la prima promozione del Lecce in Serie A, giunta al termine della stagione 1984-1985, lo stadio fu quasi completamente ricostruito e ammodernato dall'impresa edile di proprietà del costruttore e presidente dell'Ascoli Costantino Rozzi. In meno di tre mesi la capienza arrivò a ben 55 000 posti grazie alla realizzazione di un anello superiore per i tre quarti delle tribune. Furono ricostruite le due curve, sedi del tifo organizzato: la nord (oggi sede degli Ultrà Lecce) e la sud (oggi sede degli Ovunque Lecce). Furono inoltre riedificate la tribuna centrale e la tribuna laterale furono creati i settori denominati distinti e tribuna est (con il cosiddetto "crescent"), la quale rimase invariata. L'impianto leccese divenne a questo punto il sesto stadio italiano per capienza, dopo quelli di Napoli, Milano, Roma, Torino e Firenze, e sarebbe rimasto il sesto stadio più capiente d'Italia fino al campionato mondiale di calcio 1990. Negli anni a venire, per far sì che tutti i posti a sedere fossero numerati, la capienza fu ridotta a 40 670 posti, in ottemperanza al decreto del Ministero dell'Interno che stabilisce di numerare tutti i posti a sedere per gli impianti sportivi in grado di ospitare oltre trentamila spettatori. In ogni caso, in considerazione dei moderati successi della squadra e delle contenute dimensioni della città, lo stadio Via del mare si segnala per il suo aspetto imponente abbinato ad una discreta prospettiva del campo, soltanto in parte penalizzata dalla presenza della pista di atletica. Lo stadio è disposto su due piani, con la sola tribuna principale provvista di copertura ed il resto degli spalti contornati da effetti cromatici giallorossi che richiamano, oltre ai colori sociali della squadra di casa, anche le tinte, il calore e le sfumature del folklore del Salento. Le poltroncine sono di colore rosso e giallo (i colori sociali della squadra) e compongono sulla tribuna est la scritta "U.S. Lecce". Dopo la sua quasi totale ristrutturazione, lo stadio di Lecce, insieme allo stadio Friuli di Udine, era l'unico stadio pronto per il campionato mondiale di Italia '90. Ciononostante, l'assegnazione delle partite del mondiale nella regione Puglia andò allo stadio San Nicola di Bari, fatto che causò alcune polemiche. Il 25 settembre 1985 il Via del mare ospitò per la prima volta una partita della nazionale maggiore italiana, l'amichevole Italia-Norvegia (1-2). Nel 1987 il Via del mare ospitò, con il tutto esaurito, due partite ufficiali del Milan allenato da Arrigo Sacchi: il 30 settembre contro lo Sporting Gijón per il ritorno dei trentaduesimi di finale di Coppa UEFA (3-0 per i rossoneri) e il 21 ottobre contro l'Espanyol per l'andata dei sedicesimi di finale dello stesso torneo (2-0 per gli spagnoli). Si giocò a Lecce a causa dell'indisponibilità di San Siro, squalificato dalla UEFA dopo i disordini di Milan-Waregem 1-2, ritorno degli ottavi di finale della Coppa UEFA 1985-1986. Nel febbraio 1993 lo stadio ospitò due partite del trofeo Squibb, competizione amichevole che vide la partecipazione di Lecce, Inter e Giappone. Nel 1994 lo stadio ospitò la messa celebrata da papa Giovanni Paolo II. Nel giugno 1997 lo stadio ospitò alcuni incontri dei XIII Giochi del Mediterraneo, nello specifico tre partite della fase a gironi e la semifinale vinta dall'Italia contro la Spagna. Nella stagione 1997-1998 lo stadio leccese ospitò la finale dei play-off per la promozione in Serie C1, vinta dal Crotone sul Benevento. Con delibera del Consiglio comunale, nel gennaio 2002 lo stadio fu intitolato all'ex sindaco della città salentina Ettore Giardiniero, che diede il via libera alla sua ricostruzione. Durante la prima giornata del campionato di Serie B 2007-2008 la sala stampa dello stadio fu intitolata al giornalista leccese Sergio Vantaggiato, scomparso tragicamente a Parigi nell'agosto 2007. Il 1º novembre successivo, dopo un allenamento della squadra giallorossa, il magazziniere del club Antonio De Giorgi fu colpito da un fulmine al collo, che lo uccise all'istante. Al momento dell'incidente erano presenti anche l'allenatore Papadopulo e il direttore sportivo Angelozzi, che ne uscirono illesi. In segno di lutto, la partita con il Cesena fu rinviata. Nel 2008 lo stadio fu dotato di illuminazione aggiuntiva, con lampioni posti in cima agli spalti non coperti. Il primo utilizzo di questa illuminazione risale alla partita Italia-Montenegro (2-1) del 15 ottobre 2008. Nel campionato di Serie B 2009-2010 lo stadio leccese ospitò le partite interne dell'allora esordiente Gallipoli. In quella stagione il Via del mare fu, dunque, sede di due derby, il 24 ottobre 2009 (Gallipoli-Lecce 0-3) di fronte a 7 584 spettatori e il 27 marzo 2010 (Lecce-Gallipoli 1-0) di fronte a 9 244 spettatori. Terminato il campionato, dopo la retrocessione, il fallimento e la conseguente iscrizione in Promozione Pugliese, la squadra gallipolina tornò a disputare le partite casalinghe allo stadio Antonio Bianco della città ionica. Dal 14 al 17 luglio 2011 lo stadio fu sede dell'edizione 2011 del festival musicale Italia Wave, che vide salire sul palco, tra gli altri, artisti di fama internazionale come Lou Reed, Paolo Nutini e i Kaiser Chiefs. A causa dell'aumento del numero di casi di violenze negli stadi, per motivi di sicurezza una parte della Curva Sud (quella che confina con il settore ospiti) fu chiusa e il numero dei posti omologati ridotto a 36 827. Con la caduta del Lecce in Lega Pro, il 31 gennaio 2013 la Curva Sud fu chiusa per motivi economici e la capienza scese a 14 287 posti. Il 26 luglio 2014 l'impianto ospitò un concerto del gruppo salentino dei Negramaro. Durante l'esibizione della band il terreno di gioco fu danneggiato: furono lasciati dei solchi sulla linea di gioco e l'area di rigore di fronte alla Curva Sud subì seri danni. Visto l'incombente impegno in Coppa Italia contro il Foligno, l'amministrazione comunale del capoluogo salentino si assunse l'onere di provvedere alla riparazione del campo, ma il Lecce si presentò alla prima partita ufficiale davanti ai propri tifosi su un terreno ai limiti del praticabile. Prima della compilazione dei calendari il club chiese di poter iniziare la stagione in trasferta, per via della problematica situazione del terreno di gioco dello stadio, ancora irrisolta. Perciò i salentini, come richiesto, cominciarono il proprio campionato ad Aprilia in casa della Lupa Roma il 31 agosto 2014. La società, con una nota ufficiale del 23 agosto, rese noto che per effettuare i lavori di ripristino del terreno di gioco del Via del mare non era stata versata alcuna somma di denaro da parte del comune. Il 25 agosto il presidente Savino Tesoro confermò che la prima gara casalinga di campionato contro il Barletta si sarebbe giocata regolarmente al Via del mare. Con l'arrivo della nuova proprietà guidata dall'avvocato Saverio Sticchi Damiani e dall'imprenditore Enrico Tundo, lo stadio fu ribattezzato, per la campagna abbonamenti 2015-2016, La Tana dei Lupi. Per la sola sfida casalinga di Lega Pro del 17 febbraio 2016 contro il Foggia la capienza fu portata da 14 287 a 17 983 posti a sedere. Il 1º aprile 2016 la capienza fu ulteriormente aumentata e raggiunse i 19 202 posti in maniera permanente, prima della gara interna contro il Matera. Il 29 aprile 2016 il Comune di Lecce mise in vendita l'impianto sportivo assieme all'edificio sede del tribunale, valutando il primo 18.900.000 euro. Nuove polemiche sulla gestione dello stadio sorsero nel luglio del 2018, quando, dopo un altro concerto dei Negramaro nello stadio (13 luglio), il manto erboso fu seriamente danneggiato. Dopo le rassicurazioni dell'amministrazione comunale, i lavori di rizollatura, iniziati negli ultimi giorni di agosto e proseguiti anche in orario notturno, furono ultimati in tempo per l'esordio casalingo del Lecce nel campionato di Serie B 2018-2019 contro la Salernitana, che ebbe luogo il 4 settembre 2018 su un campo in condizioni giudicate accettabili dal direttore di gara. Il 1º dicembre 2018 è stata inaugurata una targa posta in corrispondenza della porta 11 (appartenente al settore Curva Nord, sede degli ultrà giallorossi) per commemorare i giocatori Michele Lorusso e Ciro Pezzella, che 35 anni prima erano scomparsi tragicamente in un incidente stradale mentre si recavano alla stazione ferroviaria di Bari, dove avrebbero dovuto prendere un treno per raggiungere i compagni a Varese, dove avrebbero dovuto giocare l'incontro di campionato contro il Varese la successiva domenica, il 2 dicembre 1983. Entrambi i giocatori avevano timore dei voli aerei. Nell'aprile 2019 è stato approvato un aumento della capienza di ulteriori 6 263 posti per il campionato di Serie B in corso: dei 40 670 posti a sedere disponibili ne sono stati omologati 26 096, disponibili da Lecce-Brescia del 28 aprile. A seguito della ristrutturazione avvenuta nell'estate 2019, in conseguenza della promozione del Lecce in Serie A, la capienza massima autorizzata è stata portata a 31 533 spettatori. Il progetto di restyling ha previsto: il ripristino dei seggiolini, di colore giallo e rosso, nelle due curve e nella Tribuna Est, la riqualificazione della pista di atletica, che è stata ricoperta da un tappeto sintetico azzurro, l'installazione, in luogo dei cancelli di separazione delle tribune dal terreno di gioco, di nuovi pannelli trasparenti, una particolare attenzione al settore riservato ai disabili, un nuovo impianto di illuminazione, la totale ristrutturazione delle panchine, nonché interventi su strutture essenziali come gli impianti sanitari. Il costo degli interventi, che ammonta a circa 4 milioni di euro, è totalmente a carico dell'U.S. Lecce. L'impianto sarà ulteriormente migliorato con una copertura integrale di tutti i settori, intervento che il club giallorosso effettuerà grazie ai finanziamenti del CONI per effetto dell'assegnazione dei Giochi del Mediterraneo 2026 alla città di Taranto. Lecce, infatti, sarà sede calcistica della manifestazione. Il 7 giugno 2021 è stata siglata, con il comune di Lecce, la concessione d'uso decennale dello stadio all'Unione Sportiva Lecce. Nel maggio 2023, a seguito del nulla osta della commissione provinciale, sono tornati fruibili 921 posti della tribuna est, poi saliti a 986 il 1º giugno 2023. Per il campionato di Serie A 2023-2024 la capienza dello stadio viene portata a 31 461 posti omologati.. Per il campionato di Serie B 2023-2024 lo stadio ha ospitato in via eccezionale, nell'agosto 2023, la prima partita casalinga del Catanzaro, stante l'indisponibilità dello stadio Nicola Ceravolo. Lo stadio è suddiviso nei seguenti settori: Poltronissime Tribuna Centrale Superiore Tribuna Centrale Inferiore Distinti Nord/Ovest Distinti Nord/Est Distinti Sud/Ovest Distinti Sud/Est (Settore Ospiti) Tribuna Est Curva Nord Curva Sud Tribuna Stampa Zona Parterre Handicap Il Via del mare ha ospitato più volte amichevoli internazionali. Amichevoli Ufficiali Lo stadio Via del mare è stato sede di quattro incontri della nazionale di calcio dell'Italia: la gara di qualificazione al campionato del mondo 2006 del 12 ottobre 2005 contro la Moldavia e terminata con il punteggio di 2-1 in favore degli azzurri, la gara di qualificazione al campionato del mondo 2010 del 15 ottobre 2008 contro Montenegro e terminata anche in questo caso con il punteggio di 2-1 in favore dei padroni di casa, oltre a due precedenti amichevoli giocate contro la Norvegia (1-2 per gli ospiti, disputata il 25 settembre 1985) e il Belgio (1-3 per gli ospiti, svolta il 13 novembre 1999). Il 9 febbraio 2019 il Via del mare ha ospitato per la prima volta una partita del torneo di rugby del Sei Nazioni femminile 2019: la nazionale italiana di rugby femminile ha affrontato la nazionale gallese di rugby femminile. La partita è terminata con un pareggio per 3-3, derivante da due calci piazzati. Unione Sportiva Lecce Stadi italiani per capienza Stadi europei per capienza Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su stadio Via del Mare (EN) Stadio Via del mare, su Structurae. Sito ufficiale del Lecce, su uslecce.it. Mappa degli stadi italiani, su maps.google.it. Il tabellino della prima partita disputata al Via del Mare, su wlecce.it.

Chiesa di San Giovanni Battista (Lecce, Stadio)
Chiesa di San Giovanni Battista (Lecce, Stadio)

La chiesa di San Giovanni Battista è una chiesa del quartiere Stadio o 167 di Lecce. Ottimo esempio di architettura contemporanea del Sud Italia, è il frutto di una riuscita collaborazione tra architetti, artisti e liturgisti. Il progetto è di Franco Purini, Laura Thermes e Adriano Cornoldi. Costruita tra il 2000 ed il 2006, al suo interno racchiude inestimabili opere d'arte di Mimmo Paladino e Armando Marrocco. La Parrocchia di San Giovanni Battista trova la sua ubicazione nell'omonimo quartiere della città di Lecce (meglio conosciuto come quartiere Stadio o 167), con la traslazione del titolo di parrocchia dall’antica chiesa seicentesca costruita dal 1691 al 1728 nel centro storico, cuore del barocco leccese. Il trasferimento della parrocchia intitolata al “Battista” dal centro alla periferia della città avvenne per volere del dall’Arcivescovo di Lecce Michele Mincuzzi, il 4 settembre 1982 ed attuata con decreto arcivescovile. Localizzata in un insediamento di edilizia economica e popolare realizzato negli anni settanta, caratterizzato da manufatti disposti secondo un disegno poco strutturato, la chiesa di San Giovanni Battista è chiamata ad svolgere il ruolo di catalizzatore spaziale ed i ruolo urbano, proponendosi come il segno emergente di una comunità priva di elementi architettonici capaci di consentire ad essa di riconoscersi. Il grandioso progetto venne finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana tra il 1998 ed il 2001 con progetto affidato allo studio di architettura, rinomato a livello internazionale, di Franco Purini e sua moglie Laura Thermes, esponenti di spicco del neo razionalismo italiano ed in particolare della cosiddetta architettura disegnata. Ha collaborato alla progettazione il liturgista don Roberto Tagliaferri. Prima dell’attuale collocazione, la parrocchia era operativa nel quartiere occupando alcuni ambienti di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari. Nel 1990, fu costruita una struttura provvisoria più capiente e dignitosa: una grande aula che ha avuto funzione di chiesa (attualmente adibita a salone parrocchiale e visibile a destra dell’attuale chiesa) ed altre quattro aule per la sacrestia e la catechesi. Accanto a questo edificio sono poi sorte alcune strutture sportive che hanno costituito la base per la realizzazione dell’oratorio nel 1998. Il 23 ottobre 2000 iniziarono i lavori per la costruzione del nuovo complesso parrocchiale, che copre attualmente una superficie di 800 mq. Dopo 24 anni dal trasferimento della parrocchia dal centro al quartiere Stadio, il 24 giugno 2006 l’Arcivescovo Sua Ecc. Mons. Cosmo Francesco Ruppi, insieme al Parroco Mons. Nicola Macculi, consacrarono solennemente la nuova Chiesa integrata nel complesso dei servizi pastorali alla numerosa presenza di abitanti del quartiere. La presenza della Chiesa, preziosa dal punto di vista artistico, ben si armonizza con il contesto di un quartiere ai margini della città, ed ha stimolato un processo di grande rinnovamento e riqualificazione testimoniato dal progetto d’arte urbana 167, che ha consentito di realizzare nell'ottobre del 2017, favolosi murales sulle facciate dei palazzi: vere opere d’arte di qualificati Street artist e realizzare il “muro che unisce”, sul muro di cinta dei campetti sportivi dell’oratorio lungo 250 metri, uno dei murales più lunghi d’Italia. La Chiesa di San Giovanni Battista ed il suo centro parrocchiale è oggetto di adozione da parte dell’Istituto Comprensivo Stomeo-Zimbalo dal 2017 nell’ambito del progetto nazionale della Fondazione Napoli99 “La scuola adotta un Monumento”. Nell'anno scolastico 2018/2019 l'adozione ha riguardato anche la parte del complesso occupata dall'hortus conclusus, attraverso un percorso di formazione, con attività pratiche di orticultura e giardinaggio sociale sul frutteto e su alcune piante officinali. Il corpo di fabbrica che interessa la chiesa ha forma rettangolare e copre una superficie complessiva di 799,92 mq. La facciata formata dall’articolazione di più corpi, rivolta verso la strada, si apre su di un sagrato pavimentato in pietra di Apricena. Essa, nella sua semplicità e linearità, presenta una croce posta asimmetricamente a sinistra e più in alto rispetto all’ingresso principale della chiesa, il quale è inglobato in un vestibolo cubico, rivestito in pietra leccese che ospita la grande porta in terracotta e una serie di finestre a nastro. Il maestoso portale in terracotta, ideato da Mimmo Paladino rappresenta il passaggio dallo spazio urbano a quello di culto, tra il finito e l’infinito, tra l’umano e il divino. L’artista conferisce all’azione del passaggio il significato dell’essere pellegrino, status fondamentale del credente. Gli imponenti battenti sono realizzati dall’assemblaggio di irregolari pannelli ceramici dal color della terra, trattenuti l’un l’altro da punti metallici, sulla cui superficie si susseguono diversi segni simboleggiati da scarpe, ciotole, coppe, profili, sagome, conchiglie e pesci. Il campanile è collocato in posizione isolata ed è l’unico elemento a struttura verticale che si contrappone all’orizzontalità dell’intero complesso. E’ un parallelepipedo alto 27 metri e 30 composto da tre elementi strutturali alla cui sommità è posta una grande croce. La scala composta da 126 gradini porta alla sua sommità dove sono ospitate 2 campane collocate in momenti diversi. Sul retro della chiesa sono collocate la canonica, le opere parrocchiali attorno ad una piazza delimitata sul lato destro da un muro obliquo che va a definire un hortus conclusus collegato alla torre campanaria. E' una "stanza aperta", luogo di meditazione e preghiera, isolato dal mondo esterno dove sono state messe a dimora diverse essenze arboree e piante officinali tipiche del Salento. Il progetto affidato allo studio Purini/Thermes ha visto l’architetto Purini impegnato a realizzare uno spazio accogliente in grado di “radunare l’assemblea intorno all’altare, enfatizzando con l’azione stessa del raccogliersi intorno ad esso, il valore liturgico della sua centralità. La chiesa realizzata diventa così l’edificio che più di ogni altro parla al cuore dell’uomo perché riesce a trasmettere a chi vi accede una liturgia capace di fare incontrare Cristo”. Caratterizzato da un’unica aula liturgica l'interno si estende su una superficie di 597,80 mq; una pianta quadrata costruita su un modulo di sei metri, con ventiquattro metri di lato, che genera nelle tre dimensioni un ambiente pari alla metà di un cubo, definito alla sommità da un’armatura di alte travi, che formano un cassettonato dai profondi lacunari. La copertura, staccata dall’involucro murario per mezzo di una fenditura orizzontale che consente alla luce di entrare solennemente all’interno, si poggia su quattro pilastri, un numero che richiama simbolicamente i quattro Evangelisti In tutta la struttura il progettista ha utilizzato "l’intonaco, la pietra leccese, la pietra calcare ed il marmo di Trani, materiali usati per dare risalto e plasticità all'intera volumetria dell’opera stimolati dalla calda e nitida luce del Salento che riescono ad esprimere un’eccellente rappresentazione scenografica creando all'interno e all'esterno della chiesa un'atmosfera che trascende di bellezza e mistica sacralità". La costante presenza della luce solare, che penetra dalle tante finestre che circondano la sommità dell’aula, alcune di esse realizzate dall’eclettico artista Mimmo Paladino - sono decorate con meravigliosi mosaici sulle quali tra motivi geometrici, risaltano con vividi colori simboli della cristianità. Il rapporto tra luce e materia, di forte carica simbolica, i magistrali giochi di luce e di ombre non sono casuali ma voluti dal Purini ed inseriti nel suo progetto per esaltare la spiritualità del luogo. Le opere dell’edificio e quelle relative agli arredi sacri, affidate inizialmente allo scultore Giò Pomodoro, sono state realizzate da Mimmo Paladino e Armando Marrocco a causa dell’improvvisa morte del primo avvenuta nel 2002. Superata la porta bronzea, entrando si trovano le acquasantiere, opere in terracotta di limitata grandezza a forma di clessidra, incise ad oro, sulle quali sono raffigurati i simboli del Cristianesimo quali l’acqua, i pesci, la croce, la scala, l’ulivo, l’A e l’Ω e le lettere G e B per Giovanni Battista. A ridosso dell’entrata, nella parte destra dell’aula si può ammirare il Battistero: uno spazio autonomo ma armoniosamente inserito nel complesso dell’aula; il fonte battesimale è un essenziale calice di marmo immerso in una luce dorata e diffusa di vibrazioni cromatiche provenienti da una vetrata colorata; ci si trova dinanzi ad un mosaico inserito in un’area quadrangolare a due livelli di poco più profondi dove è raffigurata l’acqua in cui sono immersi dei pesci, esseri vivi che vivono sott’acqua ma non annegano e che simboleggiano il Cristo morto ma che resta vivo; una conchiglia simbolo di prosperità e di rinascita ed associata al mare simbolo del grembo materno; sul lato principale, invece, è riportata l’iscrizione simbolica UΔΩP ZΩN “vivere con l’acqua” ossia ritornare a Cristo; infine, sul lato opposto è raffigurato un ramoscello d’ulivo segno universale di pace e di concordia. Come le acquasantiere anche quest’opera è stata realizzata dal Paladino. Proseguendo sulla destra, oltre il Battistero, si può ammirare un altro capolavoro del Paladino: la statua dedicata alla figura cui la chiesa è intitolata: San Giovanni Battista, ultimo profeta e primo santo del Nuovo Nuovo Testamento. La statua in bronzo ad altezza naturale, è di una sconcertante bellezza per la sua compostezza e semplicità. L’immagine scarna, con pochi tratti scolpiti per definire le sue vesti, con uno sguardo austero forse nell’atto di contemplare il “Mistero fatto Carne" prima del Battesimo, presenta il braccio sinistro – sollevato, nella direzione del Battistero e con la mano sorregge la ciotola per raccogliere l’acqua. Con vigore e di grande potenza espressiva lungi dall’essere rappresentato come un anacoreta spettinato e sofferente, si presenta quasi fosse un sacerdote e l’apparente durezza del volto nasconde una profonda dolcezza. A sinistra dell’aula, in direzione opposta alla statua di san Giovanni Battista, vi è la Cappella feriale dedicata alle celebrazioni quotidiane e luogo più adatto alla preghiera personale. In essa è custodito il Tabernacolo inserito in una colonna, di marmo di Trani, alta due metri, alla cui sommità è in incisa la frase “Ecce Agnus Dei”. Al suo interno il Presbiterio è sollevato di un gradino rispetto al pavimento e sull’ambone sono incise la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco: l’alfa e l’omega, il principio e la fine di tutto. Al suo interno la luce ordisce come un arazzo da una vetrata collocata all’angolo di fondo a sinistra, inoltre questa è ben illuminata in quanto vi è la presenza, sul lato destro, di una grande finestra che partendo dal soffitto a mezz’altezza permette alla luce di cadere diffusamente a pioggia. Nella parte centrale e più interna della chiesa è collocato, su uno spazio elevato di tre gradini, il presbiterio al centro del quale si può ammirare il bellissimo altare come nucleo principale e alla sua destra la Cattedra affiancata da altri sedili. Sul lato opposto, l’ambone sul quale domina nella parte frontale una colomba scolpita dal maestro Marrocco e che simboleggia la salvezza ed una nuova era di pace tra Dio e gli uomini ma al contempo rappresenta lo Spirito Santo. Entrambi gli altari, opere del Marrocco, raffigurano al centro della Mensa Eucaristica un agnello come simbolo sacrificale per eccellenza. Di fronte all’entrata, come in un grande abbraccio è posto l'imponente Crocifisso, un tempo collocato nel Duomo. Dalla Cattedrale provengono anche i due battenti del portale di ingresso appoggiati alle pareti vicino al portale del Paladino. Il Crocifisso ligneo nel 2015 ha subito un delicato intervento di restauro a cura del maestro Marco Tommaso Fiorillo, che ha riportato alla luce l’antica policromia. Di straordinaria espressività il Cristo sulla Croce mostra indifese le sue ferite all’umanità. Di datazione incerta la sua realizzazione potrebbe collocarsi tra il XVI ed il XVII secolo. Anche l'attribuzione dell'opera è incerta, forse di Vespasiano Genuino, scultore gallipolino, che all’indomani del Concilio di Trento era divenuto famoso per la sua feconda produzione di Crocifissi. Nell’androne di ingresso alle sale parrocchiali, una gigantografia ritrae, in foto, il medesimo straordinario Cristo in Croce. La fotografia realizzata da Don Gerardo Ippolito, che tra l’altro ne aveva commissionato il restauro, ritrae l’opera prima dei restauri e permette di ammirarne da vicino tutti i particolari. Paladino. S. Giovanni Battista, una chiesa a Lecce. Architettura di Franco Purini, Siena, 2009. N. De Donnantonio, Complesso parrocchiale S. Giovanni Battista. Storia di un progetto fortemente voluto dalla comunità, p. 1-13. F. Purini, Complesso parrocchiale di San Giovanni Battista, Lecce, in "Casabella: rivista internazionale di architettura e urbanistica, 756 (2007), pp. 80-87. Franco Purini, Laura Thermes, Complesso parrocchiale San Giovanni Battista a Lecce, in "L'industria delle costruzioni: rivista tecnica dell'Associazione nazionale costruttori edili", n. 409 (2009), pp. 4-13. F. Purini, Costruire una chiesa. Lo spazio sacro come problema di architettura, in "Architettura e liturgia nel Novecento : esperienze europee a confronto : atti del 4. Convegno internazionale, Venezia, 26 e 27 ottobre 2006 / a cura di Giorgio Della Longa ... [et al.], Rovereto, Stella, 2008. Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa San Giovanni Battista https://www.diocesilecce.org/?s=chiesa+san+giovanni+lecce

Merine
Merine

Merine è l'unica frazione di Lizzanello in provincia di Lecce. Situata nel Salento centro-settentrionale, dista 3 km dal centro del capoluogo comunale e si trova nelle immediate vicinanze della città di Lecce. Le varie interpretazioni circa l'etimologia del paese, riconducono il toponimo al volgare fiorentino màrie, proveniente dall'araldico mera (luogo ameno, delizioso e di pastura) o al termine merinos (ottima razza di pecore spagnole). Ad appena 3 km da Lecce, incontriamo la frazione di Merine, nel cui territorio esistevano i menhir scomparsi. Pare che Merine esistesse prima ancora di Lizzanello; si dice che la frazione sia sorta in epoca alto medioevale, intorno ad una grancia basiliana. Merine fino al XIII secolo fu incorporata alla Contea di Lecce e fu infeudata nel 1353, ai Carovineis che la possedettero sino al XV secolo. In quel tempo il luogo era soggetto, per la giurisdizione civile e penale, al Vescovo di Lecce. Il casale passò ai Montenegro e, nel 1613, ai Palmieri, che lo acquistarono per 20.500 ducati. Costoro furono signori del luogo fino all'800, ossia fino all'evasione della feudalità. A Merine, oltre le abitazioni a corte, esistono moderne costruzioni. Il centro storico ha l'aspetto di un agglomerato rurale, costituito da casupole realizzate con muratura irregolare e con il tetto a spiovente coperto da embrici. Gli ambienti di queste case contadine, all'esterno dipinte di bianco, sono angusti. Inoltre la struttura urbanistica della frazione di Lizzanello gravita intorno a masserie e ad altre costruzioni fortificate, che ora sono state totalmente assorbite dall'abitato. Evidentemente si tratta di dimore occupate dai ceti elevati dell'epoca, con la funzione di proteggersi in qualche modo dai briganti e dalle incursioni saracene e piratesche, provenienti dal mare fino a tutto il XVIII secolo. Dedicata a Santa Maria delle Grazie è la Chiesa Madre del paese, risale al 1641 ma fu rifatta nel 1878. Essa sorge al centro del paese nell'area di una precedente costruzione che, nella metà dell'Ottocento, era ridotta in pessimo stato.Si presenta con una sobria facciata in pietra leccese terminante con timpano triangolare, tipico dello stile neoclassico, e con una torre dell'orologio. Prima di accedere al tempio occorre ammirare l'artistico portale ligneo, realizzato nel 1983, in occasione dell'Anno Santo, e che lo scultore di Surbo Paolo Lani impreziosì con artistiche formelle in rame sbalzato che nelle fasce laterali raffigurano i mestieri dell'ormai tramontato mondo contadino del Salento, mentre al centro appaiono scene evangeliche che hanno per protagonisti la Vergine e Gesù, nonché la storia della Fascia. Nella parte superiore del portale due riquadri alludono ai titoli mariani più venerati a Merine: Santa Maria delle Grazie e Maria SS. Assunta. L'interno, a croce latina, misura in lunghezza m. 23,30 e in larghezza m. 7 nella navata e m. 14,50 nel transetto e ospita alcuni altari laterali e un altare maggiore caratterizzato da un particolare tabernacolo ligneo (XVII secolo, opera di Fra Giuseppe da Soleto), a due piani con semicupoletta ottagonale terminante con una croce. L'altare maggiore e il tabernacolo ligneo provengono da Lecce, dalla ex chiesa di S. Maria del Tempio convertita in caserma detta prima del "Tempio" e poi nel 1905 intitolata ad Oronzo Massa. Lungo il lato destro della navata troviamo la Cappella che ospita l'opera in cartapesta di G. Manzo raffigurante la Vergine Addolorata e il simulacro di Cristo Morto. La seconda cappella dedicata ai SS. Medici possiede una tela dei titolari. La terza cappella è dedicata alla Madonna del Rosario, raffigurata da una tela di buona fattura, di autore ignoto, ma assegnabile al XIX secolo, recentemente restaurata. Nel braccio di sinistra del transetto vi è l'altare in pietra leccese, dedicato all'Assunzione di Maria Vergine, che appare effigiata da una tela del 1878. Accanto, prima della nicchia che ospita la statua della Vergine Assunta, notiamo un ex voto costituito da una tavola lignea di cm. 59x26, che in bassorilievo raffigura l'Assunta e in basso un soldato che prega. L'opera, che fu realizzata dal siciliano Giovanni Errico nel 1942, nel 1946 dai reduci merinesi, i cui nomi sono incisi sulla facciata posteriore, fu donata alla Parrocchiale. Essi con migliaia di altri prigionieri della seconda guerra mondiale, dagli inglesi erano stati internati nel campo di Zonderwater, a circa 43 km da Pretoria, in Sudafrica, dove subirono tante sofferenze. Nel braccio destro del transetto incontriamo l'altare, in conglomerato di gesso e stucco dedicato a S. Vito, con tela del titolare, recentemente restaurata, nonché le nicchie con le statue di S. Rita e dell'Immacolata. Nel presbiterio troviamo la nuova mensa liturgica, per realizzare la quale venne abbattuto l'antico e monumentale Altare Maggiore i cui pezzi mancanti, dopo varie peripezie e contestazioni, ora provvisoriamente sono custoditi nel Seminario Arcivescovile di Lecce. Sopra l'antico Altare Maggiore poggia l'artistico tabernacolo ligneo, di cui si è accennato innanzi, e sui capitelli laterali dello stesso appaiono due angeli portafiamma in cartapesta, offerti nel 1941 dalle tabacchine di Merine, che avevano devoluto una giornata di salario. Nel lato di sinistra della chiesa vi è la Cappella del Sacro Cuore di Gesù, con simulacro in cartapesta. Indi la Cappella delle Anime Sante del Purgatorio che si dota di un altorilievo in cartapesta raffigurante la Madonna del Carmine e le anime supplici. L'ultima cappella di questo lato ospita il Battistero, con moderne raffigurazioni pittoriche del battesimo di Gesù ed altre scene allegoriche. Sul retrospetto della chiesa è conservato un piccolo organo del 1783, ben conservato e di recente restaurato, opera di Francesco Giovannelli. L'antica croce processionale costituisce un altro prezioso arredo della Parrocchiale di Merine. L'opera realizzata dal leccese Francesco De Matteis nel 1587, è in rame sbalzato e dorato, e reca la firma dell'autore. Il globo che regge la croce, invece venne realizzato, con motivi fitomorfi, dal merinese Poleta Quarta, che pure firmò il suo manufatto. La chiesa possiede, infine, un bellissimo Crocefisso in cartapesta che era posto sul lato destro del presbiterio. L'Opera, che è una vera rarità artistica, venne realizzata nel XVIII secolo da Pietro Surgente di Lecce e rappresenta il Christus Patiens, ossia sofferente, agonizzante, secondo i dettami scaturiti dal Concilio di Trento. Questo Crocefisso il 18 settembre 1994 venne esposto nel corso della solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Papa Giovanni Paolo II nello stadio di Lecce. Il 16 ottobre 2018, giorno in cui ricorreva il 40° anniversario dell’elezione di Karol Wojtyla a papa, la nuova chiesa parrocchiale di Merine è stata dedicata proprio a san Giovanni Paolo II; la prima in assoluto nell’Arcidiocesi di Lecce. Era stato l'arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi, l’11 Novembre 2007, a collocare la prima pietra, benedetta da Papa Benedetto XVI, su un terreno donato dalla sorelle Magliola. Del progetto iniziale, affidato ad Antonio Russo, è rimasta solo la pianta ottagonale e l’impostazione di base. Col passare del tempo e, a seguito delle indicazioni dell’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio, succeduto a Ruppi, e della progettazione dell’architetto Raffaele Parlangeli, sono state apportate alcune modifiche che hanno contribuito a rendere ancora più armoniosa l’intera aula liturgica. Al maestro Poli di Verona è spettata la realizzazione delle vetrate, il portone in bronzo e il mosaico del pavimento; mentre, al maestro Michele Carafa sono attribuite le opere marmoree che costituiscono l’altare maggiore, la sede liturgica, l’ambone e l’altare del SS. Sacramento, già da lui realizzate per la Cappella del Nuovo Seminario di Lecce e che, poi, ha provveduto a ricollocare nella nuova Chiesa di Merine. La ditta Luigi Giannone, infine, ha realizzato l’intera opera, che il 16 Ottobre 2018, è stata consegnata nelle mani dell’Arcivescovo Metropolita di Lecce, mons. Michele Seccia, il quale attraverso una Solenne Celebrazione liturgica e con il suggestivo rito di dedicazione della Chiesa e di consacrazione dell'altare, ha affidato il nuovo tempio all’intera comunità di Merine. La Chiesa di Maria SS. Assunta è il tempio più antico di Merine e si assegna al XV-XVI secolo in virtù delle inequivocabili strutture architettoniche che la contraddistinguono. Essa, infatti, in corrispondenza dei due ingressi, quello frontale e quello a destra, dove poi in epoca posteriore è sorto il Calvario, possiede le piombatoie, il che vuol dire che in caso di pericolo i fedeli che ivi si trovavano o si rifugiavano, salendo sulle terrazze versavano liquidi bollenti sugli assalitori. La Cappella, che fu l'originaria parrocchiale di Merine, è detta pure di S. Vito per la statua del Santo che ivi si conservava. Questo piccolo tempio, che i merinesi conoscono anche come chiesa ecchia venne restaurato nella seconda metà del '900 alla struttura originaria, compromessa da non poche manomissioni nel corso dei secoli. Nel 1960, nel corso di alcuni lavori, fu scoperta una absidiola di cui si ignorava l'esistenza in quanto il terriccio ed una pala di tela settecentesca raffigurante il transito della Vergine, l'avevano occultata. Si rinvennero, quindi, affreschi raffiguranti la Crocifissione, con S. Giovanni, la Vergine e le pie donne. Più in basso apparvero le immagini di S. Gregorio e di S. Ludovico da Tolosa, la cui fattura, probabilmente del XV secolo, rammenta per tanti aspetti i dipinti che illustrano la chiesa di S. Caterina, a Galatina, ed il tempietto di S. Stefano, a Soleto. Indi, nello stesso ambiente, apparve affrescata una Vergine col Bambino. La chiesetta dell'Assunta, di circa 65 m², con volta a botte, nel 1965 è stata restaurata con il contributo dello Stato, del Gen. Marco Bianco e con le offerte dei fedeli. Essa appartiene al tardo medioevo, alla cui epoca risalgono, probabilmente, l'originaria chiesa parrocchiale, intitolata a S. Maria delle Grazie, e quella del Crocifisso. La Cappella di Maria SS. Assunta è una delle poche costruzioni sacre fortificate che si trovano in Salento. Questo tempio, poi, possiede un altare barocco ben conservato, ai cui lati, scolpite in pietra leccese appaiono le statue di S. Oronzo e di S. Irene da Tessalonica, assegnabili alla fine del Seicento. Lo stemma dei Palmieri di Merine, che sormonta il fastigio dell'altare, ci induce a supporre la devozione dei baroni del luogo per la Vergine Assunta. Un tempo la chiesetta, oggi aperta al culto, doveva essere tutta affrescata nel proprio interno, tant'è che sulle pareti ancora si intravedono frammenti di varie raffigurazioni, oltre a quelle già citate nell'abside. Secondo la tradizione i merinesi vollero questa chiesetta per ringraziare la Vergine che li aveva salvati dalle aggressioni dei turchi. La Cappella, di forma quadrangolare, ha di fronte al portale sul un piccolo Osanna. Nel suo interno un arco a tutto sesto divide lo spazio in due ambienti, quello che ospita i fedeli e quello dove è collocato l'unico altare. Un quadro della Vergine di Costantinopoli campeggia sull'altare, ma di questo dipinto non si conosce né l'autore né l'epoca in cui venne realizzato, sicché si suppone che appartenga al tardo Settecento. Questo dipinto raffigura la protezione della Madonna per le genti del luogo. Essa brandisce un fulmine e si scorge una nave turca che fugge. In basso, a sinistra, la costa salentina, e proprio sul limite della terraferma alta e rocciosa appare una chiesa, probabilmente simbolo della cristianità protetta dai suoi intercessori, la Vergine innanzitutto. Altri arredi sacri di questa Cappella sono costituiti da una Statua in cartapesta della Vergine col Bambino, opera di un anonimo cartapestaio leccese del XIX secolo e da un piccolo Crocefisso ligneo Tempietto de Li Lei Nella campagna, a circa 3 km dal centro abitato, vi è una cappelletta, di circa 20 m², costruita di fronte alla masseria detta "Li Lei", che dà il nome al vicino boschetto ed alla cappelletta che sorge in uno spiazzo. Il tempietto, a struttura quadrangolare, è aperto a tre lati da bifore, mentre il lato ovest risulta chiuso in quanto contiene i resti di un piccolo altare. Presumibilmente del XIX secolo, il tempietto de "Li Lei" ha subito nel tempo più restauri, ma lo stile, semplice ed elegante, richiama il gusto architettonico tardo-medioevale. Il tempietto, essendo isolato nelle campagne, purtroppo, è facile preda dei male intenzionati. Infatti, alcuni anni fa, il piccolo altare del luogo sacro è stato distrutto e le colonne (che reggevano il peso della costruzione superiore) sono state trafugate. Prima che il tutto rovini, occorrerà ricostruire le colonne e restituire così il tempietto alla sua integrità. Cappella di Sant'Oronzo, chiesetta rurale sconsacrata, ormai un rudere, ma che un tempo appariva dotata di un altare con la tela raffigurante il Santo. Incavata in un muro di cinta troviamo rovinatissima e con qualche traccia di affresco, la nicchia dedicata alla Vergine del Rosario; Cappella del Crocifisso, adiacente al palazzo baronale e presumibilmente coeva alla Cappella dell'Assunta, era già in decadenza nella seconda metà dell'Ottocento. Lo stabile è di proprietà della famiglia Palmieri-Magliola, ed è oggi destinato ad usi civili. Forse degli inizi del XIX secolo, è la statua della Vergine Assunta, che per fattura e tipologia si assegna ad un cartapestaio leccese, abilissimo nel modellare la cartapesta. Per le delicate sembianze che possiede, la gente definisce la statua Madonna beddhra, la Madonna bella; preziosamente vestita, questa statua indossa abiti preziosi ed è cinta da una fascia, di fattura orientale, di seta intessuta con l'oro, di epoca molto antica, intorno alla quale la pietà popolare e l'immaginario collettivo dei merinesi, ha tramandato una leggenda. La fascia fu donata da una principessa turca al suo amato Oronzo di Merine, fatto schiavo dai turchi in una delle tante incursioni di quel tempo. Egli venne portato dal sultano che lo prese in simpatia e lo tenne in casa dove nacque l'amore con la figlia. Grazie alla sua fede Oronzo riuscì a convertire la principessa al culto della Madonna, ma quando il sultano scoprì il loro amore li ostacolò e i due cercarono di scappare ma vennero inseguiti da una flotta con la mezzaluna. Fu allora che la principessa disse ad Oronzo di scappare da solo e dandogli la fascia gli disse di votarsi alla Madonna che l'avrebbe protetto. Infatti, una tempesta fece ritirare la flotta del sultano ed Oronzo sbarcando a San Cataldo tornò a Merine e mise la fascia (come promesso all'amata) sul fianco della Vergine. Il Palazzo Baronale di Merine, sorse nell'area di una precedente costruzione feudale tra il XVI e il XVII secolo ad opera dei baroni Palmieri. Questo imponente palazzo, dotato di tanti ambienti che in un certo senso lo rendevano autosufficiente, era sicuramente guardato con timore e rispetto dai sudditi del barone. Oggi l'edificio, che discretamente si conserva, è conosciuto come Palazzo Palmieri-Magliola, e ciò perché, la baronessa Antonia Pamieri ultima discendente della sua famiglia, aveva sposato l'ingegnere Giuseppe Magliola. La costruzione, già nel tardo Ottocento, era in decadenza ed esso ospitò, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, una fabbrica di tabacco. Restò chiusa per molti anni sconosciuta ai merinesi, ma essendo divenuta proprietà del Comune di Lizzanello, furono avviati restauri e furono tra l'altro così scoperte interessanti pitture parietali, per tanto tempo ignorate in quanto occultate da strati di pittura. Il palazzo per la prima volta venne aperto al pubblico durante la "Sagra te lu Ranu" del 2007 che, per tradizione, a Merine si organizza nella seconda settimana di luglio. La masseria, al primo piano, si dota di una camera da letto con la volta riccamente affrescata con motivi floreali, con scene dell'Antico e Nuovo Testamento, e da bozzetti paesisti che rappresentano momenti di vita salentina. L'edificio, che si assegna alla fine del XVII secolo, probabilmente dovette essere costruito e abitato da un ecclesiastico, data la prevalenza delle scene sacre delle illustrazioni pittoriche. Masseria, detta "Lu Panareo", che sorge in via Montenegro; Abitazione fortificata di via Montenegro, di proprietà Linciano. Lu Sannà, termine dialettale che indica l'Osanna, è una colonna monolitica in pietra leccese, a sezione circolare, che sorge a pochi metri a sinistra dalla Parrocchiale e sulla cui sommità è posizionata una piccola statua di Maria SS. Assunta. Probabilmente del tardo XVIII secolo, Lu Sannà crollò frantumandosi durante alcuni lavori di manutenzione il 9 ottobre 1979. Poco tempo dopo il monumento venne restaurato ma, mentre la base originaria era a gradoni decrescenti, questa volta si pensò di realizzare una struttura circolare, invero brutta, e di ciò se ne dolse la gente che volle il ripristino della base così com'era l'originale. Ciò avvenne con il restauro del 2007 e, intanto, si era provveduto a rifare la statuetta della Vergine, con le sembianze dell'Assunta, consolidate dall'iconografia, sostituendo così il vecchio simulacro poco espressivo. Un'antica usanza è legata a questo Osanna, intorno al quale da tempo immemorabile compiono un giro i cortei funebri. Di dimensioni più piccole e di fattura più modesta del precedente è l'Osanna che si erge sul sagrato della Cappella della Vergine di Costantinopoli. Anche questa colonna, in pietra leccese, come la croce che la sovrasta, dovrebbe risalire al XV secolo. Il censimento del 2011 ha rilevato che il numero di abitanti del paese è di 4785 unità. Nei territori limitrofi di Merine (uniti al paese) vi sono gli agglomerati di Zona Erchie Piccolo (85 abitanti) e Zona Marangi (134 abitanti) (dati Istat). Negli ultimi anni il paese ha avuto un notevole incremento demografico dovuto alla vicinanza con la città di Lecce. Il dialetto parlato a Merine è il dialetto salentino nella sua variante centrale che corrisponde al Dialetto Leccese. Il dialetto salentino si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: messapi, greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli. Esistono a Merine una scuola dell'infanzia; una scuola primaria; una scuola secondaria di I grado. Solenni festeggiamenti si svolgono in onore della Vergine Assunta nelle giornate del 14 e 15 agosto. Altre feste minori, sempre con processioni e luminarie, quelle di S. Vito, di S. Antonio e di S. Luigi. Dal 1993 nel mese di luglio si svolge la "Sagra te lu Ranu" (Sagra del Grano), una manifestazione gastronomica organizzata dall'unica parrocchia del paese "Santa Maria delle Grazie". La principale squadra di calcio della città è l'A.S.D. Merine Calcio che milita nel girone A leccese di 3ª Categoria. Squadre minori che militano nei vari campionati Amatori sono: A.C. Amatori Merine, Real Salento Merine e Gioventù Merine. Mario De Marco Merine. Storia, arte e religiosità, Edizioni Grifo (2009) Lizzanello Arcidiocesi di Lecce Salento Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Merine Sagra te lu ranu

Pinacoteca d'arte francescana

La Pinacoteca d'arte francescana Roberto Caracciolo è un museo artistico di Lecce. La Pinacoteca, di proprietà dei frati francescani, è allestita nel palazzo Fulgenzio del XVI secolo. Strutturata in nove sale espositive, disposta su oltre 400 m² di superficie museale, raccoglie dipinti cinquecenteschi, seicenteschi e settecenteschi, per la maggior parte di derivazione da Luca Giordano e dal Solimena e provenienti da conventi francescani pugliesi. Tra le firme più illustri compare quella di Oronzo Tiso e Serafino Elmo, oltre ad altre opere attribuite a Giuseppe De Ribera e Francesco Fracanzano. Il percorso si conclude con le sale dedicate al XX secolo con le opere di Raffaello Pantaloni ed Ezechiele Leandro, Giuseppe Casciaro, e Stanislao Sidoti Al piano inferiore si trova l'ala della statuaria sacra che conserva opere in cartapesta leccese del XIX secolo e una sacra conversazione attribuita a Stefano da Putignano. Il palazzo cinquecentesco ospita anche il Ninfeo di Fulgenzio, luogo costruito per rinfrescarsi nelle giornate afose e torride dell'estate salentina, in quanto refrigerato dalle acque zampillanti delle fontane. Elvino Politi - Paolo Quaranta, "Catalogo -Pinacoteca Caracciolo", Ed. Salentina, Galatina 2018 Elvino Politi, "La Pinacoteca di Arte Francescana Caracciolo", Ed. Salentina, Galatina 2015. Antonio Febbraro-Giuseppina Pizzileo, Pinacoteca d'arte Francescana R. Caracciolo Fulgenzio Lecce, Ed. Salentina, Galatina 2009 Antonio Febbraro-Giuseppina Pizzileo, Raffaello Pantaloni, pittore francescano(1888-1952), Ed. Salentina, Galatina 2010. Sito ufficiale

Chiesa di San Lazzaro (Lecce)
Chiesa di San Lazzaro (Lecce)

La chiesa di san Lazzaro è una chiesa di Lecce. È situata fuori dal centro storico, sull'antica strada sterrata che portava alla marina di San Cataldo. La chiesa fu eretta la prima volta nel Quattrocento come attesta un documento del re Ferdinando I di Napoli che rivela la sua esistenza già prima del 1468. Fu riedificata sulle rovine della precedente nel 1763 e ampliata nel 1789. Elevata a parrocchia nel 1906, fu ulteriormente ingrandita nel 1916. Vicino alla vecchia Chiesa, vi era un ospedale per lebbrosi (il lazzaretto) ed esso fu ingrandito nel 1564. La chiesa ha una semplice facciata articolata su due ordini. Il primo ordine, diviso in tre zone da paraste, presenta un piccolo portale d'ingresso sul quale è posizionato lo stemma della città. Il secondo ordine, raccordato al primo da volute, presenta un'apertura circolare al centro. L'interno, a tre navate con abside, custodisce un affresco quattrocentesco di san Lazzaro proveniente dalla primitiva chiesa, un seicentesco Crocifisso ligneo di frà Angelo da Pietrafitta, proveniente dalla distrutta chiesa francescana di Santa Maria del Tempio, le tele dei quattro evangelisti, dell'Immacolata, di san Michele arcangelo, di san Cataldo vescovo, del Sacrificio di Abramo e del Martirio di Sant'Irene. Da menzionare sono inoltre una statua in legno di san Pantaleone e una statua in cartapesta di sant'Eligio, opera di Antonio Maccagnani. Di fronte alla chiesa si innalza la colonna di san Lazzaro edificata nel 1689. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Galatina (Lecce), Congedo Editore, 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa di San Lazzaro Sito ufficiale della Parrocchia di san Lazzaro, su parrocchiasanlazzarolecce.it. Visita virtuale della chiesa, su parrocchiasanlazzarolecce.it. URL consultato il 16 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 19 settembre 2013).