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Chiesa di Santa Maria d'Aurio

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Chiesa di Santa Maria d Aurio
Chiesa di Santa Maria d Aurio

La chiesa di Santa Maria d'Aurìo sorge nelle campagne di Surbo, in provincia di Lecce.

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Chiesa di Santa Maria d'Aurio
Via delle Masserie D'Aurio e Varrazzi, Lecce

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Chiesa di Santa Maria d'Aurìo

Via delle Masserie D'Aurio e Varrazzi
73100 Lecce
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Chiesa di Santa Maria d Aurio
Chiesa di Santa Maria d Aurio
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Luoghi vicini

Santuario di Sant'Oronzo fuori le mura
Santuario di Sant'Oronzo fuori le mura

Il santuario di Sant'Oronzo fuori le mura è una chiesa extraurbana di Lecce situata in via Adriatica. La tradizione indica il Santuario come il luogo dove fu martirizzato Sant'Oronzo, patrono principale della città e di tutta la Diocesi. Il popolo leccese, nella propria lingua dialettale, denomina il Santuario: "Santu Ronzu fore le mura" o "Santu Ronzu te fore" o anche più caratteristicamente "La Chesia te la Capu te Santu Ronzu", letteralmente "La Chiesa della testa di Sant'Oronzo". Tradizione vuole che già in epoca molto antica in questo luogo sorgesse una piccola cappella in ricordo del martirio del santo. Nel 1655 fu edificato, probabilmente su una cappella preesistente, un più grande edificio poi caduto in rovina e sostituito nel 1912 dall'attuale chiesa, voluta dal vescovo Gennaro Trama e progettata dall'architetto Gaetano Capozza. La chiesa ha poi subito un notevole restauro nel 1968 su iniziativa del vescovo Francesco Minerva ma rimase comunque chiusa per molti anni e solo nel 2007 è stata riaperta al culto. In anni recenti è stata sottoposta ad un secondo restauro soprattutto esterno ed oggi è visitabile in alcune occasioni speciali, come le festività in onore del santo. Nel recinto sacro del santuario, intitolato al patrono di Lecce, si crede sia avvenuto appunto il martirio di sant'Oronzo assieme a san Giusto, decapitati all'alba del 26 agosto del 68 d.C.. Tale luogo è oggi contrassegnato da una colonnina in pietra leccese che riporta un'iscrizione in ricordo dell'avvenimento all'origine della chiesa salentina. Pochi metri più distante si nota una cisterna dove tradizione narra che la testa del primo santo vescovo leccese rotolò una volta tagliata. Una particolarità riguarda la via che conduce al santuario (la stessa che conduce alla marina di Torre Chianca), caratterizzata dalla presenza ogni circa 500 metri di 9 piccole cappelle a ricordo del percorso che Sant'Oronzo fece, scortato dai soldati romani, fino al luogo dove avvenne la decapitazione. La chiesa è una rettoria dipendente dalla parrocchia Cuore Immacolato di Maria. La chiesa, in stile neoclassico, è una costruzione in pietra leccese. La facciata possiede un semplice e unico portale d'ingresso timpanato ed è scandita da quattro lesene corinzie. Sulla trabeazione è riportata un'incisione latina con la dedica al martirio del santo. La chiesa è eretta all'interno di un giardino recintato, oggi a ridosso della Tangenziale, confinante con via Adriatica, strada che porta al mare. L'intero edificio è sormontato da una semplice ma austera cupola, ben visibile anche dalle campagne circostanti. L'interno, con pianta a croce greca, ospita sull'altare maggiore una tela dipinta che raffigura il martirio del santo, opera del pittore Luigi Scorrano. Sull'altare laterale destro è collocato un altro dipinto che raffigura lo sbarco di San Giusto sulle coste salentine che reca con sé la Lettera ai Romani di San Paolo. Sull'altare laterale sinistro è posta una Statua in cartapesta della Vergina Maria Assunta, a simboleggiare un collegamento spirituale con la Cattedrale di Lecce, a lei intitolata. Nel santuario sono inoltre conservate un'apprezzabile statua in cartapesta del Santo e una scultura particolare, raffigurante la testa decollata del martire, conservata e venerata in un'urna di vetro. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su santuario di Sant'Oronzo fuori le mura

Chiesa di Santa Maria del Popolo (Surbo)
Chiesa di Santa Maria del Popolo (Surbo)

La chiesa di Santa Maria del Popolo a Surbo è un edificio religioso che risale presumibilmente al XII - XIII secolo, costruito con molta probabilità riutilizzando un piccolo impianto più antico. Si può riconoscere il resto dell'impianto antico negli archetti orientaleggianti vicino alla porta di ingresso laterale, mentre la chiesa romanica si riconosce nella centinatura ad archetti della facciata che continua poi per un tratto sia sul lato destro che sul sinistro. Nel corso dei secoli la chiesa ha avuto numerose aggiunte e modifiche. Oggi è formata da una navata centrale, con braccio trasversale che le conferisce la forma di croce latina. Sia nella parte posteriore del transetto che nel lato sinistro del braccio trasversale della croce sono visibili le caditoie o “petrere”. Questi elementi difensivi, in genere posti in corrispondenza di porte e finestre, furono “accessori” comuni per molti edifici, anche religiosi, dalla fine del Quattrocento fino al Settecento. Il portale principale della chiesa, rifatto nel XVI secolo è fiancheggiato da due colonne circondate da una decorazione floreale; le colonne sorreggono una lunetta ad arco con al centro la Madonna circondata da figure che recano in mano dei ceri; lo schema decorativo lo fa attribuire allo scultore e architetto leccese Gabriele Riccardi. La facciata della chiesa sul lato destro ha la decorazione con gli archetti interrotta dalla torretta dell'orologio, che fu costruita “PUBBLICI COMMODITATIS”, cioè per l'utilità della comunità, nel 1586. La torretta è sormontata da due figure di “servi battitori”. Attualmente nella chiesa Santa Maria del Popolo ci sono tredici altari, compreso l'altare maggiore. L'altare di San Francesco d'Assisi ha una tela di grandi dimensioni dipinta da Donato Antonio D'Orlando. L'altare di Sant'Antonio di Padova è di stile barocco. Il cappellone di sant'Oronzo, (detto anche altare del Santissimo), fu edificato nella seconda metà del XVII secolo; l'altare barocco è opera di Ambrogio Martinelli da Copertino. In questa cappella i Pepe, baroni di Surbo, fecero costruire il loro sepolcro. Sul lato sinistro dell'altare dedicato a Sant'Oronzo, si può vedere ciò che è rimasto della cappella del Presepe (risalente alla fine del 1500). L'altare dell'Assunta, ha una grande tela che raffigura la Madonna, di autore ignoto. Sull'altare di San Domenico di Guzman c'è una tela opera di Donato Antonio D'Orlando. L'altare della Natività di Cristo, settecentesco, ha una tela con la raffigurazione dell’Adorazione dei pastori. L'altare della Madonna del Carmine ha una tela attribuita a Donato Antonio D'Orlando. L'altare maggiore, che ha subito più vistosi rifacimenti nel corso dei secoli, ha la mensa originale risalente al Seicento; dietro in alto, è posta la statua in pietra della Beata Vergine Maria con Gesù bambino, che risale anch'essa ai primi anni del Seicento. Sotto la statua vi è la tela della seconda metà del XVII secolo raffigurante Sant'Oronzo, della scuola di Giovanni Andrea Coppola. L'altare di San Carlo Borromeo ha una tela di Giovanni Domenico Catalano. L'altare del SS.mo Crocifisso, ha la statua in legno del Crocifisso attribuita a Vespasiano Genoino, mentre il Cristo morto ospitato nella parte inferiore dell'altare è di Diego Villeros. L'altare della Natività della Vergine, detto anche di Sant'Anna ha una grande tela del Seicento recentemente attribuita ad Oronzo Tiso. L'altare dell'Immacolata Concezione ha una grande tela attribuita a Donato Antonio D'Orlando. L'altare di Santa Lucia, ha un dipinto di don Oreste Paladini. Vicino a quest'ultimo altare c'è il fonte battesimale risalente al Seicento. La chiesa ospita anche diverse statue, alcune in pietra, altre in cartapesta; queste ultime sono del Caretta, del Manzo, del Guacci, ecc. Nel 1988 la Sovrintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici ha fatto restaurare e ripulire la chiesa da orpelli poco in tono con lo stile barocco. https://web.archive.org/web/20121029104116/http://www.santamariadelpopolosurbo.it//storia.php Surbo Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa di Santa Maria del Popolo

Surbo
Surbo

Surbo è un comune italiano di 14 517 abitanti della provincia di Lecce in Puglia. Situato nel Salento centrale, è un'enclave nel territorio della città capoluogo, dal cui centro dista 5 km in direzione nord. Comprende anche la zona di Giorgilorio, da cui dista 1,8 km. Fa parte del Gruppo di azione locale Valle della Cupa e del Parco del Negroamaro. Il territorio comunale, che occupa una superficie di 20,34 km² nella parte nord-orientale della provincia di Lecce, presenta una morfologia pianeggiante ed è compreso tra i 15 e i 52 metri sul livello del mare. È parte della Valle della Cupa, ossia di quella porzione di pianura salentina intorno al capoluogo caratterizzata da una grande depressione carsica. Nella vasta pianura attorno al paese si estendono grandi uliveti. Il territorio comunale di Surbo è interamente circondato da quello del comune di Lecce, del quale è pertanto un'enclave. Classificazione sismica: zona 4 (sismicità molto bassa), Ordinanza PCM n. 3274 del 20/03/2003 Dal punto di vista meteorologico Surbo rientra nel territorio del Salento orientale che presenta un clima mediterraneo, con inverni miti ed estati caldo umide. In base alle medie di riferimento, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta attorno ai +10 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, si aggira sui +36 °C. Le precipitazioni, frequenti in autunno ed in inverno, si attestano attorno ai 626 mm di pioggia/anno. La primavera e l'estate sono caratterizzate da lunghi periodi di siccità. Facendo riferimento alla ventosità, i comuni del Salento orientale sono influenzati fortemente dal vento attraverso correnti fredde di origine balcanica (c.d. vento di Tramontana), oppure calde di origine africana (c.d. vento di Scirocco). Classificazione climatica di Surbo: Zona climatica: C Gradi giorno: 1 062 Secondo lo studioso Giovanni Alessio il toponimo Surbo deriverebbe dal greco bizantino Soùrbon, ad indicare la sorba, il frutto del sorbo che dovette essere pianta selvatica comune e diffusa nel territorio del paese: ad avvalorare questa tesi le origini greche dei monaci di Cerrate e di San Giorgio. Il nome di derivazione bizantina si lega quindi alle origini del casale, nato come propaggine dello stesso nucleo basiliano di San Giorgio. L'opinione diffusa che il nome derivi dal latino suburbium, cioè sub-urbe (sobborgo, periferia), ovvero sobborgo della città di Lecce, non trova fondamento. La vicinanza alla città di Lecce ha in effetti conferito naturalezza e fascino a tale etimologia; tuttavia, in epoca normanna, Surbo non era l’unico suburbium di Lecce: più vicino era il casale di Pettorano, nell'immediata periferia a nord-est della città. Per questa ragione alcuni storici tendono ad avvalorare la tesi dell'origine bizantina. Di origine medioevale, il feudo di Surbo è documentato per la prima volta in un diploma del normanno Tancredi d'Altavilla datato 1180, in cui il re cede terre e casali al monastero dei Santi Niccolò e Cataldo di Lecce. Tuttavia il territorio circostante fu abitato sin dall'antichità; i ritrovamenti di alcuni oggetti in bronzo (ora conservati presso il Museo nazionale archeologico di Taranto), risalenti alla prima metà del XII secolo a.C., testimonierebbero i contatti tra gli Iapigi e il mondo egeo. Nel 1190 il casale di Surbo, facente parte della contea di Lecce, viene ceduto da Tancredi alla zia Emma, badessa benedettina del convento di San Giovanni Evangelista in Lecce. Successivamente il potere laico della città di Lecce si rafforzò sempre di più e Surbo divenne feudo dei Sindaci di Lecce fino al XVI secolo. Costituì a tutti gli effetti un "casale de corpore" della città, dalla quale dipendeva amministrativamente ed economicamente.Dal 1528 si succedono vari feudatari: i Pirro delli Falconi, i Capece. Nel 1643 il feudo di Surbo passa al nobile napoletano Livio Pepe, che lo acquista direttamente dalla Regia Camera. Da questi, intorno alla metà del XVIII secolo, passa ai Severino conti di Pisignano e quindi nel 1757 viene acquistato da Giuseppe Romano di Brindisi. Nel 1805 subentra la famiglia Patrizi di Brindisi che governò solo per un anno; nel 1806 Giuseppe Bonaparte promulgò le leggi eversive della feudalità con le quali abolì il feudalesimo nel Regno di Napoli. Stemma Lo stemma è stato riconosciuto con D.P.C.M. dell'11 agosto 1952. Lo stemma comunale ha elementi simili a quello della Città di Lecce. Gonfalone Il gonfalone è stato concesso con D.P.R. del 6 ottobre 1953. Il primo impianto della Chiesa di Santa Maria del Popolo (Surbo) venne edificato tra XIII e XIV secolo, ma fu oggetto, nel corso dei secoli, di numerose trasformazioni volte ad allargarne la struttura. La facciata conserva gli archetti in stile romanico della fase più antica, interrotti in un angolo dalla torretta dell'orologio costruita nel 1586. Il portale cinquecentesco, delimitato da due colonne, presenta una mezzaluna con la raffigurazione della Madonna affiancata da figure oranti. Nel 1802, per iniziativa del sindaco Tommaso Mazzarella, l'originario rosone venne sostituito da un finestrone così come recita l'iscrizione posta sulla cornice dello stesso. Sul portale secondario di ingresso c'è una lunetta con il Cristo risorto che esce dal sepolcro.L'interno, a croce latina e a navata unica, è impreziosito da tredici altari, adorni con tele del Seicento e del Settecento e da un fonte battesimale seicentesco. Di particolare interesse è il cosiddetto Cappellone di Sant'Oronzo o Altare del Santissimo, opera seicentesca in stile barocco di Ambrogio Martinelli di Copertino e antico sepolcro della famiglia Pepe, Baroni di Surbo. L'altare, sormontato da una cupola, presenta un altorilievo in cartapesta raffigurante la Gloria di Sant'Oronzo, realizzato nel 1902 da Umberto Negro. Intorno, tra colonne tortili e putti, si dispongono raffigurazioni di sante con i simboli del loro martirio mentre sulla sommità dominano le statue della Beata Vergine, di San Francesco Saverio e di Sant'Antonio da Padova. A sinistra dell'altare è possibile ammirare ciò che resta della Cappella del Presepe con un affresco del Cinquecento raffigurante la Natività di Cristo. La chiesa di San Vito, in origine conosciuta con il titolo di San Salvatore, fu eretta nella prima metà del XVII secolo. La facciata è suddivisa in due ordini da una cornice a dentelli e termina con un timpano triangolare spezzato che accoglie la statua del Cristo benedicente. Gli ordini, spartiti in tre zone da lesene ioniche, sono movimentati da nicchie vuote. Il portale d'ingresso, posto in asse con il finestrone rettangolare dell'ordine superiore, reca un'iscrizione latina che ricorda la devozione verso il Salvatore che spinse la popolazione ad edificare la chiesa.L'interno è ad aula unica e si caratterizza per l'elaborato altare maggiore dedicato alla Trasfigurazione di Gesù. L'altare presenta un dipinto ovale con la raffigurazione del volto di Cristo, circondato da raggi solari, e della sua trasfigurazione, alla quale assistono gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Sul dipinto campeggia una scritta in latino dalla quale si evince la data di consacrazione della chiesa, il 1645, e la dedicazione. Tra le colonne dell'altare sono inserite le statue di Sant'Antonio da Padova e di San Domenico di Guzmán. Sulla parete destra è presente l'altare minore di San Vito.Dal 1891, nella chiesa ha sede la Confraternita delle Anime Sante del Purgatorio e Maria SS.ma del Monte Carmelo. Al 1892 risale la statua della Madonna del Carmine realizzata dal leccese Giuseppe Manzo (1849-1942). La chiesa di San Giuseppe, originariamente sotto il titolo della Natività della Beata Vergine, risale al XVII secolo e compare per la prima volta nella visita pastorale di Monsignor Luigi Pappacoda nel 1653. La facciata è inquadrata da due alte paraste e termina con un timpano triangolare spezzato. Gli unici elementi decorativi sono il portale d'ingresso e il finestrone rettangolare, entrambi architravati. L'interno si sviluppa ad aula unica, divisa in due campate con copertura voltata a spigolo. L'altare maggiore, dedicato alla Natività di Maria, fu realizzato nel 1661 da Ambrogio Martinelli. Al centro dell'altare, fra colonne tortili arricchite da elementi vegetali e zoomorfi dorati, è presente la tela raffigurante la Natività della Vergine con Sant'Anna. Sovrastano l'altare le statue di San Giuseppe (al centro), di Sant'Ignazio di Loyola e di San Bernardino da Siena (ai lati). Sulle pareti laterali della navata sono collocati gli altari dei Santi Cosma e Damiano e di San Giuseppe, di fattura successiva. La chiesa di Maria SS. di Loreto è databile ai primi anni del Seicento; una visita pastorale del vescovo Scipione Spina nel 1610 la menziona con il titolo di Santo Stefano. Nel corso dei secoli ha subito numerose modifiche, l'ultima delle quali negli anni cinquanta ne ha fortemente alterato l'originaria fisionomia. Presenta una sobria facciata, divisa in due ordini da una cornice dentellata. Il portale d'ingresso è fiancheggiato da due lesene corinzie che sorreggono l'architrave, mentre la finestra è decorata con volute e testine angeliche. L'interno è a due navate, divise da pilastri che sorreggono la volta a botte lunettata della navata maggiore. Un arco trionfale separa la navata dal presbiterio, che accoglie l'altare con la statua della Madonna di Loreto. Sulla parete destra è addossato l'altare del Cuore di Gesù, proveniente dalla chiesa di Chiesa di Santa Maria del Popolo (Surbo) e qui rimontato negli anni cinquanta del Novecento. Nella navata laterale vi sono gli altari di San Giuseppe da Copertino, di Santo Stefano e della Madonna Immacolata. Inoltre è conservato un seicentesco dipinto ad olio raffigurante un'icona della Madonna, vestita con manto blu e abito rosso decorato con fiori e ornamenti in oro, che tiene in braccio Gesù Bambino. La chiesa di San Pantaleone fu edificata nel 1887. Dal febbraio del 1897 è sede dell'omonima Confraternita. Presenta una semplice facciata, con portale affiancato da due nicchie contenenti le statue di San Pantaleone e dell'Immacolata. L'interno, ad aula unica, fu rimodernato in seguito al Concilio Vaticano II; venne eliminato l'altare maggiore in pietra leccese e sostituito con un crocifisso disposto su una lastra marmorea. La chiesa di Santa Maria d'Aurio è la testimonianza architettonica più antica del casale medievale di Aurìo, scomparso tra il XV e il XVI secolo. La chiesa, che ricade in territorio di Lecce, rappresenta il nucleo storico della nascita del casale che darà poi origine al paese di Surbo. Risale al XII secolo ed è in stile romanico. Presenta una facciata a capanna, decorata con un motivo ad archetti pensili che si ripetono anche lateralmente. Il portale è sormontato da una lunetta ed è fiancheggiato da due leoni stilofori, probabile basamento di un piccolo protiro. L'interno è ripartito in tre navate da otto colonne, di cui solo quattro portanti, con capitelli a motivo vegetale, su cui si impostano archi acuti. Rimangono deboli tracce di affreschi, in particolare i resti di una Madonna col Bambino databile agli inizi del XV secolo. Il palazzo baronale è adiacente alla chiesa di San Vito. Dell'originario edificio rimane solo un balcone sorretto da mensole con figure apotropaiche e lo stemma dei Pepe - Severino che sovrasta il portale d'ingresso. La Torre dei Cavallari è situata di fronte alla chiesa di Santa Maria d'Aurio; la strada che separa la torre dalla chiesa segna il confine tra il territorio comunale di Surbo e quello di Lecce. Fu realizzata nel XVI secolo e faceva parte del sistema difensivo che comprendeva le torri costiere e le masserie fortificate. Ha una forma cilindrica leggermente rastremata verso l'alto e termina con un ballatoio. Fu probabilmente sede di una guarnigione di guardie a cavallo (i "Cavallari") che avevano il compito di controllare il territorio dalle incursioni turche. Masseria Melcarne. Fu edificata tra la fine del XVI e i primi decenni del XVII secolo e si compone di una torre quadrangolare dotata di caditoie, intorno alla quale sono distribuiti gli ambienti destinati agli usi agricoli. Ai lati della torre sono presenti due piccole torri colombaie a pianta quadrata. Nel XVIII secolo, perduta l'originaria funzione difensiva, la torre fu arricchita con l'aggiunta di due balconi barocchi. Masseria Schiavelle. XVIII - XIX secolo Masseria Barrera. Il complesso masserizio è il risultato di due torri affiancate risalenti rispettivamente alla seconda metà del XV secolo e alla prima metà del Settecento. Entrambe le torri sono provviste di caditoie in corrispondenza di porte e finestre. Abitanti censiti Il Comune di Surbo è interessato da alcuni decenni da un notevole incremento di popolazione proveniente prevalentemente dal Comune di Lecce e causato dall'immediata vicinanza alla città. Al 31 dicembre 2017 a Surbo risultano residenti 337 cittadini stranieri. Le nazionalità principali sono: Senegal - 116 Romania - 46 Cina - 30 Il dialetto parlato a Surbo è il dialetto salentino nella sua variante centrale che corrisponde al dialetto leccese. Il dialetto salentino, appartenente alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel gruppo meridionale estremo, si presenta carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori nei secoli: messapi, greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli. Surbo fa parte dell'arcidiocesi di Lecce. Rientra nella vicaria e nell'unità pastorale di Squinzano. Le parrocchie presenti nel comune di Surbo sono 3: Chiesa di Santa Maria del Popolo (Surbo), Santa Lucia, Madonna della Fiducia (Giorgilorio). Nel comune di Surbo hanno sede tre Scuole dell'infanzia (una nella zona di Giorgilorio), due Scuole primarie (una in costruzione nella zona di Giorgilorio) e una scuola secondaria di primo grado. Tali scuole statali costituiscono due Istituzioni scolastiche autonome: - la Direzione didattica di Surbo "V. Ampolo" che comprende la scuola primaria e i due plessi di scuola dell'infanzia di Surbo (codice istituzionale LEEE081009); - l'Istituto comprensivo "Elisa springer" che comprende la scuola secondaria di primo grado di Surbo e la primaria e l'infanzia (codice istituzionale LEIC89900C). Sono presenti anche tre Scuole dell'infanzia private. L'economia di Surbo, prevalentemente agricola sino agli inizi degli anni settanta, ha trasformato radicalmente la sua fisionomia originaria. In passato era importante la produzione della calce, attività poi abbandonata. Con la nascita della zona industriale di Lecce-Surbo, si sono insediate numerose aziende. Nel 1973 ha aperto i battenti lo stabilimento Fiat-Cnh, specializzato nella produzione di macchine agricole e movimento terra. Il comune è interessato dalle seguenti direttrici stradali: Strada statale 613 Brindisi-Lecce Strada provinciale 44 Strada provinciale 45 Strada provinciale 92 Strada provinciale 93 Strada Provinciale 131 Strada provinciale 236 Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune. Hanno sede nel comune: la società di calcio F.C. Football Sporting Club Surbo che ha disputato campionati dilettantistici e la società di pallavolo Frimarc Sport Surbo. L. A. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d'Otranto, Istituto Araldico salentino, Lecce, 1994 Proceedings of the Prehistoric Society, volume XXXVI. Università di Cambridge, dicembre 1970 Daniele Capone, Surbo, casale e territorio dal XII al XVII secolo, Lecce, 1995 Aldo Caputo, Surbo nel settecento attraverso l'Onciario e gli stati delle anime, Lecce 2002 Alessandro La Porta, Surbo, in «Paesi e figure del vecchio Salento», 1989 Salento Valle della Cupa Arcidiocesi di Lecce Enclave ed exclave in Italia Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Surbo Sito ufficiale, su comune.surbo.le.it.

Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo
Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo

La chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo è una chiesa medievale di Lecce. Insieme all'attiguo monastero fu fondata nel 1180 dal conte di stirpe normanna Tancredi d'Altavilla, che divenne re di Sicilia. La costruzione del Tempio rappresenta un vero e proprio 'modello' che innovò e al contempo indirizzò poi i dettami architettonici e stilici per la creazione della cosiddetta 'Nuova Scuola romanica idrutina' svecchiando la ormai stantia architettura del primo romanico di Terra d'Otranto, dove la componente latina-bizantino-epirota si fuse con gli stilemi d'Oltralpe. A partire dal Tancredi si diffusero dei modelli stilistici che sopravvissero per circa due secoli fino alla realizzazione della chiesa di Santa Caterina a Galatina, della metà del Trecento; arrivando a dettare anche le linee architettoniche per la realizzazione della Cattedrale di Matera. Il Conte donò il complesso ai monaci benedettini, ai quali seguirono nel 1494, per volere di Alfonso II di Napoli, i padri olivetani che rimasero sino al 1807. Nel 1807 Napoleone istituisce i Licei e il complesso diventa Liceo Palmieri (all'epoca "Liceo Nazionale"). Nel 1870 il complesso diventa sede dell'asilo di Mendicità e a partire dagli anni 80' è sede della facoltà di Beni Culturali. La facciata mostra sia la severità del romanico pugliese che l'esuberanza del barocco. Nel 1716 gli olivetani intrapresero infatti un radicale intervento di ristrutturazione dell'edificio. La facciata venne rifatta da Giuseppe Cino in puro Barocco leccese conservando, di quella originaria, solamente il pregevole portale e il rosone. Il prospetto fu arricchito da dieci statue lapidee e da un monumentale fastigio di coronamento in cui svetta lo stemma degli olivetani, costituito da una croce e dai rami d'ulivo. I fianchi della chiesa si allungano, a destra, nel cinquecentesco chiostro dovuto a Gabriele Riccardi, adorno del seicentesco baldacchino sovrastante il pozzo posto su quattro colonne tortili, e, a sinistra, nell'area ottocentesca del cimitero. Su quest'ultimo lato è possibile osservare la teoria degli archetti pensili che corre lungo i muri della chiesa, il campanile a vela con la meridiana e la cupola. L'interno è diviso in tre navate da pilastri quadrilobati con semicolonne addossate. La navata centrale è coperta da una volta a botte mentre quelle laterali hanno una copertura con volta a crociera ogivale. In corrispondenza del transetto si innalza una cupola ellittica impostata su un tamburo ottagonale. In origine la superficie interna era ricoperta interamente da affreschi; nel XVII secolo quelli sulle colonne e sulle pareti furono imbiancati o ricoperti da altari, quelli della volta furono intonacati o ridipinti con decorazioni in stile pompeiano. Nella cupola sono raffigurati l'Incoronazione ed il Transito della Vergine. Nelle navate laterali sono presenti alcuni altari attribuiti a Mauro Manieri, tra cui quello intitolato ai santi Benedetto, Bernardo Tolomei e Francesca Romana e quello dei santi Niccolò e Cataldo. Entrambi gli altari espongono una tela settecentesca del pittore napoletano Giovan Battista Lama. Di pregevole valore artistico sono la statua di san Nicola benedicente, nella navata sinistra, e due acquasantiere, tutte opere realizzate nel XVI secolo e attribuite a Gabriele Riccardi. Al XVII secolo risalgono il monumento sepolcrale del poeta epico leccese Ascanio Grandi e gli affreschi del coro (1619). Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce), 1999 F. Canali, V, Galati, Paesaggi, città e monumenti di Salento e Terra d'Otranto tra Otto e Novecento, Una «piccola Patria» d'eccellenza, dalla Conoscenza alla Valutazione e alla Tutela dei Monumenti..., Firenze, 2017, pp.723 e segg.. Romanico pugliese Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo Approfondimento sulla chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, su artefede.org. URL consultato il 16 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 20 marzo 2012). Chiesa Parrocchiale dei SS. Niccolò e Cataldo a Lecce su catalogo.beniculturali.it.

Cimitero monumentale di Lecce
Cimitero monumentale di Lecce

Il cimitero monumentale di Lecce è costituito dalla parte antica dell'odierno cimitero comunale. L'edificio più antico del cimitero è sicuramente la chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, edificata nel XII secolo e successivamente rimaneggiata in chiave barocca nel XVII secolo. La chiesa fu fatta edificare da Tancredi d'Altavilla insieme al tuttora esistente monastero, nel quale si stabilirono, in un primo periodo, i benedettini e dal 1497 gli olivetani, che operarono in questo luogo fino alla cacciata degli ordini religiosi dal sud Italia, avvenuta nel 1807. La chiesa è annessa all'area cimiteriale, il monastero no. Dal viale principale, detto "dei cipressi", che va dall'ingresso monumentale alla chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, si dirama una via che dà accesso al "giardino funebre" che si estende su un'area rettangolare, solcata da una maglia irregolare di viali e sentieri tortuosi tra tombe che, soprattutto nell'area più antica e più prossima all'ingresso, sembrano esser state disposte senza ordine, quasi addossate le une alle altre. La pietra maggiormente utilizzata, sia per gli edifici che per le sculture, è la pietra leccese. Il cimitero della città di Lecce, almeno una parte del terreno, parte principale del cimitero fu di proprietà privata di Girolamo Luigi Berarducci, che fu sindaco di Lecce dall'anno 1842 all'anno 1844. Tra i nomi più importanti sepolti presso questo cimitero si ricorda il tenore Tito Schipa, il poeta Vittorio Bodini e il matematico Ennio De Giorgi. Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sul cimitero monumentale di Lecce Dal sito lecceweb.it, su lecceweb.it.

Monastero degli Olivetani (Lecce)
Monastero degli Olivetani (Lecce)

Il monastero degli Olivetani è un complesso monastico della città di Lecce. La sua fondazione risale alla fine del XII secolo per volontà di Tancredi d'Altavilla. Attualmente è sede del Dipartimento degli Studi storici dell'Università del Salento. Il monastero, situato nei pressi del cimitero comunale, accanto alla chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, fu edificato con molta probabilità tra il 1171 e il 1174 per l'Ordine dei Benedettini neri. I benedettini di Monte Oliveto, giunti a Lecce nel 1494, presero possesso del monastero e praticarono una sostanziale trasformazione alla struttura. Nel 1559 venne realizzato il nuovo chiostro a colonne binate, il quale fu impreziosito dall'aggiunta di un pozzo a baldacchino retto da colonne tortili corinzie. Questo lavoro fu affidato a Gabriele Riccardi. Altri lavori furono effettuati nel Settecento. Nel 1733 venne edificato il grande scalone e il prospetto esterno. L'Ottocento fu il secolo della soppressione di molti ordini religiosi dediti alla vita contemplativa. Il monastero venne quindi acquisito dal Comune di Lecce che lo utilizzò come sede di uffici pubblici e successivamente come ospizio per i mendicanti. Nel 1985 l'edificio venne affidato all'Università di Lecce, la quale lo restaurò e ne fece un centro culturale. Di particolare rilevanza sono le tracce di affreschi che raffigurano episodi di vita monastica. Olivetani Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su monastero degli Olivetani di Lecce

Convento degli Agostiniani (Lecce)
Convento degli Agostiniani (Lecce)

Il convento degli Agostiniani, insieme alla chiesa di Santa Maria d'Ognibene, è un complesso architettonico della città di Lecce. Fu fondato il 18 aprile 1649, in un'area donata ai monaci dall'università che, dieci anni prima (13 marzo 1639) aveva deliberato di accogliere in città l'ordine agostiniano. Questi ultimi andarono via con la soppressione dell'ordine nel 1810 e dopo vi furono fino al 1866 i minori osservanti che fondarono una scuola di filosofia esistita fino al 1852. Senza nessun motivo di rilievo, la chiesa fu poi sconsacrata e diventò prima magazzino comunale e poi sartoria militare fino agli anni sessanta del XX secolo. Il complesso architettonico è costituito da una parte storicamente rilevante, corrispondente all'antico monastero degli Agostiniani scalzi e da un'area recintata del giardino nel quale sono ubicate le strutture dei vecchi ambienti militari di servizio già adibite a depositi. Attigua al convento è la chiesa barocca, conosciuta anche come "Santa Maria di Ognibene", a due ordini e con ancora quattro statue nelle loro nicchie. La facciata è conclusa da un timpano spezzato che accoglie la statua della Madonna col Bambino. L'interno è a navata unica e a croce latina, con tre cappelle per lato e intercomunicanti. L'altare maggiore non è più esistente, mentre ai lati sono rimasti a sinistra di chi entra, quattro altari di età barocca e a destra quattro altari di periodo ottocentesco. Al centro della crociera si innalza una cupola. La chiesa veniva anche chiamata dei Coronatelli in quanto i Padri Agostiniani scalzi veneravano la Vergine Incoronata. L'intero complesso architettonico è stato restaurato ed aperto al pubblico nel maggio del 2017 con il completamento degli spazi esterni e del Giardino di Ogni Bene, il giardino produttivo con frutteto caratterizzato da specie arboree autoctone e tipiche del paesaggio agrario salentino (querce, cipressi e specie da frutto) ed orti ornamentali con specie erbacee perenni aromatiche e da fiore. Scarse e frammentarie sono le notizie riferibili al giardino. Da alcuni atti di vendita trovati presso l’Archivio di Stato si ha notizia che lo stesso fosse noto come Giardino d’Ogni Bene e che la sua superficie fosse originariamente ben più vasta dell’attuale. Gli stessi documenti testimoniano che il giardino ha avuto sin dalla sua origine una funzione prevalentemente produttiva. Documentabile era la presenza di fichi, melograni, viti ed agrumi. Nel tempo con l’alternarsi di diversi proprietari e destinazioni d’uso, con lunghi periodi di abbandono fino ai nostri giorni, il giardino aveva perso per intero il suo assetto stratificato. L’assetto attuale del giardino, con la sua sobria compartimentazione in aiuole regolari disposte lungo assi ortogonali, è frutto di una rievocazione progettuale che tende a suggerire quali potessero essere le coltivazioni presenti un tempo. La distribuzione e ripetizione di aiuole di dimensioni e geometrie simili sono un chiaro riferimento sia al tema della classificazione botanica, che alla semplice orditura dei campi in piccole parcelle. L’impiego di materiali lapidei tipici della tradizione locale, accanto ad altri di uso più attuale, non tradisce la chiara datazione contemporanea del giardino. Il giardino di Ogni Bene Il giardino è suddiviso in aree riconoscibili: il frutteto con gli orti ornamentali con specie erbacee aromatiche, la vigna con i vitigni tipici del Salento, la piazza degli alberi di Giuda, un viale con bellissimi melograni, il giardino dei fiori ed il percorso perimetrale con specie tipiche della macchia mediterranea. Tutti gli alberi e una parte delle specie vegetali è provvista di cartellini per l’identificazione botanica. Il pergolato in pietra leccese abbellito da glicini ed iris, è stato ricostruito e posizionato sull’asse di un’analoga struttura, documentata nell’ambito della sorveglianza archeologica, verosimilmente risalente al periodo dell’occupazione militare del convento. Il giardino ha una forte valenza didattica per chi ama le piante ed osservare il loro mutare nelle diverse stagioni ed invita ad una fruizione rispettosa dei luoghi e della bellezza e fragilità della natura. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su convento degli Agostiniani

Stazione meteorologica di Lecce Osservatorio Meteorologico
Stazione meteorologica di Lecce Osservatorio Meteorologico

La stazione meteorologica di Lecce Osservatorio Meteorologico è la storica stazione meteorologica di riferimento relativa alla città di Lecce. La stazione meteorologica venne attivata da Cosimo De Giorgi il 1º dicembre 1874 e dal 1876 entrò a far parte della rete di stazioni del Regio Ufficio Centrale di Meteorologia. In precedenza, furono effettuate osservazioni meteorologiche anche presso l'Orto Botanico di Lecce tra gli inizi dell'Ottocento e il 1824 da Oronzo Gabriele Costa. Successivamente, nel 1871 le osservazioni vennero riprese privatamente da Oronzo De Giorgi, fino all'inaugurazione dell'osservatorio meteorologico ufficiale avvenuta tre anni dopo. L'originaria ubicazione dell'osservatorio era presso la torre del campanile della chiesa di San Francesco della Scarpa. Tra il 1922 e il 1923 vennero sospese le osservazioni a seguito della morte di De Giorgi. Nel 1924 la stazione meteorologica venne riattivata nella nuova ubicazione presso l'Orto Botanico, dove si erano tenute le prime osservazioni meteorologiche non ufficiali agli inizi dell'Ottocento. Nel corso del Novecento i dati rilevati dalla stazione meteorologica venivano pubblicati negli Annali Idrologici del Ministero dei lavori pubblici: la stazione dell'osservatorio meteosismico afferiva al Compartimento di Pescara fino al 1925 e a quello di Bari dal 1926 in poi. Con la successiva chiusura dell'orto botanico, la stazione meteorologica venne nuovamente riposizionata presso una diversa ubicazione. Con la regionalizzazione del Servizio Idrografico Nazionale avvenuta alla fine degli anni Novanta, la stazione meteorologica dell'osservatorio meteosismico è entrata a far parte della rete di stazioni della Protezione Civile della Regione Puglia. Nel 2003 la stazione meteorologica tradizionale è stata sostituita da una nuova stazione meteorologica automatica per la trasmissione dei dati in tempo reale. L'attuale ubicazione si trova presso una delle sedi dell'Università del Salento. Nonostante i cambi di ubicazione e la recente sostituzione degli strumenti meccanici con quelli automatici, l'intera serie storica dei dati rilevati risulta omogenea nel corso del tempo. In base alle medie di riferimento trentennale 1961-1990 elaborate dall'ENEA sulla base delle osservazioni meteorologiche effettuate in quel trentennio, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, è di +9,2 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, si attesta a +25,9 °C. Le precipitazioni medie annue si attestano a 655,6 mm, con un picco tra autunno e inverno e con un minimo estivo. Nella tabella sottostante sono riportate le temperature massime e minime assolute mensili, stagionali ed annuali dal 1876 ad oggi, con il relativo anno in cui si queste si sono registrate; la serie storica esaminata risulta lacunosa nel periodo compreso tra il 1907 e il 1910 e negli anni 1922, 1923 e 1959 mentre i dati registrati dal 2011 in poi sono ancora in attesa di omologazione e di pubblicazione da parte dell'ente gestore. La temperatura massima assoluta del periodo esaminato è stata di +43,3 °C ed è stata registrata il 24 luglio 2007, mentre la temperatura minima assoluta è stata di -9,2 °C e risale al 4 gennaio 1979. Cosimo De Giorgi. Note statistiche sul clima di Lecce. Lecce, 1885. Cosimo De Giorgi. L'Osservatorio di Lecce: sua storia. Lecce, 1888. Lecce Stazione meteorologica di Lecce Galatina Clima italiano Protezione Civile - Regione Puglia, dati in tempo reale: Lecce, su protezionecivile.puglia.it. URL consultato l'11 dicembre 2013 (archiviato dall'url originale il 4 dicembre 2013).

Museo storico-archeologico dell'Università di Lecce
Museo storico-archeologico dell'Università di Lecce

Museo storico-archeologico dell'Università del Salento (MUSA) è un museo universitario situato a Lecce nell’area tra Porta Napoli e il parco di Belloluogo. Offre un percorso di visita articolato, che copre diverse epoche storiche e aree geografiche, fornendo al visitatore una panoramica completa dei risultati della ricerca archeologica condotta dall’Ateneo nell’ampio contesto del bacino mediterraneo. Il museo è stato aperto al pubblico nel giugno del 2007. La sua creazione è il risultato del Piano Coordinato delle Università di Catania e Lecce (Iniziativa IN20), finanziata sia dal Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica (MIUR) che dall'Unione Europea, tramite i Piani Operativi Nazionali (P.O.N.) 1994/1999 e 2000/2006. Il MUSA è situato nel campus universitario Studium 2000, in Via di Valesio angolo, Viale S. Nicola, ed occupa una superficie di circa 500 metri quadrati, divisi in cinque sale. Presenta oltre 400 reperti provenienti dalle attività di scavo dell’Ateneo, affiancati da riproduzioni di contesti archeologici sotto forma di plastici, calchi, modelli, ricostruzioni virtuali e multimediali. L'allestimento ha visto la partecipazione attiva dei docenti, dei gruppi di ricerca e del personale tecnico del settore storico-archeologico del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università del Salento. Il MUSA offre un itinerario di visita articolato in cinque sale. In questa sala, un totem luminoso introduce il visitatore agli obiettivi e alle finalità del museo, mentre tre postazioni multimediali forniscono una panoramica sullo sviluppo della ricerca in Archeologia e Storia Antica presso l’Università del Salento. Nella stessa sala, viene ricordato il contributo dato dai professori Giuseppe Nenci, Dinu Adamesteanu e Giuliano Cremonesi alla istituzione del settore di ricerca storico-archeologica presso l’ateneo. Due maxi-schermi proiettano immagini legate alle esperienze di ricerca. Dedicata alla preistoria e alla protostoria del Salento, questa sala espone reperti provenienti da importanti siti archeologici della regione, tra cui la grotta delle Veneri di Parabita, Sant’Anna presso Oria, la grotta Cappuccini a Galatone, Roca e Torre Guaceto. Si offrono informazioni sulla vita quotidiana e le pratiche culturali delle popolazioni locali, dal Paleolitico Medio fino all’età del Bronzo. Dedicata alla civiltà dei Messapi, questa sala offre una panoramica sulla cultura, arte e la vita quotidiana di questo popolo attraverso reperti provenienti da siti archeologici chiave della regione, come Otranto, San Vito dei Normanni, Muro Leccese, Oria. Inoltre è presente una sezione sulla monetazione di età messapica. Qui i visitatori possono esplorare l'età romana e tardoantica del Salento attraverso una ricca esposizione di reperti archeologici provenienti da siti, come Brindisi, Vaste e Giurdignano. Nella stessa sala è presente la sezione medievale divisa in sottosezioni: l’alto medioevo, i Normanni, Svevi e Angioini, la fine del medioevo. I reperti provengono da Otranto, Giuggianello, Martano e Muro Leccese. L'ultima sala presenta alcuni reperti e postazioni multimediali che illustrano le attività delle missioni archeologiche e le indagini condotte in diverse regioni d’Italia e all'estero. La Tabula Peutingeriana, riprodotta sulle pareti della sala, e la mappa satellitare del Mediterraneo sul totem luminoso riportano l’ubicazione degli scavi condotti ad esempio ad Hierapolis (Turchia), Tas Silg (Malta), Soknopaiou Nesos (Egitto) e Khartoum (Sudan) e in altri luoghi di pari importanza. Il MUSA propone esposizioni permanenti e temporanee, conferenze divulgative, laboratori didattici e visite guidate, rivolte sia alle scuole che ad un pubblico più vasto. Il museo promuove inoltre un approccio inclusivo al patrimonio culturale, impegnandosi attivamente nella creazione di supporti didattici e informativi accessibili. Grazia Maria Signore, Il Museo MUSA: dalla ricerca alla comunicazione. Dieci anni di attività, in Mario Capasso (a cura di), Sessanta anni di Studi Umanistici nell’Università del Salento, Lecce, 2019, pp. 881-894. Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su MUSA - Museo storico archeologico Sito ufficiale, su unisalento.it. Museo storico-archeologico dell'Università di Lecce, su beniculturali.it, Ministero della cultura.