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Monastero dei Carmelitani

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Monastero Carmelitani Lecce
Monastero Carmelitani Lecce

Il monastero dei Carmelitani, attiguo alla chiesa del Carmine, è un edificio barocco di Lecce, costruito a cavallo dei secoli XVI e XVII, per i padri carmelitani, giunti in città nel 1481. Gli ambienti del convento sono organizzati intorno ad un chiostro quadrangolare i cui prospetti interni mostrano i segni degli interventi ottocenteschi. Per tutto il piano terra si susseguono arcate a tutto sesto impostate su pilastri a fusto liscio, mentre al primo piano, lungo i lati che confinano con la chiesa si apre un loggiato. Il portico è coperto con volte a crociera le cui chiavi di volta e peducci sono spesso decorati, mentre alcune lunette sono affrescate. Al pian terreno è presente un interessante ambiente con volta a padiglione affrescata da motivi a grottesche e scene della vita del profeta Elia e ritratti di santi carmelitani. La comunità venne soppressa nel 1807 e dal 1813 il monastero venne adibito a caserma. In questo secolo si registrarono numerosi interventi fra cui l'abbattimento di diversi corpi di fabbrica. Dopo un accurato restauro il convento è divenuto la sede del Rettorato dell'Università del Salento. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999

Estratto dall'articolo di Wikipedia Monastero dei Carmelitani (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori, Immagini).

Monastero dei Carmelitani
Piazzetta Tancredi, Lecce

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Rettorato Università del Salento

Piazzetta Tancredi
73100 Lecce
Puglia, Italia
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Monastero Carmelitani Lecce
Monastero Carmelitani Lecce
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Luoghi vicini

Chiesa del Carmine (Lecce)
Chiesa del Carmine (Lecce)

La chiesa del Carmine, insieme all'adiacente convento dei Carmelitani, è un complesso architettonico di Lecce. I carmelitani giunsero a Lecce nel 1481, occupando una chiesa posta fuori dalle mura, nei pressi di Porta San Biagio.Nel 1546, in seguito ad un evento sismico, i frati abbandonarono il vecchio complesso e si insediarono all'interno delle mura nella chiesa di San Nicola, che i carmelitani dedicarono alla Madonna del Carmelo. In quel luogo costruirono il nuovo monastero e successivamente eressero l'attuale chiesa, la cui prima pietra venne posta il 15 luglio 1711.La chiesa fu realizzata su disegno dell'architetto Giuseppe Cino che vi lavorò sino al 1722, anno della morte. Fu portata a termine nel 1737 grazie all'intervento di Mauro Manieri. La facciata della chiesa, realizzata dal Cino fra il 1711 e il 1717, è divisa in tre ordini sovrapposti e presenta una grande ricchezza di fregi e decori. Il primo ordine è ritmato da quattro nicchie ricavate simmetricamente ai lati del portale; quest'ultimo possiede un timpano curvilineo che accoglie, entro una ghirlanda di fiori, la figura della Madonna del Carmine. Nelle nicchie si stagliano le monumentali statue dei carmelitani sant'Angelo da Gerusalemme e sant'Alberto degli Abati e dei profeti Elia ed Eliseo.Nel secondo ordine, che riprende i ritmi compositivi dell'ordine inferiore, è incastonato un finestrone centrale affiancato da due nicchie occupate dalle statue di santa Teresa d'Avila e santa Maria Maddalena de' Pazzi, attribuite, come quelle del piano inferiore, a Mauro Manieri.Il terzo ordine, raccordato al secondo da volute mistilinee, si conclude con un frontone di ispirazione classica. L'interno presenta un corpo longitudinale ellittico innestato ad un transetto non sporgente sul quale si apre un profondo coro a terminazione piatta. La pianta, con chiari riferimenti biblici, riproduce la forma del piede umano. Al centro dell'area presbiteriale si innalza una svettante cupola decorata esternamente con maioliche a squame verdi e bianche. Lungo il perimetro della navata si aprono tre cappelle per lato, arricchite da altari barocchi disegnati da Mauro Manieri e realizzati tra il 1731 e il 1737.Lato sinistro: il primo altare, dedicato a sant'Elia profeta, fu ultimato nel 1736 ed espone una pala del santo; il secondo altare è dedicato all'Addolorata e accoglie una statua lignea del Cristo alla Colonna, dello scultore gallipolino Gesuino Vespasiano del 1618, e una tela raffigurante la Vergine dei sette dolori; il terzo altare è dedicato alla Madonna Annunziata ed è corredato da una tela di Serafino Elmo dell'Annunciazione della B.V. Maria.Lato destro: procedendo dall'ingresso, il primo altare è dedicato a san Michele e possiede un altorilievo in terracotta argentata riproducente l'Arcangelo Michele; segue il secondo altare sul quale è collocato un reliquiario del XVII secolo del giureconsulto Vincenzo M. Perrone; il terzo altare di santa Teresa del Bambin Gesù ospita una statua in cartapesta di Giuseppe Manzo. In chiave all'arco trionfale campeggia il dipinto raffigurante l'Eterno Padre mentre nel soffitto a lacunari lignei intagliati e dorati è incastonata la tela della Vergine del Carmelo con san Simone Stock. Nel braccio sinistro del transetto si ammira il pregevole altare della Purificazione della Beata Vergine Maria che ospita le statue in pietra degli Evangelisti, un'antica statua lignea della Vergine del Carmelo e una tela della Presentazione della Vergine al Tempio. Inoltre sono presenti gli altari del Crocifisso e dei Santi Nicola e Antonio Abate. Nel braccio destro è situato l'altare di san Francesco di Paola, con statua del santo in cartapesta realizzata nel 1856, e altri due altari dedicati a sant'Anna, con tela raffigurante la Sacra Famiglia con sant'Anna e san Gioacchino, e alla Trinità. Nel presbiterio è situato l'altare maggiore ad andamento concavo, costruito per volontà della famiglia Sambiasi, così come rivela il loro stemma. Dietro l'altare si apre il profondo coro, dalla volta lunettata, percorso da paraste corinzie scanalate. Lungo le pareti del coro sono presenti numerosi dipinti: l'Annunciazione della Vergine, Sant'Orsola con le compagne, la Crocifissione, Sant'Oronzo, Santa Irene di Serafino Elmo, Sant'Onofrio, San Giovanni Battista, I Profeti Elia ed Eliseo realizzati nel 1591 ed altre tele. Notevole è il dipinto inserito nella cassettonatura lignea del soffitto, denominato La Vergine consegna lo scapolare a san Simone Stock, opera giovanile del pittore napoletano Paolo Finoglio. Allo stesso pittore è attribuibile un Trionfo di sant'Orsola collocato inizialmente nel coro di questo stesso edificio, oggi conservato presso il Museo Diocesano di Lecce. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa del Carmine Visita virtuale della chiesa del Carmine, su lecce360.com. Approfondimento sulla chiesa del Carmine, su artefede.org. URL consultato il 15 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale l'8 settembre 2011).

Ex Conservatorio di Sant'Anna
Ex Conservatorio di Sant'Anna

Il palazzo dell'Ex Conservatorio di Sant'Anna a Lecce, attiguo alla Chiesa di Sant'Anna, costituisce uno dei mirabili episodi architettonici eretti dalla volontà di privati. Sin dalla sua istituzione, il Conservatorio si stabilì nell'antica abitazione della nobile famiglia Verardi designata quale sua sede dallo stesso Bernardino Verardi, per lascito testamentario del 1679. Sua moglie, Teresa Paladini, che fu la prima madre superiore del Conservatorio, fu incaricata dal marito di sovraintendere alla creazione del Conservatorio e di stabilire la sua regola. Il principale obiettivo del Conservatorio era quello di accogliere nobili donne leccesi che amassero ritirarsi a vita privata, nell'esercizio delle pratiche religiose ed ogni altra forma contemplativa e operativa. Dieci famiglie nobili leccesi furono selezionate da Teresa Paladini come avendo diritto di asilio nel conservatorio. L'antico palazzo Verardi sorge su un'area antichissima dove esistono cisterne e vecchi depositi per granai nel sottosuolo. Dopo la costruzione della chiesa di Sant'Anna, il vescovo Alfonso Sozy Carafa, nel 1764, decise di ampliare e ristrutturare l'edificio. L'ampliamento, affidato all'architetto Emanuele Manieri, avvenne tramite accorpamenti di nuovi vani acquisiti dagli edifici vicini. L'operazione più rilevante della ristrutturazione fu la realizzazione del nuovo prospetto che fu arricchito da una rampa di scale e da un raffinatissimo portale sormontato dagli stemmi delle famiglie fondatrici del Conservatorio (Verardi e Paladini). La presenza di "testine d'angelo",ricorda la sacralità del luogo. Il cortile del palazzo custodisce un ficus(Ficus macrophilla) secolare. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su ex Conservatorio di Sant'Anna

Episcopio (Lecce)
Episcopio (Lecce)

L'Episcopio è il palazzo in cui ha la residenza l'arcivescovo di Lecce. È situato nella centralissima Piazza del Duomo. La costruzione originaria del palazzo risale al XV secolo, al tempo del vescovo Guidano. Venne ricostruito a cavallo dei secoli XVI-XVII per volontà del vescovo Scipione Spina. Nel XVIII secolo fu oggetto di alcuni lavori che ne abbellirono il prospetto e ne ingrandirono gli ambienti. Nel 1758 venne costruita la facciata da Emanuele Manieri. L'architetto leccese eliminò la scala esterna, e fece del prospetto un capolavoro del barocco. Il prospetto dell'Episcopio si dispone ad angolo retto e si allinea, pertanto, a destra del Seminario e a sinistra del Duomo. Sia le nove arcate del lato destro che le sei del lato opposto (3 + 3) sono intercalate da colonne doriche. Considerando il prospetto si nota, sul portale lo stemma del vescovo Sozi Carafa, al secondo ordine, tre nicchie in cui sono ospitate statue (quella della Vergine al centro), mentre il fastigio contiene un orologio del 1761 realizzato dal leccese Domenico Panico. All'interno del palazzo vi sono gli appartamenti di rappresentanza, nei quali sono stati ospitati i sovrani di Napoli nel 1797 e Papa Giovanni Paolo II nel 1994, con una vasta galleria, quelli di abitazione dell'arcivescovo e gli uffici della Curia diocesana. Nella galleria è possibile ammirare la statua policroma dell'Assunta e alcuni dipinti, tra i quali una Vergine col Bambino del Catalano, la Crocifissione di San Pietro di Luca Giordano, una tavola veneziana della Vergine col Bambino ed una Sacra Famiglia, entrambe provenienti dalla Chiesa del Carmine. Vincenzo Cazzato, Il barocco leccese, Bari, Laterza, 2003. Mario Manieri Elia, Il barocco leccese, Milano, Electa Mondadori, 1989. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Galatina, Congedo, 1999. Duomo di Lecce Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Episcopio

Basilica di San Giovanni Battista al Rosario
Basilica di San Giovanni Battista al Rosario

La basilica di San Giovanni Battista al Rosario è una chiesa del centro storico di Lecce. Sede parrocchiale dal 1914, fu costruita per i domenicani dall'architetto Giuseppe Zimbalo tra il 1691 e il 1728. In essa l'architetto leccese raccomandò di trovare sepoltura. È situata in via Giuseppe Libertini, a pochi passi da Porta Rudiae. L'attuale edificio di fine Seicento fu costruito sul sito di una precedente struttura risalente al 1388, anno in cui arrivarono a Lecce i padri domenicani. La data di fondazione del nuovo edificio è il 6 marzo 1691 e i lavori di costruzione furono affidati all'ormai settantenne Giuseppe Zimbalo, il quale contribuì anche personalmente al finanziamento.Nel 1710 lo Zimbalo morì ed il cantiere fu portato a termine nel 1728 da altri artisti, tra i quali si distinsero Giulio Cesare Penna il giovane e Leonardo Protopapa. Nel 1948, per volontà di papa Pio XII, la chiesa fu dichiarata basilica minore. L'esuberante prospetto si presenta diviso in due ordini da una balaustra decorata con trofei di fiori e da statue poste su piedistalli sferici che raffigurano le visioni del profeta Ezechiele.L'ordine inferiore è caratterizzato al centro da due voluminose colonne scanalate che incorniciano un grande portale, sormontato dal simbolo dei domenicani e dalla statua di san Domenico di Guzman. Ai lati del portale si aprono due nicchie ospitanti le statue lapidee di san Giovanni Battista e del beato Francesco dell'Ordine dei predicatori. Al centro della balaustra, elemento divisorio tra i due ordini, in corrispondenza della grande finestra centrale, è posizionata la statua della Vergine; altre statue sono invece posizionate nelle grandi nicchie, in asse con quelle dell'ordine inferiore. La facciata termina con un'altra balaustra e con un timpano spezzato. In basso, ai lati dell'intero prospetto sono collocati due alti plinti, su uno dei quali poggia la statua di san Tommaso d'Aquino. L'interno è a croce greca con un grande vano ottagonale coperto da capriate lignee. In origine il progetto prevedeva la copertura a cupola, resa irrealizzabile dall'ampiezza e dalla sopravvenuta morte dello Zimbalo. Lungo il perimetro dell'ottagono, addossate ai pilastri sulle cui basi vi sono scolpiti i vari stemmi delle famiglie che contribuirono alla realizzazione della chiesa, si trovano le statue in pietra leccese di san Tommaso d'Aquino, di sant'Agostino, di san Paolo, di san Pietro, di san Gregorio Magno, di sant'Ambrogio e di san Girolamo. L'intero perimetro interno è segnato da dodici brevi cappelle con altrettanti esuberanti altari barocchi, disposti anche nelle cappelle della crociera ottagonale.All'ingresso sono posizionati gli altari di Santa Caterina da Siena e del Battesimo di Gesù, entrambi della prima metà del XVIII secolo e realizzati su disegno di Mauro Manieri. Percorrendo il perimetro del braccio sinistro si susseguono gli altari della Natività di Gesù, della Madonna del Rosario e della Natività di Maria. Il presbiterio accoglie l'altare maggiore in pietra leccese e sulla parete di fondo sono conservati numerosi dipinti, tra cui risalta quello centrale raffigurante la Predicazione del Battista, opera seicentesca del pittore alessanese Oronzo Letizia; le quattro tele più piccole raffigurano Storie di Abramo e sono le più risalenti di sicura datazione e autografia del pittore napoletano Paolo Finoglio. Nel braccio destro della croce trovano posto gli altari dell'Assunta, del crocifisso e di santa Rosa da Lima, quest'ultimo con tela del 1735 del pittore leccese Serafino Elmo. I quattro altari disposti nelle cappelle dell'ottagono sono dedicati a san Tommaso d'Aquino, a san Vincenzo Ferrer, a san Domenico e a san Pietro Martire. Di particolare interesse è il pulpito cesellato con la scena della visione dell'Apocalisse, l'unico delle chiese leccesi ad essere realizzato in pietra. Sulla controfacciata si conserva il cenotafio di Antonio De Ferrariis, detto il Galateo, con ritratti ed epigrafi marmoree del 1561 e del 1788. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla Basilica di San Giovanni Battista al Rosario Arte e fede - Basilica di san Giovanni Battista, su artefede.org. URL consultato il 14 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale l'8 settembre 2011).

Palazzo Tamborino Cezzi
Palazzo Tamborino Cezzi

Il Palazzo Tamborino Cezzi è una dimora aristocratica situata nel centro storico di Lecce. Eretto nella metà del XVI secolo da Giacomo Mele, sorge su un antico frantoio ipogeo successivamente seminterrato; il piano terra ne testimonia lo stile tardo rinascimentale caratterizzato da ampi ambienti con volte a stella decorate con fiori e frutti scolpiti. Agli inizi del 1600 il palazzo viene ceduto alla famiglia genovese de’ Giudice, famiglia presente a Lecce fin dal Basso Medioevo; l'immobile viene ingrandito ed abbellito da Cola Maria de’ Giudici al punto di essere citato, dai contemporanei, come “sontuoso palazzo”. Forse a seguito di un omicidio accaduto nelle sue stanze, Lucrezia de’ Giudici, moglie di Aurelio Bonvicino, non avendo discendenti diretti, nel 1636 lo donò, con lascito testamentario, ai gesuiti che lo occuparono per circa cinquanta anni. Successivamente subentrano per acquisto gli Staybano, famiglia di origini amalfitane, presenti in Terra d'Otranto dalla metà del Cinquecento in qualità di percettori provinciali, che lo venderanno nel 1693 con atto notarile a Isabella della famiglia Capece (celebre famiglia nobile napoletana con molti rami anche in Puglia); figlia di Francesco (barone di Surbo) e di Caterina Paladini, Isabella è moglie di Raimondo Natale, poeta e letterato. L'immobile passò quindi in eredità ai Paladini antica casata aristocratica di intellettuali e politici con feudi e residenze in Terra d’Otranto e a Lecce dal ‘400; abiteranno il palazzo dalla prima metà del Settecento fin oltre all’Unità d’Italia. Achille Tamborino di Maglie acquistò il palazzo nell’estate del 1879 e ne fece la sua dimora nel capoluogo. Si devono a lui gli interventi di consolidamento e restauro che ne connotano l’attuale fisionomia. Ad Achille successe il pronipote Vincenzo Tamborino che completò la ristrutturazione, i restauri e gli arredi. I Cezzi sono discendenti dei Tamborino per linea materna. L’impianto della residenza, nello stile tardo rinascimentale, mostra ancora le antiche scuderie e gi appartamenti del piano terreno, caratterizzati da ampi ambienti con volte a stella decorate con fiori, frutti e mascheroni scolpiti. Il tutto è ben armonizzato con le prospettive architettoniche neoclassiche ottocentesche, con i loro androni a sesto ribassato, l’atrio scoperto con vista galleria, i portici, le colonne e i capitelli, e, in alto, le grandi finestre serliane della galleria; il piano superiore (cui si accede da una scala marmorea) si articola nelle sale di rappresentanza e nell’ala destinata alla privacy della famiglia. Al secondo piano si trovano le mansarde, alcune di origine e struttura settecentesca, con vista sui tetti del centro storico. Degli interventi di consolidamento disposti da Achille Tamborino a fine ottocento e della rielaborazione eclettico/neoclassico/liberty, si occupano l’ingegnere Antonio Guariglia e l’architetto neomanierista Luigi Morrone. Fra gli artisti dell’epoca che contribuiscono alla ristrutturazione scenografica del palazzo: i fratelli Peluso di Tricase, sono presenti con i mosaici policromi e i lavori in litocemento; il pittore Domenico Battista è autore delle tempere; lo scultore e ceramista Angelo Antonio Paladini arreda l’edificio con le ceramiche e terrecotte (a lui si deve la statua di giovane africana posta sullo snodo della scala che porta al piano nobile), Luigi Guacci vi colloca i suoi bronzi. Nei portici del piano terreno si conservano due antiche carrozze di metà ottocento e di fabbricazione francese e napoletana, e un calesse in legno di ciliegio di artigianato salentino. Inaugurato nel 1883, il giardino è il tipico giardino salentino di città e, stilisticamente, un po’ rococò, con le sue aiuole e i vialetti di pietre a secco; oasi di verde nel cuore della città, il giardino coniuga i colori e i profumi delle piante e dei fiori con i robusti umori degli ortaggi, e diventa il salotto e la cucina en plein air della famiglia. Vi si accede attraversando gli androni e le scuderie cinquecentesche, fino all’esedra in bugnato con una grande inferriata in ghisa; sul cancello d’ingresso in alto vi è il monogramma di Achille Tamborino. Il giardino si presenta leggermente sopraelevato, raccolto in una struttura irregolare e circolare. Un secolare nespolo è circondato da un verde prato; due gigantesche piante si arrampicano sui balconi del primo piano: una thumbergia color glicine e una bougainvillea; entrando nel giardino sia a destra che a sinistra, crescono alcuni alberi di agrumi (limoni, mandarini, lime e aranci); sono presenti anche palme californiane, cipressi, jacarande, nasturzi, calle, acanti, lantane ed essenze mediterranee; non mancano lo stramonio arboreo giallo e arancio, rose rampicanti, iris che invitano al giardino segreto, un angolo più intimo con un'antica fontana, gaggìe e alocasie o muse, il tutto circondato da boschetti di bambù. Una sala cinquecentesca al primo piano con affaccio sul giardino accoglie, la Wunderkammer, la Stanza delle Meraviglie, un posto magico che conserva oggetti antichi della casa (abiti, biancherie, arredi sacri della cappella di palazzo, ritratti di famiglia, libri e riviste, giornali d'arte, mappe rurali e carte geografiche del Regno delle Due Sicilie). Il 13 luglio del 1636 il palazzo fu teatro di una tragedia familiare: Beatrice Moccia (figlia unica di Giovanni Simone, signore di Colle d'Anchise, e di Laura Cicala), amica e ospite dell'allora proprietaria della casa Lucrezia de’ Giudici Bonvicino, venne sorpresa dal marito don Fulvio di Costanzo (governatore della provincia di Terra d'Otranto) mentre scriveva un biglietto d’amore e uccisa pugnalata a morte; si seppe solo successivamente che il biglietto fu scritto su commissione e che Beatrice morì senza colpa. Alla fine del ‘600, negli anni in cui fu abitato dalla famiglia Capece, e più precisamente da Isabella e dal marito Raimondo Natale, il palazzo probabilmente accolse le riunioni dell'Accademia degli Spioni. Fu casa di patrioti con la famiglia Paladini: i tre fratelli Angel'Antonio, Guglielmo e Pietro furono in prima fila tra i giacobini della Repubblica Partenopea del 1799. Nel 1889 il presidente del consiglio Francesco Crispi, durante la visita a Lecce del re Umberto I e del principe ereditario Vittorio Emanuele presenti in città per l'inaugurazione di un monumento a Vittorio Emanuele II e del convitto delle Marcelline, fu ospite a cena nel palazzo, invitato dal senatore Achille Tamborino e da sua moglie la duchessa Maria Luisa Frisari. Il regista Ferzan Özpetek ha scelto il palazzo Tamborino Cezzi come location per le riprese del film: Mine vaganti, girato nel 2009 nell'ala disabitata dell'edificio e per le riprese di Allacciate le cinture, film girato nel 2013 in cui il palazzo è la residenza principale della protagonista. Molte riprese di film e serie televisive sono state girate nelle sale del palazzo, fra queste ricordiamo: Azzurro con Paolo Villaggio (2000), Il giudice Mastrangelo (fiction 2005), Hermano (2007), Mogli a pezzi (fiction 2008), e svariate rassegne ed eventi. Fernando Cezzi (a cura di), Palazzo Tamborino Cezzi, Lecce, Tipografia Scorrano, 2020, ISBN 978-88-9081-900-1. Fernando Cezzi (a cura di), Problematici amori - Terra d'Otranto XVII Secolo, Lecce., Tipografia Scorrano, 2021, ISBN 9788890819032. Francesco Capecelatro (a cura di), Degli Annali della città di Napoli, Napoli. Silvio et Ascanio Corona, Successi tragici et amorosi, a cura di Angelo Borzelli, Napoli, Stamperia del Valentino, 2015, ISBN 8895063694. Alessandro Laporta (a cura di), Cronache di Lecce, Lecce, Edizioni del Grifo. Achille Tamborino Vincenzo Tamborino Terra d'Otranto Maglie Lecce Palazzo Tamborino Cezzi - in Rai Italia nelle meraviglie del Bel Paese Palazzo Tamborino Cezzi - In Onda WebTv Lecce Palazzo Tamborino Cezzi Lecce - in Rosso Pompeiano