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Palazzo baronale di Lizzanello

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Torre di Lizzanello
Torre di Lizzanello

Il palazzo baronale di Lizzanello, anche noto come Palazzo Paladini, dal nome della famiglia feudataria che lo eresse, è di origine quattrocentesca e fu edificato originariamente come castello. Modificato una prima volta nel Cinquecento, fu trasformato in residenza signorile da Giovanni Paladini nel XVII secolo. Ha subito arricchimenti e modifiche nel corso dei secoli seguenti, in particolare in epoca neoclassica. Della struttura originaria rimane, nella parte posteriore, una torre in pietra leccese. La torre possiede una base tronco-conica e si sviluppa con una pianta cilindrica. L'interno custodisce lo stemma dei Paladini consistente in uno scudo diviso in quattro parti, con due gigli bianchi su corpo rosso e due rossi su corpo bianco: la targa è sormontata da un cimiero e riposa sulla croce di Malta. Seicentesca è anche la circolare torre colombaia posta alle spalle del palazzo. Lo stile architettonico tardo-rinascimentale del palazzo, costruito molto probabilmente con la consulenza di Gian Giacomo dell'Acaya, fu stravolto verso la fine dell'Ottocento con la trasformazione della facciata e del giardino in stile neoclassico. Il prospetto, che conserva ancora la base scarpata, è caratterizzato da un austero allineamento di grandi finestre e da un portale trapezoidale sormontato dallo stemma dei Lotti, ultimi feudatari di Lizzanello. Nulla è rimasto delle numerose opere d'arte che rendevano lussuoso l'edificio in quanto vendute a privati o trasferite a Napoli nel palazzo partenopeo dei Lotti. Non esistono più neanche le cappelle interne dell'Annunziata e di San Salvatore, intitolata successivamente a San Gregorio. Restano tuttavia un frantoio ipogeo e una torre casamatta munita di petriere e saettiere. Castelli della provincia di Lecce Lizzanello Paladini (famiglia)

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Palazzo baronale di Lizzanello
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Lizzanello
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Lizzanello (Lizzanieddrhu in dialetto salentino) è un comune italiano di 11 708 abitanti della provincia di Lecce in Puglia. Situato nel Salento centro-settentrionale, dista 6 km dal centro del capoluogo provinciale in direzione sud e comprende anche la frazione di Merine, distante 2 km in direzione nord. Il territorio del comune di Lizzanello, che si estende su una superficie di 18,01 km², è caratterizzato prevalentemente da un terreno calcareo di tipo sabbioso e roccia sedimentaria (marna). Nella parte settentrionale del feudo è individuabile invece un terreno calcareo compatto. La cittadina, circondata da rigogliosi oliveti secolari, sorge a sud-est di Lecce nella pianura che si estende a nord delle Serre di Galugnano denominata Valle della Cupa. Tale pianura è caratterizzata da una grande depressione carsica la cui altitudine varia dai 18 ai i 45 metri sul livello del mare. Confina a nord con il comune di Lecce, a est con il comune di Vernole, a sud con i comuni di Castri di Lecce e Caprarica di Lecce, a ovest con il comune di Cavallino. Dal punto di vista meteorologico Lizzanello rientra nel territorio del Salento orientale che presenta un clima mediterraneo, con inverni miti ed estati caldo umide. In base alle medie di riferimento, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta attorno ai +9 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, si aggira sui +24,7 °C. Le precipitazioni, frequenti in autunno e in inverno, si attestano attorno ai 626 mm di pioggia/anno. La primavera e l'estate sono caratterizzate da lunghi periodi di siccità.Facendo riferimento alla ventosità, i comuni del Salento orientale sono influenzati fortemente dal vento attraverso correnti fredde di origine balcanica, oppure calde di origine africana. Classificazione climatica di Lizzanello: Zona climatica: C Gradi giorno: 1110 Il territorio fu sicuramente frequentato sin dall'età del bronzo come testimoniavano alcuni monumenti megalitici esistenti nelle campagne circostanti fino a pochi decenni fa. La data di fondazione dell'abitato non è accertata. Diverse sono le ipotesi fra le quali le più accreditate sono quelle degli storici Giacomo Arditi e Cosimo De Giorgi. Il primo fa risalire la nascita al sacco di Lecce operato da Ottone IV di Sassonia nel 1210. I profughi, scampati al saccheggio, fondarono una nuova città dandole il nome di Licyanellus, ossia Piccola Lecce. Tale ipotesi è anche confermata dallo stemma cittadino simile a quello della città capoluogo. Il De Giorgi ritiene invece che la nascita di Lizzanello è conseguenza della distruzione dei vicini casali medievali di Cigliano, Fornello e Scaranzano. A partire dal XIV secolo il feudo fu assoggettato a vari signori. Cecilia Marescallo, nobile leccese, lo detenne fino al 1335 quando fu ceduto a Guglielmo Garzia. I De Bilancis ne furono feudatari per circa mezzo secolo. Nel XV secolo entrò a far parte della Contea di Lecce e appartenne a Maria d'Enghien che lo vendette nel 1436 alla famiglia Paladini, la quale lo possedette per oltre duecento anni. Ai Paladini succedettero i D'Afflitto, i Chiurlia e infine i Lotti. Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 13 giugno 2002. Stemma Gonfalone La chiesa di San Lorenzo Nuovo, costruita nel XVI secolo, si suppone sia sorta sul sito di una più antica struttura o con un ampliamento di una prima chiesa che comprendeva solo l'odierna parte centrale. Nel XVI secolo l'edificio coincideva con il braccio più lungo di quella che oggi è la croce latina. Lo stile architettonico proprio del secolo si può notare nelle linee della porta del lato meridionale della chiesa e nelle finestre a guisa di saettiere.Nel XVII secolo la costruzione fu ampliata: furono costruite le cappelle di Sant'Anna, oggi di San Giuseppe, il cui altare fu fatto costruire dal conte Placido D'Afflitto nel 1740-1741, e della Vergine del Rosario, sul cui altare si legge la data 1700, e furono realizzati il coro e la crociera. Contemporaneamente i terrazzi furono armati di saettiere e di petriere, dando alla costruzione la funzione di fortilizio. Nel 1651 fu realizzata la porta esterna del transetto di sinistra. Le parti verticali della cornice di detta porta risultano ricavate da due blocchi monolitici, forse antichi menhir. Le pareti interne della chiesa sono state più volte rifatte, rivestite di stucchi e coperte di fregi barocchi. La facciata principale è del XVIII secolo e presenta ai lati due torri campanarie. Nel campanile a vela si trova dal 1808 la campana "galllipolina", fusa nel 1623 a Gallipoli, che ornava la Basilica di Santa Croce a Lecce. Sulla porta d'accesso, in seguito ai lavori di pulitura effettuati nel 1993, è stata riportata alla luce un'epigrafe risalente al 1547 e da cui si evince che la chiesa originariamente era dedicata a Santa Maria della Pietà. L'edificio cambiò denominazione e divenne chiesa di San Lorenzo Nuovo nel XIX secolo quando andò in rovina l'antica chiesa romanica di San Lorenzo Vecchio di cui rimangono i resti fuori dal centro abitato. L'interno, oltre all'altare maggiore in pietra leccese, ospita sei altari laterali: altare dell'Immacolata rifatto nel 1775, altare della Madonna del Carmine, altare della Natività della Vergine, altare della Madonna Assunta, altare della Vergine dello Spasimo o dell'Addolorata, altare di Sant'Antonio da Padova realizzato nel 1741. Attiguo all'altare di Sant'Antonio è il monumento sepolcrale di Giorgio Antonio Paladini, signore di Lizzanello e Melendugno. Costituivano patrimonio della chiesa quattro tele raffiguranti rispettivamente San Giovanni Battista, la Madonna del Carmine, la Madonna Assunta e la Madonna Addolorata, attribuite a Oronzo Tiso, e un'altra, la più importante, raffigurante il martirio di San Lorenzo attribuita a Pacecco De Rosa. Di queste, tutte trafugate, è stata recuperata solo la tela del Pacecco. La cappella dell'Immacolata, già di Santa Maria di Costantinopoli, risale ai primi anni del XVII secolo e fu ampliata nel XVIII secolo per volere della Confraternita dell'Immacolata e del Crocifisso che ivi officia. Presenta un semplice prospetto i cui unici elementi decorativi risiedono nel finestrone e nel portale architravato. L'interno, a due navate, possiede un altare maggiore settecentesco e tre altari laterali dedicati alla Trasfigurazione (1834), a Santa Maria di Costantinopoli (XVIII secolo) e a Santa Lucia (1950). Fra le opere artistiche si distinguono la tela seicentesca della Madonna di Costantinopoli, e le statue dell'Immacolata, di San Biagio e di San Vito Martire. La cappella dell'Annunziata fu costruita nel XVI secolo per volere del conte Francesco Paladini. L'edificio si presenta con una semplice facciata rettangolare inquadrata da paraste con una piccola finestra posta in asse con il portale d'ingresso. Termina con una croce al centro e con un piccolo campanile a vela a sinistra. L'interno, ad aula unica, ospita un altare maggiore sormontato dalla tela della Titolare. Sul lato destro del prospetto è presente lo stemma dei Paladini. A sud-est dell'abitato rimangono i resti della chiesetta romanica di San Lorenzo Vecchio, di struttura arcaica, risalente all'XI secolo e molto probabilmente sorta su fondazioni più antiche. A tre navate, la chiesa si trovava nel feudo del casale di Cigliano, oggi scomparso. L'edificio presentava nella parte inferiore una costruzione formata da grossi parallelepipedi informi, mentre la parte superiore era costituita da pietre informi utilizzate soprattutto nei muretti a secco. Il palazzo baronale Paladini è di origine quattrocentesca e fu edificato originariamente come castello. Modificato una prima volta nel Cinquecento, fu trasformato in residenza signorile da Giovanni Paladini nel XVII secolo. Ha subito arricchimenti e modifiche nel corso dei secoli seguenti, in particolare in epoca neoclassica. Della struttura originaria rimane, nella parte posteriore, una torre in pietra leccese. La torre possiede una base tronco-conica e si sviluppa con una pianta cilindrica. L'interno custodisce lo stemma dei Paladini consistente in uno scudo diviso in quattro parti, con due gigli bianchi su corpo rosso e due rossi su corpo bianco: la targa è sormontata da un cimiero e riposa sulla croce di Malta. Seicentesca è anche la circolare torre colombaia posta alle spalle del palazzo.Lo stile architettonico tardo-rinascimentale del palazzo, costruito molto probabilmente con la consulenza di Gian Giacomo dell'Acaya, fu stravolto verso la fine dell'Ottocento con la trasformazione della facciata e del giardino in stile neoclassico. Il prospetto, che conserva ancora la base scarpata, è caratterizzato da un austero allineamento di grandi finestre e da un portale trapezoidale sormontato dallo stemma dei Lotti, ultimi feudatari di Lizzanello. Nulla è rimasto delle numerose opere d'arte che rendevano lussuoso l'edificio in quanto vendute a privati o trasferite a Napoli nel palazzo partenopeo dei Lotti. Non esistono più neanche le cappelle interne dell'Annunziata e di San Salvatore, intitolata successivamente a San Gregorio. Restano tuttavia un frantoio ipogeo e una torre casamatta munita di petriere e saettiere. Il monumento di San Lorenzo, situato nella centrale piazza omonima, è dedicato al santo patrono. Fu realizzato nel 1869, come ricorda l'epigrafe incisa, in ricordo della violenta epidemia di colera che interessò la cittadina nel 1867. La fine dell'epidemia fu attribuita a San Lorenzo. Il monumento, in pietra leccese, fu scolpito in stile barocco dai maestri Michele, Antonio e Raffaele Rizzo di Casarano. È costituito da un basamento con fregi barocchi su cui si eleva una colonna quadrangolare sulla cui sommità è posizionata la statua del Santo con in mano la graticola, simbolo del martirio subito. Abitanti censiti Al 31 dicembre 2020 a Lizzanello risultano residenti 311 cittadini stranieri. Le nazionalità principali sono: Romania - 42 Albania - 29 Siria - 29 Marocco - 25 Senegal - 23 Il dialetto parlato a Lizzanello è il dialetto salentino nella sua variante centrale che corrisponde al dialetto sancesariano e dialetto leccese. Il dialetto salentino si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: Messapi, Greci, Romani, Bizantini, Longobardi, Normanni, Albanesi, Francesi, Spagnoli. È presente sul territorio comunale un centro polifunzionale dedicato a Ennio De Giorgi, nipote dello scienziato Cosimo. Già cinema, nel 2003 è stato ristrutturato dall'Amministrazione Stabile e ridestinato come centro polifunzionale: al suo interno vengono svolti convegni, riunioni, seminari ma anche recite teatrali: la sala che fu dell'ex cinema prevede 200 posti a sedere compreso un loggione. Intitolata a Oscar Poleti, odontoiatria di Lizzanello, vede svolgersi al suo interno anche il Consiglio Comunale. Sito in piazza della Libertà, sorge il Laboratorio Urbano ribattezzato tale dall'Amministrazione Pedone che lo ha restituito alla comunità dopo la sua dismessa funzione di "mercato coperto". Inaugurato con il progetto "AllRight - Arte e Diritti Umani", il Laboratorio Urbano è teatro di presentazioni di libri, mostre artistiche e convegni inerenti al progetto "AllRight", con partnership dell'Università del Salento. Esistono a Lizzanello una scuola dell'infanzia, una scuola primaria e una scuola secondaria di I grado. Ogni scuola presenta una doppia sede, sia nel Comune sia nella frazione. Focara di San Lorenzo del Terremoto - 19 gennaio Festa e Fiera dell'Annunziata - 25 marzo Lizza Summer Festival - Primo Sabato di Luglio Festa di San Luigi Gonzaga - 20 e 21 giugno Festa di San Lorenzo Martire - 9 e 10 agosto L'agricoltura produce tabacco, olive, frumento, legumi e ortaggi. Vi operano frantoi oleari, molini e aziende per la lavorazione del legno. Degno di nota l'allevamento dei bovini. I collegamenti stradali principali sono rappresentati da: Strada statale 16 Adriatica Lecce-Maglie. Strada statale 16 racc Adriatica Lecce-Lizzanello. Tangenziale Est di Lecce Strada statale 694 Tangenziale Ovest di Lecce Il centro è anche raggiungibile dalle strade provinciali interne: SP25 Lizzanello-Castri di Lecce, SP136 Lizzanello-Merine, SP229 Lizzanello-Pisignano, SP241 Lizzanello-Lecce. Il centro di Lizzanello è raggiungibile anche dal confinante abitato di Cavallino attraverso la strada provinciale 24. Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune. Mario De Marco, Lizzanello. Storia e arte, Ed. Capone L., collana "Storie municipali", 1983. Merine Arcidiocesi di Lecce Salento Valle della Cupa Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Lizzanello Sito ufficiale, su comune.lizzanello.le.it. Lizzanèllo, su sapere.it, De Agostini.

Merine
Merine

Merine è l'unica frazione di Lizzanello in provincia di Lecce. Situata nel Salento centro-settentrionale, dista 3 km dal centro del capoluogo comunale e si trova nelle immediate vicinanze della città di Lecce. Le varie interpretazioni circa l'etimologia del paese, riconducono il toponimo al volgare fiorentino màrie, proveniente dall'araldico mera (luogo ameno, delizioso e di pastura) o al termine merinos (ottima razza di pecore spagnole). Ad appena 3 km da Lecce, incontriamo la frazione di Merine, nel cui territorio esistevano i menhir scomparsi. Pare che Merine esistesse prima ancora di Lizzanello; si dice che la frazione sia sorta in epoca alto medioevale, intorno ad una grancia basiliana. Merine fino al XIII secolo fu incorporata alla Contea di Lecce e fu infeudata nel 1353, ai Carovineis che la possedettero sino al XV secolo. In quel tempo il luogo era soggetto, per la giurisdizione civile e penale, al Vescovo di Lecce. Il casale passò ai Montenegro e, nel 1613, ai Palmieri, che lo acquistarono per 20.500 ducati. Costoro furono signori del luogo fino all'800, ossia fino all'evasione della feudalità. A Merine, oltre le abitazioni a corte, esistono moderne costruzioni. Il centro storico ha l'aspetto di un agglomerato rurale, costituito da casupole realizzate con muratura irregolare e con il tetto a spiovente coperto da embrici. Gli ambienti di queste case contadine, all'esterno dipinte di bianco, sono angusti. Inoltre la struttura urbanistica della frazione di Lizzanello gravita intorno a masserie e ad altre costruzioni fortificate, che ora sono state totalmente assorbite dall'abitato. Evidentemente si tratta di dimore occupate dai ceti elevati dell'epoca, con la funzione di proteggersi in qualche modo dai briganti e dalle incursioni saracene e piratesche, provenienti dal mare fino a tutto il XVIII secolo. Dedicata a Santa Maria delle Grazie è la Chiesa Madre del paese, risale al 1641 ma fu rifatta nel 1878. Essa sorge al centro del paese nell'area di una precedente costruzione che, nella metà dell'Ottocento, era ridotta in pessimo stato.Si presenta con una sobria facciata in pietra leccese terminante con timpano triangolare, tipico dello stile neoclassico, e con una torre dell'orologio. Prima di accedere al tempio occorre ammirare l'artistico portale ligneo, realizzato nel 1983, in occasione dell'Anno Santo, e che lo scultore di Surbo Paolo Lani impreziosì con artistiche formelle in rame sbalzato che nelle fasce laterali raffigurano i mestieri dell'ormai tramontato mondo contadino del Salento, mentre al centro appaiono scene evangeliche che hanno per protagonisti la Vergine e Gesù, nonché la storia della Fascia. Nella parte superiore del portale due riquadri alludono ai titoli mariani più venerati a Merine: Santa Maria delle Grazie e Maria SS. Assunta. L'interno, a croce latina, misura in lunghezza m. 23,30 e in larghezza m. 7 nella navata e m. 14,50 nel transetto e ospita alcuni altari laterali e un altare maggiore caratterizzato da un particolare tabernacolo ligneo (XVII secolo, opera di Fra Giuseppe da Soleto), a due piani con semicupoletta ottagonale terminante con una croce. L'altare maggiore e il tabernacolo ligneo provengono da Lecce, dalla ex chiesa di S. Maria del Tempio convertita in caserma detta prima del "Tempio" e poi nel 1905 intitolata ad Oronzo Massa. Lungo il lato destro della navata troviamo la Cappella che ospita l'opera in cartapesta di G. Manzo raffigurante la Vergine Addolorata e il simulacro di Cristo Morto. La seconda cappella dedicata ai SS. Medici possiede una tela dei titolari. La terza cappella è dedicata alla Madonna del Rosario, raffigurata da una tela di buona fattura, di autore ignoto, ma assegnabile al XIX secolo, recentemente restaurata. Nel braccio di sinistra del transetto vi è l'altare in pietra leccese, dedicato all'Assunzione di Maria Vergine, che appare effigiata da una tela del 1878. Accanto, prima della nicchia che ospita la statua della Vergine Assunta, notiamo un ex voto costituito da una tavola lignea di cm. 59x26, che in bassorilievo raffigura l'Assunta e in basso un soldato che prega. L'opera, che fu realizzata dal siciliano Giovanni Errico nel 1942, nel 1946 dai reduci merinesi, i cui nomi sono incisi sulla facciata posteriore, fu donata alla Parrocchiale. Essi con migliaia di altri prigionieri della seconda guerra mondiale, dagli inglesi erano stati internati nel campo di Zonderwater, a circa 43 km da Pretoria, in Sudafrica, dove subirono tante sofferenze. Nel braccio destro del transetto incontriamo l'altare, in conglomerato di gesso e stucco dedicato a S. Vito, con tela del titolare, recentemente restaurata, nonché le nicchie con le statue di S. Rita e dell'Immacolata. Nel presbiterio troviamo la nuova mensa liturgica, per realizzare la quale venne abbattuto l'antico e monumentale Altare Maggiore i cui pezzi mancanti, dopo varie peripezie e contestazioni, ora provvisoriamente sono custoditi nel Seminario Arcivescovile di Lecce. Sopra l'antico Altare Maggiore poggia l'artistico tabernacolo ligneo, di cui si è accennato innanzi, e sui capitelli laterali dello stesso appaiono due angeli portafiamma in cartapesta, offerti nel 1941 dalle tabacchine di Merine, che avevano devoluto una giornata di salario. Nel lato di sinistra della chiesa vi è la Cappella del Sacro Cuore di Gesù, con simulacro in cartapesta. Indi la Cappella delle Anime Sante del Purgatorio che si dota di un altorilievo in cartapesta raffigurante la Madonna del Carmine e le anime supplici. L'ultima cappella di questo lato ospita il Battistero, con moderne raffigurazioni pittoriche del battesimo di Gesù ed altre scene allegoriche. Sul retrospetto della chiesa è conservato un piccolo organo del 1783, ben conservato e di recente restaurato, opera di Francesco Giovannelli. L'antica croce processionale costituisce un altro prezioso arredo della Parrocchiale di Merine. L'opera realizzata dal leccese Francesco De Matteis nel 1587, è in rame sbalzato e dorato, e reca la firma dell'autore. Il globo che regge la croce, invece venne realizzato, con motivi fitomorfi, dal merinese Poleta Quarta, che pure firmò il suo manufatto. La chiesa possiede, infine, un bellissimo Crocefisso in cartapesta che era posto sul lato destro del presbiterio. L'Opera, che è una vera rarità artistica, venne realizzata nel XVIII secolo da Pietro Surgente di Lecce e rappresenta il Christus Patiens, ossia sofferente, agonizzante, secondo i dettami scaturiti dal Concilio di Trento. Questo Crocefisso il 18 settembre 1994 venne esposto nel corso della solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Papa Giovanni Paolo II nello stadio di Lecce. Il 16 ottobre 2018, giorno in cui ricorreva il 40° anniversario dell’elezione di Karol Wojtyla a papa, la nuova chiesa parrocchiale di Merine è stata dedicata proprio a san Giovanni Paolo II; la prima in assoluto nell’Arcidiocesi di Lecce. Era stato l'arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi, l’11 Novembre 2007, a collocare la prima pietra, benedetta da Papa Benedetto XVI, su un terreno donato dalla sorelle Magliola. Del progetto iniziale, affidato ad Antonio Russo, è rimasta solo la pianta ottagonale e l’impostazione di base. Col passare del tempo e, a seguito delle indicazioni dell’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio, succeduto a Ruppi, e della progettazione dell’architetto Raffaele Parlangeli, sono state apportate alcune modifiche che hanno contribuito a rendere ancora più armoniosa l’intera aula liturgica. Al maestro Poli di Verona è spettata la realizzazione delle vetrate, il portone in bronzo e il mosaico del pavimento; mentre, al maestro Michele Carafa sono attribuite le opere marmoree che costituiscono l’altare maggiore, la sede liturgica, l’ambone e l’altare del SS. Sacramento, già da lui realizzate per la Cappella del Nuovo Seminario di Lecce e che, poi, ha provveduto a ricollocare nella nuova Chiesa di Merine. La ditta Luigi Giannone, infine, ha realizzato l’intera opera, che il 16 Ottobre 2018, è stata consegnata nelle mani dell’Arcivescovo Metropolita di Lecce, mons. Michele Seccia, il quale attraverso una Solenne Celebrazione liturgica e con il suggestivo rito di dedicazione della Chiesa e di consacrazione dell'altare, ha affidato il nuovo tempio all’intera comunità di Merine. La Chiesa di Maria SS. Assunta è il tempio più antico di Merine e si assegna al XV-XVI secolo in virtù delle inequivocabili strutture architettoniche che la contraddistinguono. Essa, infatti, in corrispondenza dei due ingressi, quello frontale e quello a destra, dove poi in epoca posteriore è sorto il Calvario, possiede le piombatoie, il che vuol dire che in caso di pericolo i fedeli che ivi si trovavano o si rifugiavano, salendo sulle terrazze versavano liquidi bollenti sugli assalitori. La Cappella, che fu l'originaria parrocchiale di Merine, è detta pure di S. Vito per la statua del Santo che ivi si conservava. Questo piccolo tempio, che i merinesi conoscono anche come chiesa ecchia venne restaurato nella seconda metà del '900 alla struttura originaria, compromessa da non poche manomissioni nel corso dei secoli. Nel 1960, nel corso di alcuni lavori, fu scoperta una absidiola di cui si ignorava l'esistenza in quanto il terriccio ed una pala di tela settecentesca raffigurante il transito della Vergine, l'avevano occultata. Si rinvennero, quindi, affreschi raffiguranti la Crocifissione, con S. Giovanni, la Vergine e le pie donne. Più in basso apparvero le immagini di S. Gregorio e di S. Ludovico da Tolosa, la cui fattura, probabilmente del XV secolo, rammenta per tanti aspetti i dipinti che illustrano la chiesa di S. Caterina, a Galatina, ed il tempietto di S. Stefano, a Soleto. Indi, nello stesso ambiente, apparve affrescata una Vergine col Bambino. La chiesetta dell'Assunta, di circa 65 m², con volta a botte, nel 1965 è stata restaurata con il contributo dello Stato, del Gen. Marco Bianco e con le offerte dei fedeli. Essa appartiene al tardo medioevo, alla cui epoca risalgono, probabilmente, l'originaria chiesa parrocchiale, intitolata a S. Maria delle Grazie, e quella del Crocifisso. La Cappella di Maria SS. Assunta è una delle poche costruzioni sacre fortificate che si trovano in Salento. Questo tempio, poi, possiede un altare barocco ben conservato, ai cui lati, scolpite in pietra leccese appaiono le statue di S. Oronzo e di S. Irene da Tessalonica, assegnabili alla fine del Seicento. Lo stemma dei Palmieri di Merine, che sormonta il fastigio dell'altare, ci induce a supporre la devozione dei baroni del luogo per la Vergine Assunta. Un tempo la chiesetta, oggi aperta al culto, doveva essere tutta affrescata nel proprio interno, tant'è che sulle pareti ancora si intravedono frammenti di varie raffigurazioni, oltre a quelle già citate nell'abside. Secondo la tradizione i merinesi vollero questa chiesetta per ringraziare la Vergine che li aveva salvati dalle aggressioni dei turchi. La Cappella, di forma quadrangolare, ha di fronte al portale sul un piccolo Osanna. Nel suo interno un arco a tutto sesto divide lo spazio in due ambienti, quello che ospita i fedeli e quello dove è collocato l'unico altare. Un quadro della Vergine di Costantinopoli campeggia sull'altare, ma di questo dipinto non si conosce né l'autore né l'epoca in cui venne realizzato, sicché si suppone che appartenga al tardo Settecento. Questo dipinto raffigura la protezione della Madonna per le genti del luogo. Essa brandisce un fulmine e si scorge una nave turca che fugge. In basso, a sinistra, la costa salentina, e proprio sul limite della terraferma alta e rocciosa appare una chiesa, probabilmente simbolo della cristianità protetta dai suoi intercessori, la Vergine innanzitutto. Altri arredi sacri di questa Cappella sono costituiti da una Statua in cartapesta della Vergine col Bambino, opera di un anonimo cartapestaio leccese del XIX secolo e da un piccolo Crocefisso ligneo Tempietto de Li Lei Nella campagna, a circa 3 km dal centro abitato, vi è una cappelletta, di circa 20 m², costruita di fronte alla masseria detta "Li Lei", che dà il nome al vicino boschetto ed alla cappelletta che sorge in uno spiazzo. Il tempietto, a struttura quadrangolare, è aperto a tre lati da bifore, mentre il lato ovest risulta chiuso in quanto contiene i resti di un piccolo altare. Presumibilmente del XIX secolo, il tempietto de "Li Lei" ha subito nel tempo più restauri, ma lo stile, semplice ed elegante, richiama il gusto architettonico tardo-medioevale. Il tempietto, essendo isolato nelle campagne, purtroppo, è facile preda dei male intenzionati. Infatti, alcuni anni fa, il piccolo altare del luogo sacro è stato distrutto e le colonne (che reggevano il peso della costruzione superiore) sono state trafugate. Prima che il tutto rovini, occorrerà ricostruire le colonne e restituire così il tempietto alla sua integrità. Cappella di Sant'Oronzo, chiesetta rurale sconsacrata, ormai un rudere, ma che un tempo appariva dotata di un altare con la tela raffigurante il Santo. Incavata in un muro di cinta troviamo rovinatissima e con qualche traccia di affresco, la nicchia dedicata alla Vergine del Rosario; Cappella del Crocifisso, adiacente al palazzo baronale e presumibilmente coeva alla Cappella dell'Assunta, era già in decadenza nella seconda metà dell'Ottocento. Lo stabile è di proprietà della famiglia Palmieri-Magliola, ed è oggi destinato ad usi civili. Forse degli inizi del XIX secolo, è la statua della Vergine Assunta, che per fattura e tipologia si assegna ad un cartapestaio leccese, abilissimo nel modellare la cartapesta. Per le delicate sembianze che possiede, la gente definisce la statua Madonna beddhra, la Madonna bella; preziosamente vestita, questa statua indossa abiti preziosi ed è cinta da una fascia, di fattura orientale, di seta intessuta con l'oro, di epoca molto antica, intorno alla quale la pietà popolare e l'immaginario collettivo dei merinesi, ha tramandato una leggenda. La fascia fu donata da una principessa turca al suo amato Oronzo di Merine, fatto schiavo dai turchi in una delle tante incursioni di quel tempo. Egli venne portato dal sultano che lo prese in simpatia e lo tenne in casa dove nacque l'amore con la figlia. Grazie alla sua fede Oronzo riuscì a convertire la principessa al culto della Madonna, ma quando il sultano scoprì il loro amore li ostacolò e i due cercarono di scappare ma vennero inseguiti da una flotta con la mezzaluna. Fu allora che la principessa disse ad Oronzo di scappare da solo e dandogli la fascia gli disse di votarsi alla Madonna che l'avrebbe protetto. Infatti, una tempesta fece ritirare la flotta del sultano ed Oronzo sbarcando a San Cataldo tornò a Merine e mise la fascia (come promesso all'amata) sul fianco della Vergine. Il Palazzo Baronale di Merine, sorse nell'area di una precedente costruzione feudale tra il XVI e il XVII secolo ad opera dei baroni Palmieri. Questo imponente palazzo, dotato di tanti ambienti che in un certo senso lo rendevano autosufficiente, era sicuramente guardato con timore e rispetto dai sudditi del barone. Oggi l'edificio, che discretamente si conserva, è conosciuto come Palazzo Palmieri-Magliola, e ciò perché, la baronessa Antonia Pamieri ultima discendente della sua famiglia, aveva sposato l'ingegnere Giuseppe Magliola. La costruzione, già nel tardo Ottocento, era in decadenza ed esso ospitò, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, una fabbrica di tabacco. Restò chiusa per molti anni sconosciuta ai merinesi, ma essendo divenuta proprietà del Comune di Lizzanello, furono avviati restauri e furono tra l'altro così scoperte interessanti pitture parietali, per tanto tempo ignorate in quanto occultate da strati di pittura. Il palazzo per la prima volta venne aperto al pubblico durante la "Sagra te lu Ranu" del 2007 che, per tradizione, a Merine si organizza nella seconda settimana di luglio. La masseria, al primo piano, si dota di una camera da letto con la volta riccamente affrescata con motivi floreali, con scene dell'Antico e Nuovo Testamento, e da bozzetti paesisti che rappresentano momenti di vita salentina. L'edificio, che si assegna alla fine del XVII secolo, probabilmente dovette essere costruito e abitato da un ecclesiastico, data la prevalenza delle scene sacre delle illustrazioni pittoriche. Masseria, detta "Lu Panareo", che sorge in via Montenegro; Abitazione fortificata di via Montenegro, di proprietà Linciano. Lu Sannà, termine dialettale che indica l'Osanna, è una colonna monolitica in pietra leccese, a sezione circolare, che sorge a pochi metri a sinistra dalla Parrocchiale e sulla cui sommità è posizionata una piccola statua di Maria SS. Assunta. Probabilmente del tardo XVIII secolo, Lu Sannà crollò frantumandosi durante alcuni lavori di manutenzione il 9 ottobre 1979. Poco tempo dopo il monumento venne restaurato ma, mentre la base originaria era a gradoni decrescenti, questa volta si pensò di realizzare una struttura circolare, invero brutta, e di ciò se ne dolse la gente che volle il ripristino della base così com'era l'originale. Ciò avvenne con il restauro del 2007 e, intanto, si era provveduto a rifare la statuetta della Vergine, con le sembianze dell'Assunta, consolidate dall'iconografia, sostituendo così il vecchio simulacro poco espressivo. Un'antica usanza è legata a questo Osanna, intorno al quale da tempo immemorabile compiono un giro i cortei funebri. Di dimensioni più piccole e di fattura più modesta del precedente è l'Osanna che si erge sul sagrato della Cappella della Vergine di Costantinopoli. Anche questa colonna, in pietra leccese, come la croce che la sovrasta, dovrebbe risalire al XV secolo. Il censimento del 2011 ha rilevato che il numero di abitanti del paese è di 4785 unità. Nei territori limitrofi di Merine (uniti al paese) vi sono gli agglomerati di Zona Erchie Piccolo (85 abitanti) e Zona Marangi (134 abitanti) (dati Istat). Negli ultimi anni il paese ha avuto un notevole incremento demografico dovuto alla vicinanza con la città di Lecce. Il dialetto parlato a Merine è il dialetto salentino nella sua variante centrale che corrisponde al Dialetto Leccese. Il dialetto salentino si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: messapi, greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli. Esistono a Merine una scuola dell'infanzia; una scuola primaria; una scuola secondaria di I grado. Solenni festeggiamenti si svolgono in onore della Vergine Assunta nelle giornate del 14 e 15 agosto. Altre feste minori, sempre con processioni e luminarie, quelle di S. Vito, di S. Antonio e di S. Luigi. Dal 1993 nel mese di luglio si svolge la "Sagra te lu Ranu" (Sagra del Grano), una manifestazione gastronomica organizzata dall'unica parrocchia del paese "Santa Maria delle Grazie". La principale squadra di calcio della città è l'A.S.D. Merine Calcio che milita nel girone A leccese di 3ª Categoria. Squadre minori che militano nei vari campionati Amatori sono: A.C. Amatori Merine, Real Salento Merine e Gioventù Merine. Mario De Marco Merine. Storia, arte e religiosità, Edizioni Grifo (2009) Lizzanello Arcidiocesi di Lecce Salento Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Merine Sagra te lu ranu

Pisignano
Pisignano

Pisignano è una frazione di 991 abitanti del comune di Vernole in provincia di Lecce. Il periodo preistorico è testimoniato dal menhir Materdomini, uno dei più alti della zona. Notizie certe del casale di Pisignano si hanno a partire dall'epoca normanna (XI-XII secolo), quando nel 1115 il conte normanno Goffredo donò il feudo alla Chiesa di Lecce (ancora oggi alcuni fondi agricoli sono detti "piscupiani", dal lat. "episcopus" e in greco ἐπίσκοπος, epìskopos). Nel 1275 il nobile Guglielmo Pisanello risulta feudatario di Pisignano per volere di Carlo I d'Angiò.Nel 1629 si alleò con Strudà. Nel XVI secolo ,da quanto risultano le ricerche, Strudà tradì Pisignano e quindi appartenne ai proprietari di Strudà e cioè Andrea Saraceno, e tra il 1574 e il 1630 fu venduto per ben tre volte fino a pervenire ai Severino. Nella "Breve descrizione di Terra d'Otranto" del 1601, Pisignano risulta essere costituita da "40 fuochi", ovvero famiglie, quindi circa 200 abitanti. Con l'arrivo dei Borbone, a metà del Settecento, viene istituito il Catasto onciario, che costituisce un'importante fonte per gli storici, in quanto, al contrario dei catasti attuali, non riportava mappe bensì censimenti ben dettagliati. Nel primo decennio dell'Ottocento, con le leggi eversive della feudalità volute dai nuovi dominatori, i francesi di Napoleone Bonaparte, si aprono dei contenziosi tra comuni ed ex baroni, i quali sicuramente vedono diminuire il loro potere ed i loro introiti derivanti dai vari balzelli imposti alla popolazione su ogni transazione ed ogni attività. Dopo la breve parentesi napoleonica, tuttavia, nonostante le pressioni di clero e nobiltà, alcune prerogative dei baroni non vengono rimesse in vigore nemmeno dai restaurati Borbone di Napoli. Nell'ambito delle prime rivolte risorgimentali, a Pisignano vengono segnalati come sovversivi nel 1822 le seguenti persone: Raffaele Stella, Giandonato Antonucci, don Vito Antonucci (sacerdote), Giandonato e Francesco Isacco. Nel 1879 Giacomo Arditi scrive di Pisignano: "...ha l'aria abbastanza buona, l'acqua abbondante, l'abitato rustico e villereccio...". La chiesa madre di Santa Maria Mater Domini risale al periodo romanico (XII secolo), ma è stata oggetto tra la fine del XVI e la prima metà del XVII secolo di una serie di modifiche in stile barocco. Custodisce l'effigie della Vergine, opera dipinta su pietra risalente al 1500. La facciata, in pietra leccese, è scandita da lesene doriche e termina con un timpano che accoglie una nicchia con la statua lapidea di santa Severina. L'interno, a croce latina, ospita quattro altari laterali dedicati alla Madonna del Rosario, alle Anime del Purgatorio, a sant'Antonio di Padova, e alla Vergine Maria. Cappella di Santa Severina, XVII secolo Cappella di Mater Domini, risale al XVIII secolo e possiede una pavimentazione in maiolica. All'interno è custodito un crocifisso ligneo databile al XIII secolo. Palazzo Baronale Severino Romano Frantoio ipogeo Menhir Materdomini L. A. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d'Otranto, Istituto Araldico salentino, Lecce, 1994 (AA.VV.): Salento. Architetture antiche e siti archeologici - Edizioni del Grifo, 2008 I monumenti megalitici in Terra d'Otranto, Napoli, 1879 I Menhirs in Terra d'Otranto, Roma, 1880 GraziusoLuciano, Vernole e frazioni - Dal passato al presente monumenti e documenti, Lorenzo Capone editore Febbraro Antonio, Farsi Uomini-Notizie riguardanti Pisignano, ed. Tiemme, Manduria 1982; Febbraro Antonio, Culto e politica, note per una storia locale, Pres. del cardinale Salvatore De Giorgi Febbraro Antonio, Raccogliere in uno, ed. Policarpo Castellaneta Taranto, 1989 Febbraro Antonio, Frammenti di vita in una storia minore, ed. Brizio Taranto, 1993 Salento Monumenti megalitici della provincia di Lecce Vernole Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Pisignano Accademia Salentina degli Scacchi, su scacchiescacchi.it. Sito ufficiale del Comune di Vernole, su comunedivernole.it.

San Donato di Lecce
San Donato di Lecce

San Donato di Lecce (Αddουνάο, Addunào in grico) è un comune italiano di 4 554 abitanti della provincia di Lecce in Puglia. Situato nel Salento centro-settentrionale, è posto nella Valle della Cupa, ai piedi delle serre salentine. Comprende anche la frazione di Galugnano. Il 28 gennaio 2019 è stata proclamata Città d'arte insieme alla frazione di Galugnano, con determina dirigenziale della regione Puglia. Il territorio del comune di San Donato di Lecce, compreso tra i 49 e i 101 metri sul livello del mare, occupa una superficie di 21,16 km² di cui 2,81 sono occupati dai centri abitati e i rimanenti 18,35 utilizzati a suolo agricolo. Ricade per gran parte nella Valle della Cupa, ossia in quella porzione della pianura salentina, intorno al capoluogo leccese, caratterizzata da una grande depressione carsica. La zona sud-orientale, intorno all'abitato di Galugnano, presenta un'altimetria più elevata per la presenza dei modesti rilievi delle serre salentine che superano di poco i 100 m s.l.m. Si trova nella parte mediana del Salento e dista 18 km dal mare Adriatico e 22 km dal mare Jonio. Confina a nord con i comuni di San Cesario di Lecce e Cavallino, a est con il comune di Caprarica di Lecce, a sud con i comuni di Sternatia e Soleto, a ovest con il comune di Lequile. Classificazione sismica: zona 4 (sismicità molto bassa), Ordinanza PCM n. 3274 del 20/03/2003 Dal punto di vista meteorologico San Donato di Lecce rientra nel territorio del Salento meridionale che presenta un clima prettamente mediterraneo, con inverni miti ed estati caldo umide. In base alle medie di riferimento, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta attorno ai +9 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, si aggira sui +25,1 °C. Le precipitazioni medie annue, che si aggirano intorno ai 676 mm, presentano un minimo in primavera-estate ed un picco in autunno-inverno. Facendo riferimento alla ventosità, i comuni del basso Salento risentono debolmente delle correnti occidentali grazie alla protezione determinata dalle serre salentine che creano un sistema a scudo. Al contrario le correnti autunnali e invernali da Sud-Est, favoriscono in parte l'incremento delle precipitazioni, in questo periodo, rispetto al resto della penisola. Classificazione climatica di San Donato di Lecce: Zona climatica: C Gradi giorno: 1202 Insediamenti preistorici nella zona sono testimoniati dalla presenza di una specchia megalitica, dall'area archeologica neolitica di Specchiarosa e dai resti di alcuni tratti di muraglia messapica databile al 1000 a.C. Al periodo romano si fa risalire la nascita del Casale Vigliano dal nome del centurione Vilius. Della dominazione romana resta una diga le cui acque raccolte venivano fatte scorrere fino alla residenza del centurione. Distrutto in epoca barbarica, il casale Vigliano rinacque nell'XI secolo grazie all'impulso dei Normanni ed entrò subito a far parte della Contea di Lecce con il nuovo nome di San Donato. Sul sito della residenza romana venne edificato il castello normanno poi ristrutturato in palazzo signorile nel XVIII secolo dal Barone Pasquale Maiorana. Nel corso dei secoli fu dapprima feudo della famiglia Vaaz de Andrada, dei Capece e dei Bonvicini. Passò sotto il dominio dei Ramoros dell'Anos, della famiglia Massa di Lecce ed infine dei signori Maiorana che con il Barone Pasquale acquistarono il titolo di Duca nel 1759. Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con decreto del presidente della Repubblica del 9 marzo 1982. Profilo araldico dello stemma: La figura del leone riproduce fedelmente una grande scultura che ornava l'ingresso del palazzo baronale. L'albero di ulivo, aggiunto successivamente, ricorda la pianta caratteristica delle campagne di circostanti. Il gonfalone è un drappo di bianco. Sorta in epoca normanna, la chiesa matrice della Resurrezione del Signore fu completamente rifatta nel XVII secolo e terminata nel 1704 come ricorda la data riportata sulla facciata. Il prospetto, in pietra leccese, è costituito da due ordini divisi da una cornice dentellata e terminante con un timpano spezzato. L'ordine inferiore, diviso da lesene scanalate con capitelli corinzi, presenta un elaborato portale barocco sormontato dalla statua di San Donato Vescovo; ai lati due nicchie accolgono le statue di San Pietro e Paolo. Nel secondo ordine, in asse col portale, è la finestra con una grata in pietra leccese costituita da 36 piccoli fori. L'interno, ad aula unica, è a croce latina terminante in un'abside poligonale. Lungo la navata si aprono due brevi cappelle per lato contenenti gli altari della Madonna di Costantinopoli, di Sant'Antonio da Padova, di Sant'Oronzo e del Crocifisso. Nel transetto sono presenti gli altari di San Donato e della Madonna del Rosario. Cappella di Sant'Antonio Abate (a San Donato di Lecce) Chiesa di Maria Santissima Annunziata (a Galugnano) Chiesa della Madonna Immacolata (a Galugnano) Chiesa della Pietà (a Galugnano) Chiesa della Madonna della Neve (a Galugnano) Cappella dell'Immacolata (a San Donato di Lecce). Sorto sulle fondamenta del castello normanno e più tardi aragonese, fu edificato nel XVII secolo e trasformato più volte nel corso dei secoli. I lavori ottocenteschi hanno conferito all'edificio un prospetto neoclassico. Ha un perimetro quadrangolare e conserva ancora i torrioni difensivi ad ogni angolo; due sono ancora visibili mentre gli altri sono stati inglobati dalla costruzione. L'interno conserva la fisionomia sei-settecentesca. Ai lati del cortile si distribuisce il porticato costituito da colonne-pilastri, tondeggianti davanti e squadrate dietro. Sopra il porticato è la loggia con pilastri e archi decorati con foglie d'acanto e frutti di melagrana. Gli ambienti del piano terra e i sotterranei erano destinati ai lavori e ai magazzini per le scorte. Era in funzione anche un frantoio per la produzione dell'olio. Masseria Perrone Masseria Papa Masseria dei Preti Menhir della Lete (a Galugnano) Menhir Curti Vecchi (a Galugnano) Abitanti censiti Al 31 dicembre 2017 a San Donato di Lecce risultano residenti 103 cittadini stranieri. Le nazionalità principali sono: Romania - 37 Senegal - 33 Il dialetto parlato a San Donato di Lecce è il dialetto salentino nella sua variante centrale che corrisponde al dialetto leccese. Il dialetto salentino, appartenente alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel gruppo meridionale estremo, si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori nei secoli: messapi, greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli. Persistono sul territorio del comune di San Donato di Lecce due scuola dell'infanzia, di cui una nella frazione di Galugnano, una scuola primaria e una scuola secondaria di 1º grado appartenenti al locale Istituto Comprensivo Statale. Il paese è noto per la musica reggae. Legati a San Donato di Lecce sono infatti i Sud Sound System, un sound system di musica dancehall reggae che combina ritmi giamaicani e sonorità locali, come l'uso del dialetto salentino e le ballate di pizzica e taranta. Sono tra i pionieri del raggamuffin italiano. Sagra te li cucummari (Cancellata) - ultima settimana di maggio Festa di San Donato - 6 - 7 - 14 - 28 agosto Presepe vivente - periodo natalizio Sagra te lu pane cunzatu L'agricoltura è stata da sempre la principale economia del paese. L'uso del suolo, caratterizzato da fertili zolle di terra rossa, è variabile, ma prevalgono le coltivazioni di oliveti e vigneti. Il paese è noto anche come la patria dei cocomeri (in dialetto cucùmmari), in quanto questa primizia di ortaggio primaverile viene coltivata da un gran numero di piccoli agricoltori. I collegamenti stradali principali sono rappresentati da: Strada statale 16 Adriatica, Lecce-Maglie, uscita Galugnano-San Donato Strada statale 101 Salentina di Gallipoli, uscita Copertino-San Donato Strada Provinciale 367 Il centro è anche raggiungibile dalle strade provinciali interne SP46 San Cesario di Lecce-San Donato di Lecce-Galugnano, SP125 San Donato di Lecce-Copertino, SP244 San Donato di Lecce-Soleto. La cittadina è servita da una stazione ferroviaria posta sulla linea Lecce-Otranto delle Ferrovie dello Stato Italiane. Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune. Giovanni de Blasi, San Donato. Vicende storiche di un paese del Salento, Lecce, Edizioni del Grifo, 1994. L. A. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d'Otranto, Lecce, Istituto Araldico salentino, 1994. Muratore Maria Rosaria, Guida del Salento, dolmen, menhir, specchie, siti messapici e romani, cripte, i centri storici del Barocco, piazze, musei, artigianato, feste, Congedo Editore. AA.VV., Salento. Architetture antiche e siti archeologici, Edizioni del Grifo, 2008. I monumenti megalitici in Terra d'Otranto, Napoli, 1879. I Menhirs in Terra d'Otranto, Roma, 1880. Franco Michele Dell'Anna, Galugnano una storia minore, Congedo Editore Galatina, 2003. Valle della Cupa Monumenti megalitici della provincia di Lecce Arcidiocesi di Otranto Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su San Donato di Lecce Sito ufficiale del comune, su comunesandonatodilecce.it. URL consultato il 21 marzo 2023.

Chiesa della Resurrezione del Signore (San Donato di Lecce)
Chiesa della Resurrezione del Signore (San Donato di Lecce)

La chiesa della Resurrezione del Signore è la parrocchiale di San Donato di Lecce, in provincia di Lecce e arcidiocesi di Otranto; fa parte del vicariato di Calimera. Dalla relazione della visita pastorale del 1608 dell'arcivescovo di Otranto Lucio de Morra si apprende che l'antica cappella sandonatese versava in pessimo condizioni e che era insufficiente a soddisfare le esigenze dei parrocchiani. Così, i fedeli organizzarono una raccolta fondi per finanziare la ricostruzione del luogo di culto, che effettivamente prese avvio due anni dopo, nel 1610; l'edificio venne portato a compimento presumibilmente nel 1704, data riportata in un'iscrizione posta sulla facciata. All'inizio del Novecento la parrocchiale fu interessata da un ampliamento che riguardò l'area del presbiterio e dell'abside; nel biennio 1854-55 si procedette alla posa del nuovo pavimento e al rinnovamento dell'impianto elettrico. Nel 1975 venne condotto l'intervento di adeguamento liturgico secondo le norme postconciliari, in occasione del quale si provvide ad aggiungere l'ambone e l'altare rivolto verso l'assemblea. La facciata a salienti della chiesa, che volge a nordovest, è suddivisa da una cornice marcapiano in due registri, entrambi scanditi da lesene d'ordine corinzio; quello inferiore presenta centralmente il portale d'ingresso, sormontato dalla statua di San Donato, e ai lati due nicchie ospitanti i simulacri ritraenti i Santi Pietro e Paolo, mentre quello superiore è caratterizzato da una finestra e coronato dal timpano triangolare spezzato. Annesso alla parrocchiale è il campaniletto a vela, che presenta due monofore a tutto sesto entro le quali sono alloggiate le campane. L'interno dell'edificio, la cui pianta è a croce latina, si compone di un'unica navata, sulla quale si affacciano i bracci del transetto e le cappelle laterali, introdotte da archi a tutto sesto, e le cui pareti sono scandite da paraste con capitelli corinzi sorreggenti la trabeazione modanata e aggettante sopra la quale si impostano le volte a botte di copertura; al termine dell'aula si sviluppa il presbiterio, rialzato di alcuni gradini e chiuso dall'abside di forma semicircolare. Qui sono conservate diverse opere di pregio, tra le quali le due tele raffiguranti la Madonna di Costantinopoli e San Donato, l'altare dei Santi Oronzo, Giusto e Fortunato, abbellito dalle le statue ritraenti i tre santi, il simulacro ligneo con soggetto il Cristo morto, e il maestoso Crocifisso collocato dietro l'altare maggiore. San Donato di Lecce Arcidiocesi di Otranto Regione ecclesiastica Puglia Parrocchie dell'arcidiocesi di Otranto Parrocchia “Resurrezione del Signore” di San Donato di Lecce, su diocesiotranto.it. URL consultato il 15 maggio 2024. Arte e cultura, su viveresalento.info. URL consultato il 15 maggio 2024. Chiesa della Resurrezione del Signore, su BeWeB, Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana.

Chiesa di San Lazzaro (Lecce)
Chiesa di San Lazzaro (Lecce)

La chiesa di san Lazzaro è una chiesa di Lecce. È situata fuori dal centro storico, sull'antica strada sterrata che portava alla marina di San Cataldo. La chiesa fu eretta la prima volta nel Quattrocento come attesta un documento del re Ferdinando I di Napoli che rivela la sua esistenza già prima del 1468. Fu riedificata sulle rovine della precedente nel 1763 e ampliata nel 1789. Elevata a parrocchia nel 1906, fu ulteriormente ingrandita nel 1916. Vicino alla vecchia Chiesa, vi era un ospedale per lebbrosi (il lazzaretto) ed esso fu ingrandito nel 1564. La chiesa ha una semplice facciata articolata su due ordini. Il primo ordine, diviso in tre zone da paraste, presenta un piccolo portale d'ingresso sul quale è posizionato lo stemma della città. Il secondo ordine, raccordato al primo da volute, presenta un'apertura circolare al centro. L'interno, a tre navate con abside, custodisce un affresco quattrocentesco di san Lazzaro proveniente dalla primitiva chiesa, un seicentesco Crocifisso ligneo di frà Angelo da Pietrafitta, proveniente dalla distrutta chiesa francescana di Santa Maria del Tempio, le tele dei quattro evangelisti, dell'Immacolata, di san Michele arcangelo, di san Cataldo vescovo, del Sacrificio di Abramo e del Martirio di Sant'Irene. Da menzionare sono inoltre una statua in legno di san Pantaleone e una statua in cartapesta di sant'Eligio, opera di Antonio Maccagnani. Di fronte alla chiesa si innalza la colonna di san Lazzaro edificata nel 1689. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Galatina (Lecce), Congedo Editore, 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa di San Lazzaro Sito ufficiale della Parrocchia di san Lazzaro, su parrocchiasanlazzarolecce.it. Visita virtuale della chiesa, su parrocchiasanlazzarolecce.it. URL consultato il 16 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 19 settembre 2013).