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Museo archeologico Sigismondo Castromediano

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Il museo "Sigismondo Castromediano" è un museo archeologico di Lecce, dotato anche di una piccola pinacoteca e di un lapidario.

Estratto dall'articolo di Wikipedia Museo archeologico Sigismondo Castromediano (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori, Immagini).

Museo archeologico Sigismondo Castromediano
Viale Gallipoli, Lecce

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Museo Sigismondo Castromediano

Viale Gallipoli 28
73100 Lecce
Puglia, Italia
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Luoghi vicini

Chiesa della Madre di Dio
Chiesa della Madre di Dio

La chiesa della Madre di Dio e di San Nicolò, nota anche come chiesa delle Scalze è una chiesa barocca di Lecce la cui edificazione risale al 1631 per disposizione del patrizio leccese Belisario Paladini. Attiguo è l'ex monastero delle Scalze, che venne acquistato nel 1903 dalle Suore Salesiane dei Sacri Cuori per farne la sede definitiva della casa generalizia e dell'Istituto per sordomuti fondato da san Filippo Smaldone. La chiesa ha un semplice quanto leggiadro prospetto animato da un decoratissimo portale a colonne, opera di Cesare Penna il quale scolpì anche il rilievo del fregio figurante il Duello tra David e Golia e la statua dell'Arcangelo Michele che atterra il demonio. Ai lati del portale si aprono due nicchie ospitanti le statue dell'Angelo custode e di santa Caterina d'Alessandria attribuibili a Giuseppe Zimbalo. Altri elementi decorativi sono una finestra dalla ricca cornice e una ghirlanda che adorna il fregio della trabeazione. L'interno dalla raccolta navata, presenta un soffitto a volta carenata percorsa da costoloni. I muri dell'aula risultano animati da statue-reliquiari collocate in nicchie e da altari di vistoso risalto plastico. Nel presbiterio, dominato da un altare maggiore del 1648 adorno di un paliotto intarsiato e di un monumentale ciborio marmoreo, destano interesse la pala della Madre di Dio con San Giuseppe e San Nicola (1645) e il monumento a Belisario Paladini fondatore della chiesa. Nel presbiterio il soffitto è a volta a spicchi rivestiti di stucco. In questa chiesa riposano le spoglie di San Filippo Smaldone, trasferite dal cimitero cittadino nel 1942. San Filippo Smaldone fondò, nell'attiguo monastero, la congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori e progettò un'istituzione dedicata alla cura e all'istruzione dei sordomuti. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Mario Manieri Elia, Il barocco leccese, Milano, Electa Mondadori, 1989

Palazzo Tamborino Cezzi
Palazzo Tamborino Cezzi

Il Palazzo Tamborino Cezzi è una dimora aristocratica situata nel centro storico di Lecce. Eretto nella metà del XVI secolo da Giacomo Mele, sorge su un antico frantoio ipogeo successivamente seminterrato; il piano terra ne testimonia lo stile tardo rinascimentale caratterizzato da ampi ambienti con volte a stella decorate con fiori e frutti scolpiti. Agli inizi del 1600 il palazzo viene ceduto alla famiglia genovese de’ Giudice, famiglia presente a Lecce fin dal Basso Medioevo; l'immobile viene ingrandito ed abbellito da Cola Maria de’ Giudici al punto di essere citato, dai contemporanei, come “sontuoso palazzo”. Forse a seguito di un omicidio accaduto nelle sue stanze, Lucrezia de’ Giudici, moglie di Aurelio Bonvicino, non avendo discendenti diretti, nel 1636 lo donò, con lascito testamentario, ai gesuiti che lo occuparono per circa cinquanta anni. Successivamente subentrano per acquisto gli Staybano, famiglia di origini amalfitane, presenti in Terra d'Otranto dalla metà del Cinquecento in qualità di percettori provinciali, che lo venderanno nel 1693 con atto notarile a Isabella della famiglia Capece (celebre famiglia nobile napoletana con molti rami anche in Puglia); figlia di Francesco (barone di Surbo) e di Caterina Paladini, Isabella è moglie di Raimondo Natale, poeta e letterato. L'immobile passò quindi in eredità ai Paladini antica casata aristocratica di intellettuali e politici con feudi e residenze in Terra d’Otranto e a Lecce dal ‘400; abiteranno il palazzo dalla prima metà del Settecento fin oltre all’Unità d’Italia. Achille Tamborino di Maglie acquistò il palazzo nell’estate del 1879 e ne fece la sua dimora nel capoluogo. Si devono a lui gli interventi di consolidamento e restauro che ne connotano l’attuale fisionomia. Ad Achille successe il pronipote Vincenzo Tamborino che completò la ristrutturazione, i restauri e gli arredi. I Cezzi sono discendenti dei Tamborino per linea materna. L’impianto della residenza, nello stile tardo rinascimentale, mostra ancora le antiche scuderie e gi appartamenti del piano terreno, caratterizzati da ampi ambienti con volte a stella decorate con fiori, frutti e mascheroni scolpiti. Il tutto è ben armonizzato con le prospettive architettoniche neoclassiche ottocentesche, con i loro androni a sesto ribassato, l’atrio scoperto con vista galleria, i portici, le colonne e i capitelli, e, in alto, le grandi finestre serliane della galleria; il piano superiore (cui si accede da una scala marmorea) si articola nelle sale di rappresentanza e nell’ala destinata alla privacy della famiglia. Al secondo piano si trovano le mansarde, alcune di origine e struttura settecentesca, con vista sui tetti del centro storico. Degli interventi di consolidamento disposti da Achille Tamborino a fine ottocento e della rielaborazione eclettico/neoclassico/liberty, si occupano l’ingegnere Antonio Guariglia e l’architetto neomanierista Luigi Morrone. Fra gli artisti dell’epoca che contribuiscono alla ristrutturazione scenografica del palazzo: i fratelli Peluso di Tricase, sono presenti con i mosaici policromi e i lavori in litocemento; il pittore Domenico Battista è autore delle tempere; lo scultore e ceramista Angelo Antonio Paladini arreda l’edificio con le ceramiche e terrecotte (a lui si deve la statua di giovane africana posta sullo snodo della scala che porta al piano nobile), Luigi Guacci vi colloca i suoi bronzi. Nei portici del piano terreno si conservano due antiche carrozze di metà ottocento e di fabbricazione francese e napoletana, e un calesse in legno di ciliegio di artigianato salentino. Inaugurato nel 1883, il giardino è il tipico giardino salentino di città e, stilisticamente, un po’ rococò, con le sue aiuole e i vialetti di pietre a secco; oasi di verde nel cuore della città, il giardino coniuga i colori e i profumi delle piante e dei fiori con i robusti umori degli ortaggi, e diventa il salotto e la cucina en plein air della famiglia. Vi si accede attraversando gli androni e le scuderie cinquecentesche, fino all’esedra in bugnato con una grande inferriata in ghisa; sul cancello d’ingresso in alto vi è il monogramma di Achille Tamborino. Il giardino si presenta leggermente sopraelevato, raccolto in una struttura irregolare e circolare. Un secolare nespolo è circondato da un verde prato; due gigantesche piante si arrampicano sui balconi del primo piano: una thumbergia color glicine e una bougainvillea; entrando nel giardino sia a destra che a sinistra, crescono alcuni alberi di agrumi (limoni, mandarini, lime e aranci); sono presenti anche palme californiane, cipressi, jacarande, nasturzi, calle, acanti, lantane ed essenze mediterranee; non mancano lo stramonio arboreo giallo e arancio, rose rampicanti, iris che invitano al giardino segreto, un angolo più intimo con un'antica fontana, gaggìe e alocasie o muse, il tutto circondato da boschetti di bambù. Una sala cinquecentesca al primo piano con affaccio sul giardino accoglie, la Wunderkammer, la Stanza delle Meraviglie, un posto magico che conserva oggetti antichi della casa (abiti, biancherie, arredi sacri della cappella di palazzo, ritratti di famiglia, libri e riviste, giornali d'arte, mappe rurali e carte geografiche del Regno delle Due Sicilie). Il 13 luglio del 1636 il palazzo fu teatro di una tragedia familiare: Beatrice Moccia (figlia unica di Giovanni Simone, signore di Colle d'Anchise, e di Laura Cicala), amica e ospite dell'allora proprietaria della casa Lucrezia de’ Giudici Bonvicino, venne sorpresa dal marito don Fulvio di Costanzo (governatore della provincia di Terra d'Otranto) mentre scriveva un biglietto d’amore e uccisa pugnalata a morte; si seppe solo successivamente che il biglietto fu scritto su commissione e che Beatrice morì senza colpa. Alla fine del ‘600, negli anni in cui fu abitato dalla famiglia Capece, e più precisamente da Isabella e dal marito Raimondo Natale, il palazzo probabilmente accolse le riunioni dell'Accademia degli Spioni. Fu casa di patrioti con la famiglia Paladini: i tre fratelli Angel'Antonio, Guglielmo e Pietro furono in prima fila tra i giacobini della Repubblica Partenopea del 1799. Nel 1889 il presidente del consiglio Francesco Crispi, durante la visita a Lecce del re Umberto I e del principe ereditario Vittorio Emanuele presenti in città per l'inaugurazione di un monumento a Vittorio Emanuele II e del convitto delle Marcelline, fu ospite a cena nel palazzo, invitato dal senatore Achille Tamborino e da sua moglie la duchessa Maria Luisa Frisari. Il regista Ferzan Özpetek ha scelto il palazzo Tamborino Cezzi come location per le riprese del film: Mine vaganti, girato nel 2009 nell'ala disabitata dell'edificio e per le riprese di Allacciate le cinture, film girato nel 2013 in cui il palazzo è la residenza principale della protagonista. Molte riprese di film e serie televisive sono state girate nelle sale del palazzo, fra queste ricordiamo: Azzurro con Paolo Villaggio (2000), Il giudice Mastrangelo (fiction 2005), Hermano (2007), Mogli a pezzi (fiction 2008), e svariate rassegne ed eventi. Fernando Cezzi (a cura di), Palazzo Tamborino Cezzi, Lecce, Tipografia Scorrano, 2020, ISBN 978-88-9081-900-1. Fernando Cezzi (a cura di), Problematici amori - Terra d'Otranto XVII Secolo, Lecce., Tipografia Scorrano, 2021, ISBN 9788890819032. Francesco Capecelatro (a cura di), Degli Annali della città di Napoli, Napoli. Silvio et Ascanio Corona, Successi tragici et amorosi, a cura di Angelo Borzelli, Napoli, Stamperia del Valentino, 2015, ISBN 8895063694. Alessandro Laporta (a cura di), Cronache di Lecce, Lecce, Edizioni del Grifo. Achille Tamborino Vincenzo Tamborino Terra d'Otranto Maglie Lecce Palazzo Tamborino Cezzi - in Rai Italia nelle meraviglie del Bel Paese Palazzo Tamborino Cezzi - In Onda WebTv Lecce Palazzo Tamborino Cezzi Lecce - in Rosso Pompeiano

Chiesa di San Matteo (Lecce)
Chiesa di San Matteo (Lecce)

La chiesa di San Matteo è un luogo di culto cattolico barocco del centro storico di Lecce, situato in via dei Perroni, 29. Fu costruita nella seconda metà del XVII secolo, sui disegni di Achille Larducci di Salò (nipote di Francesco Borromini). Sostituì un'antica cappella quattrocentesca dedicata all'apostolo Matteo, cui era annesso un convento di Francescane. La posa della prima pietra avvenne nel 1667, ad opera del vescovo leccese Luigi Pappacoda, e fu ultimata nel 1700.Dal 30 aprile 1810 è sede della parrocchia di Santa Maria della Luce, eretta il 16 marzo 1606 in una chiesa omonima fuori le mura e qui trasferita dopo la soppressione del monastero delle Francescane. Il prospetto è caratterizzato da un contrasto di linee; alla superficie convessa dell'ordine inferiore si alterna quella concava dell'ordine superiore. Il Larducci riprende il modello stilistico attuato da Francesco Borromini nella facciata della chiesa romana di San Carlo alle Quattro Fontane. L'ordine inferiore, tripartito da due colonne su alti basamenti quadrangolari, si caratterizza per un'insolita decorazione a squame della parte centrale, contraddistinta da un elaborato portale, con un'edicola sormontata dallo stemma dell'Ordine Francescano. Ai lati, due nicchie emergono su uno sfondo a punta di diamante.L'ordine superiore presenta una serliana coronata da una modanatura continua e due nicchie riccamente decorate. L'andamento sinuoso è accentuato dalla cornice modanata mistilinea di coronamento, sormontata da uno svettante fastigio. L'interno possiede una navata unica a pianta ellittica. Le cappelle, che si aprono lungo le pareti, sono intervallate da paraste con alti plinti semicircolari su cui poggiano le dodici statue lapidee degli Apostoli, realizzate nel 1692 da Placido Buffelli di Alessano. Nella navata, in corrispondenza delle cappelle, si aprono dieci bifore dalle quali le religiose assistevano alle funzioni. La copertura è stata rifatta agli inizi del XIX secolo in sostituzione dell'antico soffitto ligneo. Gli altari, tipici del barocco leccese, sono attribuiti alla scuola di Giuseppe Cino. Lungo il lato sinistro della navata si susseguono diversi altari: il primo è dedicato a sant'Agata e conserva la tela de Il Martirio di Sant'Agata, realizzata nel 1813 da Pasquale Grassi. Il secondo altare è dedicato a san Francesco d'Assisi; segue quello di santa Rita da Cascia con statua in cartapesta di Raffaele Caretta. Il quarto e il quinto altare sono dedicati rispettivamente alla Madonna Immacolata e alla Pietà; quest'ultimo accoglie una pregevole statua della Pietà in legno policromo realizzata a Venezia nel 1693. L'abside, coperto da una volta a stella, è impreziosito da un artistico altare maggiore caratterizzato da una esuberante decorazione con piccole statue di santi negli intercolunni. Al centro dell'altare si apre una nicchia contenente la statua lignea di san Matteo apostolo, scolpita nel 1691 dall'ischitano Gaetano Patalano. Lungo il lato destro della navata, proseguendo verso l'ingresso, sono presenti altri quattro altari: il primo reca un dipinto della Madonna della Luce, un affresco cinquecentesco proveniente dall'antica chiesa di Santa Maria della Luce raffigurante la Vergine col Bambino che mostra al collo un cornetto di corallo. Seguono gli altari di sant'Anna e della Sacra Famiglia, entrambi recanti un dipinto di Serafino Elmo. Tra i due altari è posizionato un pergamo ligneo, raffinato lavoro di intaglio, affiancato da quattro statue allegoriche in pietra. L'ultimo altare è dedicato a sant'Oronzo con pala del 1736. Sulla porta d'ingresso si conserva la copertura lignea, scolpita e dorata, dell'organo settecentesco della Basilica di Santa Croce. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Galatina (Lecce), Congedo Editore, 1999 Mario Manieri Elia, Il barocco leccese, Milano, Electa Mondadori, 1989 F. Canali, Valore di "interesse artistico" e "storico" nei monumenti dei età moderna: dall'arte aragonese alla difficile valutazione del Barocco e del Rococò, in Paesaggi, città e monumenti di Salento e Terra d'Otranto tra Otto e Novecento, Una «piccola Patria» d'eccellenza, dalla Conoscenza alla Valutazione e alla Tutela dei Monumenti ..., a cura di F. Canali, V. Galati, Firenze, 2017, pp. 357-422. Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa di San Matteo Approfondimento chiesa di San Matteo, su artefede.org. URL consultato il 16 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 20 marzo 2012).

Chiesa del Carmine (Lecce)
Chiesa del Carmine (Lecce)

La chiesa del Carmine, insieme all'adiacente convento dei Carmelitani, è un complesso architettonico di Lecce. I carmelitani giunsero a Lecce nel 1481, occupando una chiesa posta fuori dalle mura, nei pressi di Porta San Biagio.Nel 1546, in seguito ad un evento sismico, i frati abbandonarono il vecchio complesso e si insediarono all'interno delle mura nella chiesa di San Nicola, che i carmelitani dedicarono alla Madonna del Carmelo. In quel luogo costruirono il nuovo monastero e successivamente eressero l'attuale chiesa, la cui prima pietra venne posta il 15 luglio 1711.La chiesa fu realizzata su disegno dell'architetto Giuseppe Cino che vi lavorò sino al 1722, anno della morte. Fu portata a termine nel 1737 grazie all'intervento di Mauro Manieri. La facciata della chiesa, realizzata dal Cino fra il 1711 e il 1717, è divisa in tre ordini sovrapposti e presenta una grande ricchezza di fregi e decori. Il primo ordine è ritmato da quattro nicchie ricavate simmetricamente ai lati del portale; quest'ultimo possiede un timpano curvilineo che accoglie, entro una ghirlanda di fiori, la figura della Madonna del Carmine. Nelle nicchie si stagliano le monumentali statue dei carmelitani sant'Angelo da Gerusalemme e sant'Alberto degli Abati e dei profeti Elia ed Eliseo.Nel secondo ordine, che riprende i ritmi compositivi dell'ordine inferiore, è incastonato un finestrone centrale affiancato da due nicchie occupate dalle statue di santa Teresa d'Avila e santa Maria Maddalena de' Pazzi, attribuite, come quelle del piano inferiore, a Mauro Manieri.Il terzo ordine, raccordato al secondo da volute mistilinee, si conclude con un frontone di ispirazione classica. L'interno presenta un corpo longitudinale ellittico innestato ad un transetto non sporgente sul quale si apre un profondo coro a terminazione piatta. La pianta, con chiari riferimenti biblici, riproduce la forma del piede umano. Al centro dell'area presbiteriale si innalza una svettante cupola decorata esternamente con maioliche a squame verdi e bianche. Lungo il perimetro della navata si aprono tre cappelle per lato, arricchite da altari barocchi disegnati da Mauro Manieri e realizzati tra il 1731 e il 1737.Lato sinistro: il primo altare, dedicato a sant'Elia profeta, fu ultimato nel 1736 ed espone una pala del santo; il secondo altare è dedicato all'Addolorata e accoglie una statua lignea del Cristo alla Colonna, dello scultore gallipolino Gesuino Vespasiano del 1618, e una tela raffigurante la Vergine dei sette dolori; il terzo altare è dedicato alla Madonna Annunziata ed è corredato da una tela di Serafino Elmo dell'Annunciazione della B.V. Maria.Lato destro: procedendo dall'ingresso, il primo altare è dedicato a san Michele e possiede un altorilievo in terracotta argentata riproducente l'Arcangelo Michele; segue il secondo altare sul quale è collocato un reliquiario del XVII secolo del giureconsulto Vincenzo M. Perrone; il terzo altare di santa Teresa del Bambin Gesù ospita una statua in cartapesta di Giuseppe Manzo. In chiave all'arco trionfale campeggia il dipinto raffigurante l'Eterno Padre mentre nel soffitto a lacunari lignei intagliati e dorati è incastonata la tela della Vergine del Carmelo con san Simone Stock. Nel braccio sinistro del transetto si ammira il pregevole altare della Purificazione della Beata Vergine Maria che ospita le statue in pietra degli Evangelisti, un'antica statua lignea della Vergine del Carmelo e una tela della Presentazione della Vergine al Tempio. Inoltre sono presenti gli altari del Crocifisso e dei Santi Nicola e Antonio Abate. Nel braccio destro è situato l'altare di san Francesco di Paola, con statua del santo in cartapesta realizzata nel 1856, e altri due altari dedicati a sant'Anna, con tela raffigurante la Sacra Famiglia con sant'Anna e san Gioacchino, e alla Trinità. Nel presbiterio è situato l'altare maggiore ad andamento concavo, costruito per volontà della famiglia Sambiasi, così come rivela il loro stemma. Dietro l'altare si apre il profondo coro, dalla volta lunettata, percorso da paraste corinzie scanalate. Lungo le pareti del coro sono presenti numerosi dipinti: l'Annunciazione della Vergine, Sant'Orsola con le compagne, la Crocifissione, Sant'Oronzo, Santa Irene di Serafino Elmo, Sant'Onofrio, San Giovanni Battista, I Profeti Elia ed Eliseo realizzati nel 1591 ed altre tele. Notevole è il dipinto inserito nella cassettonatura lignea del soffitto, denominato La Vergine consegna lo scapolare a san Simone Stock, opera giovanile del pittore napoletano Paolo Finoglio. Allo stesso pittore è attribuibile un Trionfo di sant'Orsola collocato inizialmente nel coro di questo stesso edificio, oggi conservato presso il Museo Diocesano di Lecce. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa del Carmine Visita virtuale della chiesa del Carmine, su lecce360.com. Approfondimento sulla chiesa del Carmine, su artefede.org. URL consultato il 15 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale l'8 settembre 2011).

Teatro romano di Lecce
Teatro romano di Lecce

Il teatro romano di Lecce è un monumento di epoca romana situato nel centro storico della città. Di incerta datazione, il teatro è assegnato al periodo augusteo. Il teatro romano di Lecce fu casualmente scoperto nel 1929, durante alcuni lavori eseguiti nei giardini di due palazzi storici della città (palazzo D'Arpe e palazzo Romano). Strettamente legato all'anfiteatro romano, esso infatti è stato probabilmente voluto da Augusto il quale, non ancora imperatore trovò rifugio a Lupiae, antica Lecce e per sdebitarsi ordinò la costruzione di entrambi. Gli scavi effettuati riportarono alla luce la cavea (diametro esterno 40 m; diametro interno 19 m) che, ricavata in un banco di roccia, fu rivestita in opera quadrata. Essa è divisa in sei cunei da cinque scalette radiali dei cui gradini ogni coppia corrisponde ad uno di quelli riservati agli spettatori. Ogni cuneo è costituito da dodici gradoni (altezza 0,35 m; profondità 0,75 m circa), molti dei quali restaurati. Alla zona dell'orchestra, che era il luogo riservato all'evoluzione del coro, si accedeva mediante una stretta galleria coperta. Davanti all'orchestra, pavimentata a lastre rettangolari di calcare bianco, si notano tre larghi gradini che girano a semicerchio sui quali venivano, all'occorrenza, collocati seggi mobili riservati ai notabili. Dietro i gradini è presente un muretto (balteus) e, dietro l'orchestra, oltre al canale destinato a raccogliere il sipario, è presente la scena (altezza dal piano dell'orchestra 0,70; profondità 7,70 m; larghezza 30 m). apparterrebbero al periodo augusteo alcuni frammenti della decorazione fittile del balteus, mentre all'età degli Antonini si vuole risalgano le statue marmoree che adornavano il teatro. Tutti i reperti facenti parte del teatro romano di Lecce sono custoditi nell'adiacente museo omonimo. Si suppone infine che il teatro fosse capace di ospitare un pubblico di oltre 5.000 spettatori, per il quale venivano rappresentate tragedie e commedie. Oggigiorno è possibile visitarlo esternamente ed entrare all'interno grazie ai frequenti spettacoli che ancora lo animano. Anfiteatro romano di Lecce Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su teatro romano di Lecce (DE) Teatro romano di Lecce, su theatrum.de.

Chiesa di San Sebastiano (Lecce)
Chiesa di San Sebastiano (Lecce)

La chiesa di San Sebastiano è una piccola chiesa rinascimentale del centro storico di Lecce. Venne edificata nel 1520 in onore di san Sebastiano, protettore degli appestati. La chiesetta sorse sul luogo di una preesistente chiesa rupestre dedicata ai SS. Leonardo, Rocco e Sebastiano, riportata alla luce nel 1762, occasione in cui si credette di aver ritrovato le spoglie dei santi Oronzo, Giusto e Fortunato. La piccola facciata in pietra leccese con semplice profilo a spioventi, è ingentilita da una teoria di archetti pensili al di sotto dei quali si apre il portale sormontato da un architrave che poggia su due colonne scanalate. Portale e architrave sono decorati con motivi floreali e simbolici. L'edificio, sconsacrato nel 1967, presenta un semplice impianto planimetrico a navata unica. Le pareti laterali, scandite da arcate a tutto sesto, ospitavano sette altari, oggi quasi tutti smembrati. Nell'area presbiteriale è posizionato un altare con lo stemma della famiglia Prato. Del corredo decorativo originario restano solo alcuni affreschi del XVI secolo raffiguranti la Madonna del Buon Consiglio, il Santissimo Crocifisso, la Madonna del Soccorso e un'immagine della Pietà. Verso la fine del XVIII secolo venne edificato l'attiguo convento di Cappuccine denominato Le Pentite, in cui si ricoveravano le donne pentite della loro vita da dissolute. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa di San Sebastiano

Duomo di Lecce
Duomo di Lecce

Il duomo di Lecce, la cui denominazione ufficiale è quella di cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta, è il principale luogo di culto cattolico di Lecce, chiesa madre dell'arcidiocesi metropolitana omonima. Si trova in piazza del Duomo, nel centro storico della città. Una prima cattedrale della diocesi di Lecce venne costruita nel 1144 dal vescovo Formoso Lubelli; nel 1230, per volere del vescovo Roberto Voltorico, la cattedrale venne rinnovata e ricostruita in stile romanico. Nel 1659, il vescovo di Lecce Luigi Pappacoda diede all'architetto leccese Giuseppe Zimbalo, detto lo Zingarello, il compito di ricostruire la chiesa cattedrale in stile barocco leccese. L'architetto scelse di non alterare la pianta della cattedrale romanica e la prima pietra venne posata il 1º gennaio dello stesso anno. La costruzione venne portata avanti dal 1659 fino al 1670, quando la nuova cattedrale venne solennemente consacrata dal vescovo Pappacoda. Il tempio possiede due prospetti, di cui il principale è quello a sinistra dell'Episcopio, mentre l'altro guarda l'ingresso della piazza. La facciata principale, piuttosto semplice sotto il profilo decorativo, si sviluppa in due ordini dove sono presenti le statue, alloggiate in nicchioni, dei Santi Pietro e Paolo, di San Gennaro e di San Ludovico da Tolosa. La disposizione delle paraste scanalate fa intravedere che la chiesa è strutturata in tre navate. Il prospetto settentrionale, ricco ed esuberante, assolve a una precisa funzione scenografica, dovendo rappresentare l'ingresso principale della chiesa per chi entra nel sagrato. Scompartito in cinque zone da paraste e colonne scanalate, il primo ordine presenta un portale ai cui lati due nicchie ospitano le statue di San Giusto e di San Fortunato. La trabeazione è coronata da un'alta balaustra alternata da colonnine e pilastrini, oltre la quale, al centro, si innalza la statua di Sant'Oronzo. Il Campanile del Duomo venne costruito tra il 1661 e il 1682 dall'architetto leccese Giuseppe Zimbalo su incarico dell'allora vescovo della città, Luigi Pappacoda. Venne edificato in sostituzione di quello normanno, voluto da Goffredo d'Altavilla, crollato agli inizi del Seicento. La torre campanaria ha una forma quadrata e risulta essere formata da cinque piani rastremati, l'ultimo dei quali è sormontato da una cupola ottagonale maiolicata, sulla quale è posta una statua in ferro raffigurante Sant'Oronzo. Gli ultimi quattro piani presentano quattro monofore alle quali le antistanti balaustre conferiscono la pittoresca funzione di lunghi balconi. Impreziosiscono il campanile alcune epigrafi latine le quali, incise su targhe posizionate sopra le monofore, furono dettate dal letterato leccese Giovanni Camillo Palma. Ha un'altezza di 70 metri, e dalla sua sommità è possibile ammirare il mare Adriatico e nei giorni particolarmente limpidi anche le montagne dell'Albania. La torre presenta una leggera curvatura verso sinistra, dovuto a un leggero cedimento delle fondamenta. L'interno, a croce latina, è a tre navate divise da pilastri a semicolonne. La navata centrale e il transetto sono ricoperti da un soffitto ligneo a lacunari intagliati, risalente al 1685, entro il quale sono incastonate le tele, di Giuseppe da Brindisi, raffiguranti la Predicazione di Sant'Oronzo, la Protezione dalla peste, il Martirio di Sant'Oronzo e l'Ultima Cena. Il Duomo accoglie al suo interno 12 altari, più quello maggiore, ed è ricco di opere pittoresche realizzate da valenti artisti, tra i quali Giuseppe da Brindisi, Oronzo Tiso, Gianserio Strafella, Gian Domenico Catalano e Giovanni Andrea Coppola. Gli altari sono dedicati, (a partire dalla navata sinistra), a San Giovanni Battista (1682), alla Natività con presepe cinquecentesco, al Martirio di San Giusto (1674), a Sant'Antonio da Padova (pure del 1674), alla Vergine Immacolata (1689), a San Filippo Neri (1690), al Crocifisso e al Sacramento (1780), a Sant'Oronzo (1671), all'Addolorata, a San Giusto (1656), a San Carlo Borromeo e a Sant'Andrea Apostolo (1687). L'altare maggiore in marmo e bronzo dorato, fu costruito dal vescovo Sersale e consacrato nel 1757 dal vescovo Sozi Carafa che commise ad Oronzo Tiso il grande quadro centrale dell'Assunta (1757) e i due laterali raffiguranti il Sacrificio del Profeta Elia e il Sacrificio di Noè dopo il Diluvio (1758). Del 1759 è il coro in noce con la cattedra episcopale voluto dal vescovo Fabrizio Pignatelli e dovuto forse a disegni di Emanuele Manieri. La Cattedrale possiede una cripta del XII secolo, rimaneggiata nel XVI con aggiunte barocche. Presenta un corpo longitudinale contenente due cappelle barocche con dipinti che incrocia un lungo corridoio composto da novantadue colonne con capitelli decorati da figure umane. Rimasta chiusa per decenni, nel 2017 la cripta ha riaperto dopo un lungo lavoro di restauro; in tale occasione sono state effettuate indagini archeologiche che hanno rivelato la possibile presenza di un putridarium al di sotto di essa. Sulla cantoria lignea in controfacciata si trova l'organo a canne, costruito nel 1913 da Pacifico Inzoli. Lo strumento ha subito vari restauri: un primo negli anni cinquanta ad opera della ditta organaria Fratelli Ruffatti, che, fra le varie cose, hanno modificato la cassa privandola del suo coronamento ed hanno fornito una nuova consolle; un secondo negli anni ottanta ad opera di Claudio Anselmi Tamburini; l'ultimo tra il 2000 e il 2001 da parte degli eredi di Pacifico Inzoli. Lo strumento è a trasmissione elettrica ed ha 42 registri per un totale di 3205 canne; la consolle, indipendente, in cantoria, con due tastiere di 58 note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di 30 note. La mostra è composta da canne di principale con bocche a mitria disposte a palizzata ed intervallate da lesene lignee. Nel braccio sinistro del transetto, a pavimento, si trova l'organo a canne Saverio Anselmi Tamburini opus 32, costruito nel 1989. Lo strumento, a trasmissione integralmente meccanica, ha 7 registri; la sua consolle, a finestra, dispone di un'unica tastiera di 56 note ed una pedaliera concava di 30 note costantemente unita al manuale e priva di registri propri. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 William Dello Russo, Lecce, Milano, Electa, 2007. Arcidiocesi di Lecce Lecce Episcopio di Lecce Seminario di Lecce Wikibooks contiene testi o manuali sulle disposizioni foniche degli organi a canne Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta a Lecce Inizio di un VirtualTour in Quick Time con schede descrittive, su artefede.org. URL consultato il 16 novembre 2009 (archiviato dall'url originale il 25 aprile 2012). GigaPano del Campanile prima del restauro, su lecce360.com. GigaPano del portone di bronzo, su lecce360.com. GigaPano dell'Ingresso del Duomo, su lecce360.com. Chiesa di Maria Santissima assunta (Lecce) su BeWeB - Beni ecclesiastici in web

Stazione di Lecce
Stazione di Lecce

La stazione di Lecce è la stazione ferroviaria al servizio della città di Lecce, terminale della ferrovia Adriatica e delle linee regionali pugliesi Martina Franca-Lecce e Lecce-Otranto delle Ferrovie del Sud Est. La stazione fu aperta il 15 gennaio 1866 assieme al tronco proveniente da Brindisi della ferrovia Adriatica. L'impianto rimase scalo terminale della lunga linea fino al 1º febbraio 1868, quando fu aperto il tronco per Zollino. Dal momento della sua apertura fino alla statalizzazione delle ferrovie, la stazione fu gestita dalla Società Italiana per le strade ferrate meridionali, dopodiché fu gestita dalle Ferrovie dello Stato (FS). Il 27 maggio 1907 fu collegata a Francavilla Fontana da una linea ferroviaria secondaria inaugurata dalle Ferrovie dello Stato, primo nucleo della linea per Martina Franca gestita dalle Ferrovie del Sud Est. Dal 1933, la Lecce-Maglie-Otranto, parte terminale della Adriatica, passò all'esercizio delle Ferrovie del Sud Est. L'impianto ferroviario si trova in piazzale Oronzo Massari, non lontano dal centro storico della città. L'edificio di stazione risente dei canoni stilistici in voga nella seconda metà del XIX secolo e consta di una struttura centrale a due elevazioni con torre dell'orologio centrale e due corpi laterali allungati a una elevazione. La stazione è dotata di otto binari. Da lungo tempo previsti, i lavori di ribaltamento della stazione ferroviaria sono cominciati nel primo trimestre 2019, al fine di rendere l'accesso più funzionale ai passeggeri e a decongestionare l'area dove attualmente si affaccia la stazione. I lavori prevedono un secondo ingresso dal lato opposto al piazzale, un parcheggio su più piani e una ristrutturazione del sottopassaggio con l'aggiunta di ascensori. La stazione è servita da treni regionali svolti da Trenitalia e Ferrovie del Sud Est nell'ambito dei contratti di servizio stipulati con la Regione Puglia. Sono inoltre presenti collegamenti a lunga percorrenza effettuati anch'essi da Trenitalia. Da Lecce sono previste partenze straordinarie a fini turistici con il "Salento Express", un treno storico che percorre la rete delle Ferrovie del Sud Est organizzato dall'associazione AISAF Onlus di Lecce. La stazione, gestita da Rete Ferroviaria Italiana ai fini del movimento, dispone di: Biglietteria a sportello Biglietteria automatica Bar Deposito bagagli con personale Servizi igienici Posto di Polizia ferroviaria Lecce Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su stazione di Lecce