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Basilica di San Domenico Savio

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La Basilica di San Domenico Savio è un luogo di culto cattolico situato a Lecce, tra Via Salesiani e Via dei Palumbo. Si tratta di una delle chiese più importanti dedicate a San Domenico Savio.

Estratto dall'articolo di Wikipedia Basilica di San Domenico Savio (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori).

Basilica di San Domenico Savio
Via dei Salesiani, Lecce

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Coordinate geografiche (GPS)

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N 40.36369 ° E 18.18307 °
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Indirizzo

Chiesa dei Salesiani

Via dei Salesiani
73100 Lecce
Puglia, Italia
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Luoghi vicini

Pinacoteca d'arte francescana

La Pinacoteca d'arte francescana Roberto Caracciolo è un museo artistico di Lecce. La Pinacoteca, di proprietà dei frati francescani, è allestita nel palazzo Fulgenzio del XVI secolo. Strutturata in nove sale espositive, disposta su oltre 400 m² di superficie museale, raccoglie dipinti cinquecenteschi, seicenteschi e settecenteschi, per la maggior parte di derivazione da Luca Giordano e dal Solimena e provenienti da conventi francescani pugliesi. Tra le firme più illustri compare quella di Oronzo Tiso e Serafino Elmo, oltre ad altre opere attribuite a Giuseppe De Ribera e Francesco Fracanzano. Il percorso si conclude con le sale dedicate al XX secolo con le opere di Raffaello Pantaloni ed Ezechiele Leandro, Giuseppe Casciaro, e Stanislao Sidoti Al piano inferiore si trova l'ala della statuaria sacra che conserva opere in cartapesta leccese del XIX secolo e una sacra conversazione attribuita a Stefano da Putignano. Il palazzo cinquecentesco ospita anche il Ninfeo di Fulgenzio, luogo costruito per rinfrescarsi nelle giornate afose e torride dell'estate salentina, in quanto refrigerato dalle acque zampillanti delle fontane. Elvino Politi - Paolo Quaranta, "Catalogo -Pinacoteca Caracciolo", Ed. Salentina, Galatina 2018 Elvino Politi, "La Pinacoteca di Arte Francescana Caracciolo", Ed. Salentina, Galatina 2015. Antonio Febbraro-Giuseppina Pizzileo, Pinacoteca d'arte Francescana R. Caracciolo Fulgenzio Lecce, Ed. Salentina, Galatina 2009 Antonio Febbraro-Giuseppina Pizzileo, Raffaello Pantaloni, pittore francescano(1888-1952), Ed. Salentina, Galatina 2010. Sito ufficiale

Convento degli Agostiniani (Lecce)
Convento degli Agostiniani (Lecce)

Il convento degli Agostiniani, insieme alla chiesa di Santa Maria d'Ognibene, è un complesso architettonico della città di Lecce. Fu fondato il 18 aprile 1649, in un'area donata ai monaci dall'università che, dieci anni prima (13 marzo 1639) aveva deliberato di accogliere in città l'ordine agostiniano. Questi ultimi andarono via con la soppressione dell'ordine nel 1810 e dopo vi furono fino al 1866 i minori osservanti che fondarono una scuola di filosofia esistita fino al 1852. Senza nessun motivo di rilievo, la chiesa fu poi sconsacrata e diventò prima magazzino comunale e poi sartoria militare fino agli anni sessanta del XX secolo. Il complesso architettonico è costituito da una parte storicamente rilevante, corrispondente all'antico monastero degli Agostiniani scalzi e da un'area recintata del giardino nel quale sono ubicate le strutture dei vecchi ambienti militari di servizio già adibite a depositi. Attigua al convento è la chiesa barocca, conosciuta anche come "Santa Maria di Ognibene", a due ordini e con ancora quattro statue nelle loro nicchie. La facciata è conclusa da un timpano spezzato che accoglie la statua della Madonna col Bambino. L'interno è a navata unica e a croce latina, con tre cappelle per lato e intercomunicanti. L'altare maggiore non è più esistente, mentre ai lati sono rimasti a sinistra di chi entra, quattro altari di età barocca e a destra quattro altari di periodo ottocentesco. Al centro della crociera si innalza una cupola. La chiesa veniva anche chiamata dei Coronatelli in quanto i Padri Agostiniani scalzi veneravano la Vergine Incoronata. L'intero complesso architettonico è stato restaurato ed aperto al pubblico nel maggio del 2017 con il completamento degli spazi esterni e del Giardino di Ogni Bene, il giardino produttivo con frutteto caratterizzato da specie arboree autoctone e tipiche del paesaggio agrario salentino (querce, cipressi e specie da frutto) ed orti ornamentali con specie erbacee perenni aromatiche e da fiore. Scarse e frammentarie sono le notizie riferibili al giardino. Da alcuni atti di vendita trovati presso l’Archivio di Stato si ha notizia che lo stesso fosse noto come Giardino d’Ogni Bene e che la sua superficie fosse originariamente ben più vasta dell’attuale. Gli stessi documenti testimoniano che il giardino ha avuto sin dalla sua origine una funzione prevalentemente produttiva. Documentabile era la presenza di fichi, melograni, viti ed agrumi. Nel tempo con l’alternarsi di diversi proprietari e destinazioni d’uso, con lunghi periodi di abbandono fino ai nostri giorni, il giardino aveva perso per intero il suo assetto stratificato. L’assetto attuale del giardino, con la sua sobria compartimentazione in aiuole regolari disposte lungo assi ortogonali, è frutto di una rievocazione progettuale che tende a suggerire quali potessero essere le coltivazioni presenti un tempo. La distribuzione e ripetizione di aiuole di dimensioni e geometrie simili sono un chiaro riferimento sia al tema della classificazione botanica, che alla semplice orditura dei campi in piccole parcelle. L’impiego di materiali lapidei tipici della tradizione locale, accanto ad altri di uso più attuale, non tradisce la chiara datazione contemporanea del giardino. Il giardino di Ogni Bene Il giardino è suddiviso in aree riconoscibili: il frutteto con gli orti ornamentali con specie erbacee aromatiche, la vigna con i vitigni tipici del Salento, la piazza degli alberi di Giuda, un viale con bellissimi melograni, il giardino dei fiori ed il percorso perimetrale con specie tipiche della macchia mediterranea. Tutti gli alberi e una parte delle specie vegetali è provvista di cartellini per l’identificazione botanica. Il pergolato in pietra leccese abbellito da glicini ed iris, è stato ricostruito e posizionato sull’asse di un’analoga struttura, documentata nell’ambito della sorveglianza archeologica, verosimilmente risalente al periodo dell’occupazione militare del convento. Il giardino ha una forte valenza didattica per chi ama le piante ed osservare il loro mutare nelle diverse stagioni ed invita ad una fruizione rispettosa dei luoghi e della bellezza e fragilità della natura. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su convento degli Agostiniani

Chiesa di San Niccolò dei Greci
Chiesa di San Niccolò dei Greci

La chiesa di San Niccolò dei Greci (anche : San Nicola di Mira; Klisha e Shën Kollit in arbëresh), nota come "chiesa greca", sorge nel centro storico di Lecce. È sede della parrocchia di San Nicola di Mira appartenente all'eparchia di Lungro; al suo interno si svolgono funzioni di rito bizantino. Dalla fine del XV secolo una forte migrazione di popolazioni albanesi aveva interessato l'Italia, in particolare l'area meridionale, spinti dalle persecuzioni ottomane verso l'esilio per la libertà di culto e etnico-sociale. Gli albanesi in Italia avevano edificato nuove comunità in tutta Italia, anche nella provincia di Salento e nel tempo piccoli gruppi si erano trasferiti nella città di Lecce, creando una comunità compatta e omogenea, con una propria chiesa in rito bizantino. La storia delle comunità di rito bizantino, assai numerose in Terra d'Otranto, trova un'importante testimonianza nella Chiesa di San Nicolò dei Greci, parrocchia della colonia albanese e greca residente in città. Fino al 1575, la parrocchia San Niccolò dei Greci ebbe la sua sede in una cappella con annessa casa canonica, ubicata dove attualmente sorge la Chiesa del Gesù in Piazzetta Castromediano. Concessa l'area ai Gesuiti, la cappella venne distrutta e la colonia greca fu costretta a trasferirsi in altre chiese, fino a trovare definitiva sistemazione in quella di San Giovanni del Malato che fu riconsacrato a San Nicolò, detta dei Greci per i suoi riti orientali definiti greci (greco-cattolici). La chiesa risale probabilmente agli stanziamenti bizantini dell'Italia meridionale (IX secolo). Nel 1765, su disegno dei architetti Francesco Palma, Lazzaro Marsione, Lazzaro Lombardo e Vincenzo Carrozzao, l'edificio fu ricostruito venendo così ad assumere l'attuale connotazione tardobarocca con l'altare ad est [verso il sorgere del sole] e l'ingresso ad ovest [verso il tramonto] secondo l'architettura bizantina. La semplice facciata risulta tripartita da un doppio ordine di paraste, scandite orizzontalmente da una trabeazione. All'unico portale, con lunetta dal cartiglio barocco, corrisponde in alzato una finestra dal profilo mistilieno. L'ordine superiore, chiuso lateralmente da pinnacoli, risulta, movimentato, alleggerita da una decorazione a girali lapidei. Lo spazio interno presenta uno sviluppo ad aula unica monoabsidata, scandita in tre campate coperta a volta. Alcuni saggi, effettuati in occasione dei restauri, hanno individuato l'impianto dell'antica chiesa di fondazione medioevale, a tre navate chiuse da abside con tracce di affreschi, ancora visibili nell'attuale zona absidale. L'articolazione dello spazio liturgico riflette la funzionalità di chiesa bizantina. L'aula destinata ai fedeli è, infatti, separata dalla zona dell'altare (bema) tramite l'iconostasi in pietra leccese che, dotata di tre ingressi, accoglie tavole dipinte. Nel registro inferiore, allocate negli spazi tra le porte, sono le quattro icone raffiguranti [da sinistra] San Giovanni Battista, la Vergine col Bambino (Hodigitria), Gesù Sommo Sacerdote, San Nicola, delle quali le ultime tre conservano l'originaria stesura cinquecentesca. I dipinti della porta centrale, detta Reale, e di quelle laterali, rispettivamente con il “Noli me tangere” (non mi toccare), gli Arcangeli Michele e Gabriele, sono attribuiti a un pittore pugliese attivo tra il XVII e il XVIII secolo. Nel registro superiore sono la sequenza dei Dodici Apostoli fiancheggiata lateralmente dalle scene (quattro per lato) della vita di Cristo e della Vergine, il Crocifisso svettante al di sopra delle tre tavole della Deesis e inquadrato dalle immagini della Vergine Addolorata e di San Giovanni Evangelista. L'altare, che si trova dietro l'iconostasi, ha, secondo i canoni della liturgia bizantina, due mense laterali, la protesi a sinistra e il diaconicon, ed altre tavolette come la Trinità e la Vergine in trono, quest'ultima per la porticina della custodia. Degna di nota sono le tavole del Cristo Morto e di San Spiridione in trono, datate 1775. quest'ultima realizzata su un dipinto precedente e firmata da papàs Demetrio Bogdano (Dhimitër Bogdani; 1753-1841), prete-pittore, originario di Corfù. Bogdano fu parroco della chiesa fino al 1841 e intervenne sull'iconostasi dipingendo ex novo o ridipingendo alcune tavole. Dai pittori cretesi attivi a Venezia la comunità greca di Lecce acquistò alcune tavole; certamente la Hodigitria, il Cristo re dei re e San Nicola. Segno ininterrotto della tradizione bizantina in Terra d'Otranto, la chiesa è ancora oggi parrocchia di rito bizantino, dipendente dall'Eparchia di Lungro, in provincia di Cosenza. La divina liturgia viene celebrato in greco antico o in albanese. La preminenza della lingua greca nelle feste maggiori, in passato, ha fatto sì che queste popolazioni fossero scambiate per greche e non riconosciute per albanesi. Questo perché, sino all'Alto Medioevo, la lingua più utilizzata nella Chiesa d'Oriente, pur nella diversità di popolazioni ed etnie, era il greco antico (caso simile nella Chiesa d'Occidente in cui lo era il latino). Il suo santo patrono è San Nicola di Mira, un santo molto venerato dalle comunità albanesi, che si chiamano arbëreshë. La chiesa di San Niccolò dei Greci è la parrocchia della comunità arbëreshe residente a Lecce. Oggi la parrocchia possiede anche nuove icone in stile bizantino. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Arbëreshë Rito bizantino Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa di San Niccolò dei Greci

Basilica di Santa Croce (Lecce)
Basilica di Santa Croce (Lecce)

La basilica di Santa Croce è una chiesa del centro storico di Lecce, in via Umberto I. Insieme all'attiguo ex convento dei Celestini costituisce la più elevata manifestazione dello stile barocco e più in particolare del barocco leccese. Ha la dignità di basilica minore. Nell'area dell'attuale basilica, Gualtieri VI di Brienne aveva già fondato un monastero nel XIV secolo, ma fu solo dopo la metà del XVI secolo che si decise di trasformare l'area in una zona monumentale. Per reperire il terreno si requisirono case e proprietà degli ebrei, cacciati dalla città nel 1510. I lavori per la costruzione della basilica si prolungarono per due secoli, fra il XVI e il XVII secolo, e videro coinvolti i più importanti architetti cittadini dell'epoca. La prima fase della costruzione, cominciata nel 1549, terminò entro il 1582 e vide la costruzione della zona inferiore della facciata, fino all'enorme balconata sostenuta da telamoni raffiguranti uomini e animali. La cupola venne completata nel 1590. Secondo lo storico dell'arte Vincenzo Cazzato questa prima fase vide l'emergere della personalità di Gabriele Riccardi. Una successiva fase dei lavori, a partire dal 1606, durante la quale vennero aggiunti alla facciata i tre portali decorati, è marcata dall'impegno di Francesco Antonio Zimbalo. Al completamento dell'opera lavorarono successivamente Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo. Al primo è dovuta la costruzione della parte superiore della facciata e dello stupendo rosone (vicino al quale è scolpita la data 1646), al secondo va probabilmente attribuito il fastigio alla sommità della struttura. La facciata è composta da sei colonne a fusto liscio che sostengono la trabeazione e suddividono la struttura in cinque aree. Il portale maggiore, costruito nel 1606, presenta coppie di colonne corinzie ed espone le insegne di Filippo III di Spagna, di Maria d'Enghien e di Gualtieri VI di Brienne. Sulle porte laterali sono esposti gli stemmi della Congregazione dei Celestini. La trabeazione è sormontata da una successione di telamoni raffiguranti figure grottesche o animali fantastici e allegorici che sorreggono la balaustra, ornata di tredici putti abbracciati ai simboli del potere temporale (la corona) e spirituale (la tiara). Il secondo ordine della facciata è dominato dal grande rosone centrale di ispirazione romanica. Profilato da foglie di alloro e bacche presenta tre ordini a bassorilievo. Il rosone è ben evidenziato da due colonne corinzie, che separano la zona centrale da quelle laterali in cui sono delle nicchie con le statue di san Benedetto e papa Celestino V. Guardando il rosone, alla sua sinistra (esattamente alle ore nove), si nota l'autoritratto di Antonio Zimbalo. Agli estremi, a chiudere il profilo del secondo ordine, si ergono due grandi statue femminili, simboleggianti la Fede e la Fortezza. Il timpano, col trionfo della Croce al centro, chiude superiormente la facciata. Seguendo il programma iconografico tipico della spiritualità benedettina (a cui i Celestini appartenevano) e agostiniana, la facciata, così come riportato dal cartiglio dedicatorio posto sul portale maggiore, raffigura il trionfo del Vessillo della Croce, con allusione, quindi all'esaltazione del sacro legno, la cui reliquia è conservata all'altare del transetto sinistro. Il complesso sistema figurativo dei telamoni che racchiude in sé tutte le culture e le provenienze umane (è raffigurata la Lupa capitolina, il dragone dei papa Borghese, soldati aragonesi e turchi) sottolinea la cattolicità della Chiesa e la potenza redentrice del Cristo su tutta l'umanità. L'interno, a croce latina, era originariamente ripartito in cinque navate, due delle quali furono successivamente riassorbite in cappelle laterali aggiunte nel XVIII secolo. Le volte delle navate sono sorrette da due ordini di colonne, in tutto diciotto, le prime due sono addossate alla parete esterna, le ultime quattro binate delimitano il transetto e l'arco trionfale. La navata maggiore è coperta da un fastoso soffitto a cassettoni in legno di noce con dorature, mentre le navate laterali sono sormontate da volte a crociera. Nel quadrivio di intersezione dei due bracci della croce si innalza un'alta cupola decorata con festoni di foglie d'acanto, angioletti e motivi floreali. Nel presbiterio, spogliato nel corso dei secoli del coro ligneo e dell'originario altare maggiore, si può ammirare l'abside polilobata e costolonata. L'attuale altare maggiore di epoca settecentesca fu prelevato nel 1956 dalla chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo in occasione del XV Congresso eucaristico nazionale tenutosi in città in quell'anno. Le pareti absidali sono decorate dai dipinti dell'Adorazione dei pastori, dell'Annunciazione, della Visita di Maria a sant'Elisabetta e de Il riposo nella fuga in Egitto. A sinistra dell'altare maggiore sorge il monumento funebre a Mauro Leopardo, abate del convento dei Celestini. Lungo le navate si aprono sette profonde cappelle per lato, al cui interno si trovano splendidi altari riccamente decorati. Complessivamente la chiesa accoglie sedici altari barocchi. Nella navata sinistra, partendo dall'ingresso, si susseguono gli altari dedicati a san Pier Celestino, all'Immacolata, all'Annunciazione, alla Madonna del Carmine, a sant'Andrea Avellino, a sant'Irene e alla Pietà. Nel transetto sinistro è l'altare dedicato a san Francesco da Paola, capolavoro di Francesco Antonio Zimbalo, che lo realizzò tra il 1614 e il 1615, da molti studiosi considerato la massima espressione scultorea del barocco in Terra d'Otranto. Nel transetto destro sono collocati gli altari della Trinità e quello della Santa Croce, quest'ultimo opera barocca del 1637 di Cesare Penna, commissionata dall'abate generale dei Celestini Celso Amerighi. Lungo la navata destra si aprono sei cappelle con gli altari dell'Apparizione del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Alacoque, di sant'Oronzo, di san Filippo Neri, di san Michele arcangelo, della Natività del Signore e di sant'Antonio da Padova. In quest'ultima cappella è conservato un cinquecentesco affresco della Madonna di Costantinopoli. L'organo a canne della basilica è stato costruito dai Fratelli Ruffatti nel 1961. Collocato ai due lati del presbiterio, è a trasmissione elettrica e ha due tastiere di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32. La sistemazione della basilica nel XIX secolo fu molto contrastata dai critici. L'elaborata decorazione della facciata veniva vista come qualcosa di ridicolo e di pessimo gusto. Nel XX secolo comincia un costante movimento di rivalutazione e vengono pubblicati numerosi studi sui complessi simbolismi della facciata. Attualmente la basilica è considerata uno dei capolavori architettonici della città. I monaci celestini amministrarono convento e basilica fino alla soppressione dell'ordine nel 1807. Successivamente la chiesa rimase abbandonata e il palazzo annesso divenne sede di uffici pubblici. Anche attualmente il palazzo dei Celestini ospita gli uffici della prefettura e della provincia. La chiesa, dal 1833, è affidata all'Arciconfraternita della Santissima Trinità. Mario De Marco, Lecce. Le iscrizioni latine della basilica di Santa Croce, Edit Santoro, 2008 Michele Paone, Guida di Santa Croce. Chiesa e monastero dei Celestini di Lecce, Congedo, 1994 Vincenzo Cazzato, Il barocco leccese, Bari, Laterza, 2003 Mario Manieri Elia, Il barocco leccese, Milano, Electa Mondadori, 1989 Giulio Cesare Infantino, Lecce sacra, di D. Giulio Cesare Infantino,... ove si tratta delle vere origini e fondationi di tutte le chiese, monasterii, cappelle, spedali et altri luoghi sacri della città di Lecce... P. Micheli, Lecce - 1634 Architettura barocca Barocco leccese Wikibooks contiene testi o manuali sulla disposizione fonica dell'organo della basilica Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su basilica di Santa Croce L'organo, su organaria.it.

Castello di Lecce
Castello di Lecce

Il castello di Lecce si trova a ridosso del centro cittadino, più precisamente poco più ad est di esso, nei pressi di piazza Sant'Oronzo. L'imperatore Carlo V d'Asburgo nel 1539 emanò l'ordine di demolire il vecchio baluardo principesco, risalente al Medioevo, e di costruire una nuova fortezza, all'avanguardia con le tecniche di architettura militare. I lavori di costruzione e di progettazione furono affidati a Gian Giacomo dell'Acaya, ingegnere generale del Regno di Napoli. La parte più esterna fu realizzata tra il 1539 e il 1549. Nel 1872 venne colmato il fossato che lo circondava ed eliminati i ponti elevatori delle due porte: ("Porta Reale" e la "Porta Falsa o di Soccorso", recentemente riaperta) sul lato posteriore, che è quello più sviluppato ed il più fortificato, per contrastare i pericolosi attacchi che provenivano dalla vicina costa del mare Adriatico. Sembrano essere documentate almeno tre porte d'ingresso al castello: La "Prima Porta" o primus introitus (registro del 1463), che ora apre su Piazza Libertini, probabilmente la "Porta Regale" menzionata nel 1544-5; La "Porta ferrata" o la porta versus civitatem (1463), che apre sulla città; La cosiddetta "Porta falsa" (1463), probabilmente accanto alla Torre Magistra. Per far posto all'imponente mole del castello fu demolito il Convento dei Celestini con l'annessa Chiesa di Santa Croce, in seguito riedificati in via Umberto I, e l'elegante reggia di cui rimane qualche traccia, inglobata nel corpo di fabbrica centrale: il Mastio a Nord-Est, la torre collocata a sinistra nel cortile a la "Torre mozza" posta a Sud-Ovest. Il castello non ebbe solo funzioni difensive; per esempio, nel XVIII secolo una delle sale fu adibita a teatro. Dal 1870 al 1979 il Castello fu caserma e distretto militare. Il 30 aprile 1983 l'Amministrazione Militare cedette il Castello al Comune di Lecce, che oggi lo utilizza come sede dell'Assessorato alla Cultura e centro per le attività culturali. Il primo piano del castello, area Nord-Ovest e area Sud-Est, è utilizzato per collocarvi eventi, promuovere iniziative culturali e realizzarvi percorsi espositivi. Recenti indagini archeologiche svolte dall'Università del Salento hanno messo in luce il nucleo (almeno ad oggi) più antico del maniero, che è da far risalire al XIII secolo e inizi del XIV secolo cioè tra l'età sveva e quella angioina. Da riferire a tale periodo è la torre alta e svettante di forma quadrata che si trova al centro della fortezza del Cinquecento, da cui si sviluppò tutto l'impianto del castello così come appare oggi. Nel corso del Cinquecento come spesso accade nel area salentina il maniero venne profondamente modificato e ciò che vediamo oggi è in gran parte da collegare a tale periodo. Sappiamo che vi lavorarono diverse personalità legate all'architettura militare in particolare, Gian Giacomo dell'Acaya (ma su questo non vi è certezza). La forma dell'edificio difensivo è quadrangolare con ai quattro angoli altrettanti "bastioni" da Ovest verso est in senso orario vediamo: il bastione detto di S. Croce, quello di S. Martino, S. Giacomo e S. Trinità. La forma ricalca quella tipica delle fortificazioni con baluardi agli angoli. Nella fortezza leccese vengono impiegati dei baluardi "fiancheggiati alla moderna", con i baluardi che rinserrano la cortina, muro rettilineo fra i due bastioni. Questo particolare concetto di architettura militare è stato particolarmente curato verso il lato ovest (quello che dava verso il centro cittadino). Il castello si trova lungo una via di comunicazione molto importante sin dal periodo romano e poi medievale, da qui infatti si poteva giungere al Porto di San Cataldo, il porto di Lecce. L'unica porta che consentiva l'accesso dalla città era la cosiddetta porta Reale, ben protetta dai bastioni S. Martino e S. Croce. Un'ulteriore porta si trovava sul lato opposto. Su entrambe le porte del castello vi era lo Stemma imperiale asburgico. L'edificio era completamente circondato da un fossato, oggi obliterato da strutture successive aggiunte in particolare nel corso dell'Ottocento; una leggenda narra che gli Orsini Del Balzo nel corso del Trecento tenessero nel fossato un orso bianco, sia come "status symbol" che per scoraggiare eventuali intrusioni; sulla porta ad est inoltre sono ancora presenti i segni dove doveva poggiare il ponte levatoio di cui erano munite entrambe le porte. Il castello era ben munito di pezzi di artiglieria a più livelli. Sono ancora qua e là visibili i punti dove venivano collocati i cannoni. V. Zacchino, Lecce e il suo castello, Lecce, Messapica, 1974. M. Cazzato, Guida ai castelli Pugliesi 1. La provincia di Lecce, Martina Franca, Congedo, 1997. P. Arthur, M. Tinelli, B. Vetere, Archeologia e storia nel castello di Lecce: notizie preliminari, "Archeologia Medievale", XXXV (2008), pp. 333-364. Castelli della provincia di Lecce Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su castello di Lecce

Chiesa di San Lazzaro (Lecce)
Chiesa di San Lazzaro (Lecce)

La chiesa di san Lazzaro è una chiesa di Lecce. È situata fuori dal centro storico, sull'antica strada sterrata che portava alla marina di San Cataldo. La chiesa fu eretta la prima volta nel Quattrocento come attesta un documento del re Ferdinando I di Napoli che rivela la sua esistenza già prima del 1468. Fu riedificata sulle rovine della precedente nel 1763 e ampliata nel 1789. Elevata a parrocchia nel 1906, fu ulteriormente ingrandita nel 1916. Vicino alla vecchia Chiesa, vi era un ospedale per lebbrosi (il lazzaretto) ed esso fu ingrandito nel 1564. La chiesa ha una semplice facciata articolata su due ordini. Il primo ordine, diviso in tre zone da paraste, presenta un piccolo portale d'ingresso sul quale è posizionato lo stemma della città. Il secondo ordine, raccordato al primo da volute, presenta un'apertura circolare al centro. L'interno, a tre navate con abside, custodisce un affresco quattrocentesco di san Lazzaro proveniente dalla primitiva chiesa, un seicentesco Crocifisso ligneo di frà Angelo da Pietrafitta, proveniente dalla distrutta chiesa francescana di Santa Maria del Tempio, le tele dei quattro evangelisti, dell'Immacolata, di san Michele arcangelo, di san Cataldo vescovo, del Sacrificio di Abramo e del Martirio di Sant'Irene. Da menzionare sono inoltre una statua in legno di san Pantaleone e una statua in cartapesta di sant'Eligio, opera di Antonio Maccagnani. Di fronte alla chiesa si innalza la colonna di san Lazzaro edificata nel 1689. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Galatina (Lecce), Congedo Editore, 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa di San Lazzaro Sito ufficiale della Parrocchia di san Lazzaro, su parrocchiasanlazzarolecce.it. Visita virtuale della chiesa, su parrocchiasanlazzarolecce.it. URL consultato il 16 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 19 settembre 2013).