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Chiesa di San Matteo (Lecce)

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Lecce Chiesa di San matteo
Lecce Chiesa di San matteo

La chiesa di San Matteo è un luogo di culto cattolico barocco del centro storico di Lecce, situato in via dei Perroni, 29. Fu costruita nella seconda metà del XVII secolo, sui disegni di Achille Larducci di Salò (nipote di Francesco Borromini). Sostituì un'antica cappella quattrocentesca dedicata all'apostolo Matteo, cui era annesso un convento di Francescane. La posa della prima pietra avvenne nel 1667, ad opera del vescovo leccese Luigi Pappacoda, e fu ultimata nel 1700.Dal 30 aprile 1810 è sede della parrocchia di Santa Maria della Luce, eretta il 16 marzo 1606 in una chiesa omonima fuori le mura e qui trasferita dopo la soppressione del monastero delle Francescane. Il prospetto è caratterizzato da un contrasto di linee; alla superficie convessa dell'ordine inferiore si alterna quella concava dell'ordine superiore. Il Larducci riprende il modello stilistico attuato da Francesco Borromini nella facciata della chiesa romana di San Carlo alle Quattro Fontane. L'ordine inferiore, tripartito da due colonne su alti basamenti quadrangolari, si caratterizza per un'insolita decorazione a squame della parte centrale, contraddistinta da un elaborato portale, con un'edicola sormontata dallo stemma dell'Ordine Francescano. Ai lati, due nicchie emergono su uno sfondo a punta di diamante.L'ordine superiore presenta una serliana coronata da una modanatura continua e due nicchie riccamente decorate. L'andamento sinuoso è accentuato dalla cornice modanata mistilinea di coronamento, sormontata da uno svettante fastigio. L'interno possiede una navata unica a pianta ellittica. Le cappelle, che si aprono lungo le pareti, sono intervallate da paraste con alti plinti semicircolari su cui poggiano le dodici statue lapidee degli Apostoli, realizzate nel 1692 da Placido Buffelli di Alessano. Nella navata, in corrispondenza delle cappelle, si aprono dieci bifore dalle quali le religiose assistevano alle funzioni. La copertura è stata rifatta agli inizi del XIX secolo in sostituzione dell'antico soffitto ligneo. Gli altari, tipici del barocco leccese, sono attribuiti alla scuola di Giuseppe Cino. Lungo il lato sinistro della navata si susseguono diversi altari: il primo è dedicato a sant'Agata e conserva la tela de Il Martirio di Sant'Agata, realizzata nel 1813 da Pasquale Grassi. Il secondo altare è dedicato a san Francesco d'Assisi; segue quello di santa Rita da Cascia con statua in cartapesta di Raffaele Caretta. Il quarto e il quinto altare sono dedicati rispettivamente alla Madonna Immacolata e alla Pietà; quest'ultimo accoglie una pregevole statua della Pietà in legno policromo realizzata a Venezia nel 1693. L'abside, coperto da una volta a stella, è impreziosito da un artistico altare maggiore caratterizzato da una esuberante decorazione con piccole statue di santi negli intercolunni. Al centro dell'altare si apre una nicchia contenente la statua lignea di san Matteo apostolo, scolpita nel 1691 dall'ischitano Gaetano Patalano. Lungo il lato destro della navata, proseguendo verso l'ingresso, sono presenti altri quattro altari: il primo reca un dipinto della Madonna della Luce, un affresco cinquecentesco proveniente dall'antica chiesa di Santa Maria della Luce raffigurante la Vergine col Bambino che mostra al collo un cornetto di corallo. Seguono gli altari di sant'Anna e della Sacra Famiglia, entrambi recanti un dipinto di Serafino Elmo. Tra i due altari è posizionato un pergamo ligneo, raffinato lavoro di intaglio, affiancato da quattro statue allegoriche in pietra. L'ultimo altare è dedicato a sant'Oronzo con pala del 1736. Sulla porta d'ingresso si conserva la copertura lignea, scolpita e dorata, dell'organo settecentesco della Basilica di Santa Croce. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Galatina (Lecce), Congedo Editore, 1999 Mario Manieri Elia, Il barocco leccese, Milano, Electa Mondadori, 1989 F. Canali, Valore di "interesse artistico" e "storico" nei monumenti dei età moderna: dall'arte aragonese alla difficile valutazione del Barocco e del Rococò, in Paesaggi, città e monumenti di Salento e Terra d'Otranto tra Otto e Novecento, Una «piccola Patria» d'eccellenza, dalla Conoscenza alla Valutazione e alla Tutela dei Monumenti ..., a cura di F. Canali, V. Galati, Firenze, 2017, pp. 357-422. Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa di San Matteo Approfondimento chiesa di San Matteo, su artefede.org. URL consultato il 16 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 20 marzo 2012).

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Chiesa di San Matteo (Lecce)
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Lecce Chiesa di San matteo
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Luoghi vicini

Chiesa della Trinità dei Pellegrini
Chiesa della Trinità dei Pellegrini

La chiesa della Trinità dei Pellegrini è una chiesa del centro storico di Lecce risalente alla fine del XVI secolo La chiesa è quanto rimane dell'Ospedale dei Pellegrini, costruito per volontà di Achille Marescallo nel 1589 e poi affidato alla Confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini che vi svolse per lungo tempo le sue attività di assistenza. Nel 1833 la Confraternita della SS. Trinità passò alla Basilica di Santa Croce e cedette l'ospedale alla Confraternita del Nome di Dio che si stabilì nella chiesetta. Dal quel momento l'edificio venne anche denominato del Bambino, perché al di sopra del bastone priorale della Confraternita vi è raffigurato Gesù Bambino Incoronato. Nel corso dell'800 l'ospedale, perduta la sua originaria funzione, venne chiuso e trasformato in palazzo civile. L'edificio, di piccole dimensioni, presenta un prospetto squadrato e assai semplice: il portale, ora sormontato da un timpano triangolare, era un tempo concluso da un arco a sesto ribassato, come si intuisce dal filare di conci di pietra rimasto inglobato nella muratura. Al di sopra del portale una finestra di forma rettangolare consente l'illuminazione della chiesa dal prospetto principale, mentre ai lati si elevano due lesene sormontate da capitelli compositi. L'interno presenta un impianto ad un'unica navata e un presbiterio a terminazione piatta. Lo sviluppo longitudinale della navata è scandito in tre campate da piatte lesene sormontate da capitelli simili a quelli utilizzati nella facciata. Lungo il lato sinistro, tra la prima e la seconda campata, rimane la porta laterale che permetteva l'ingresso dall'ospedale e, al di sopra di questa, l'elegante coretto con parapetto mistilineo consentiva di affacciarsi sulla navata della chiesa direttamente dai locali dell'ospedale posti al piano superiore. Nulla rimane oggi dell'arredo interno, tranne gli altari che adornano il lato destro e sinistro della navata a livello della terza campata e l'altare maggiore. Gli altari, tutti in pietra leccese e di gusto Tardo barocco, sono privati delle tele che un tempo li decoravano. Di pregevole fattura artistica è la statua dell'Immacolata (metà del XIX secolo) di Antonio Maccagnani, da qualche tempo trasferita nella chiesa parrocchiale di San Pio X. Attualmente la chiesa è intitolata a San Nicola ed è concessa alla comunità di ortodossi della Sacra Arcidiocesi ortodossa d'Italia e Malta dipendente direttamente dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini (Roma) Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini (Napoli) Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa della Trinità dei Pellegrini Chiesa della Trinità dei Pellegrini, su BeWeB, Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana.

Chiesa di Santa Chiara (Lecce)
Chiesa di Santa Chiara (Lecce)

La chiesa di Santa Chiara si trova nel centro storico di Lecce, in piazza Vittorio Emanuele II. La sua prima fondazione, voluta dal vescovo Tommaso Ammirato, risale al 1429; venne in seguito quasi completamente ristrutturata tra il 1687 e il 1691. La realizzazione della chiesa è opera dell'architetto Giuseppe Cino. La facciata, rimasta priva del fastigio superiore, presenta un andamento convesso scandito in due ordini da una cornice marcapiano modanata percorsa da un motivo a dentelli.L'ordine inferiore accoglie un portale decorato con motivi vegetali e sormontato da un timpano mistilineo con al centro una nicchia ovale, sorretta da angeli sorridenti, e lo stemma dell'ordine delle clarisse. La superficie è scandita da colonne e paraste scanalate alternate da nicchie vuote abbellite da cartigli e medaglioni.L'ordine superiore ripropone la disposizione delle nicchie affiancate a paraste scanalate doppie ai lati di un ampio finestrone centrale con timpano risolto in due volute laterali. Al centro del timpano un puttino alato rivela l'anno di completamento della costruzione (1691), scolpito sul nastro che ha tra le mani. L'edificio presenta una pianta ottagonale allungata con profondo presbiterio coperto con volta a stella. Le pareti sono divise in due ordini da una cornice continua dentellata. Il primo ordine è percorso da paraste corinzie tra le quali si aprono brevi cappelle che accolgono complesse macchine d'altare. Gli altari, riccamente ornati con colonne tortili animate da angeli, volatili, volute, cartigli, ghirlande e sculture, accolgono le statue lignee di ambito napoletano della fine del XVII secolo raffiguranti san Francesco Saverio, san Francesco d'Assisi, san Pietro d'Alcantara, san Gaetano di Thiene, sant'Antonio da Padova e l'Immacolata. In corrispondenza delle cappelle si aprono, nel registro superiore, sette ampie finestre dal profilo mistilineo alternate a nicchie che accolgono le statue delle Beate Beatrice, Agnese, Amata e Ortolana. Lungo le pareti si aprono anche le grate dei cori da cui le monache partecipavano alle celebrazioni. Lo spazio esistente tra le varie cappelle è arricchito dalla presenza di alcuni dipinti raffiguranti scene evangeliche e santi: Assunzione della Vergine, Transito di Santa Chiara, Cristo Risorto, Vergine col Bambino, Sant'Ignazio da Loyola. Il presbiterio è caratterizzato da un monumentale altare maggiore, ricco di elementi architettonici e ornato da due colonne tortili, che accoglie nella nicchia centrale la statua di santa Chiara d'Assisi. Da segnalare è la presenza della tela di Sant'Agnese, in prossimità dell'altare di San Francesco d'Assisi, opera di Francesco Solimena. Michele Paone, Lecce elegia del Barocco, Galatina (Lecce), Congedo Editore, 1999 Mario Manieri Elia, Il barocco leccese, Milano, Electa Mondadori, 1989 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa di Santa Chiara

Chiesa di Sant'Antonio della Piazza
Chiesa di Sant'Antonio della Piazza

La chiesa di Sant'Antonio della Piazza, nota anche come chiesa di San Giuseppe dal santo cui è intitolata la confraternita che vi officia, è una chiesa del centro storico di Lecce. La chiesa, eretta nel 1584, faceva parte del complesso conventuale voluto da Gian Giacomo dell'Acaya intorno al 1557 e affidato ai frati minori osservanti. Il convento in funzione fino al 1807, venne adibito ad abitazione civile e demolito nei primi anni del Novecento. Le forme attuali dell'edificio non sono quelle originarie: infatti nel 1765 i frati decisero di ingrandire la chiesa la cui navata principale corrispondeva all'attuale transetto. Sul fianco laterale della chiesa è possibile ancora vedere l'originario portale cinquecentesco, che costituiva l'ingresso principale, e il rosone. Il prospetto, spartito in due ordini, è animato nell'ordine inferiore da un portale elegantemente decorato e da due nicchie che ospitano le statue di sant'Antonio da Padova e di san Giovanni da Capestrano. L'ordine superiore, estremamente semplice nelle linee decorative, accoglie al centro, fra due paraste, un'ampia finestra. L'interno, a croce latina, presenta una navata percorsa da alte paraste corinzie e scandita sui due lati da cinque cappelle. Nelle due nicchie del retrospetto trovano posto le statue in pietra locale di san Francesco d'Assisi (1823) e di san Rocco (1566), quest'ultima attribuita a Gabriele Riccardi. Nelle cappelle laterali, decorati altari barocchi, ospitano pregevoli dipinti: quello di San Diego di Alcalà opera di un allievo di Gianserio Strafella, quello della Natività della Vergine, della Circoncisione di Gesù opera di Jacopo Palma il Giovane e quello di San Pietro. Nel primo altare a destra è collocata la settecentesca tela raffigurante Sant'Oronzo in gloria, copia di Serafino Elmo il quale dipinse anche la tela di san Francesco d'Assisi (1771) custodita nella terza cappella a destra. Nel transetto destro si impone per la maestosità e la monumentalità delle proporzioni l'altare di San Giuseppe, attribuito ad Emanuele Manieri, e adorno della statua lignea policroma del santo, mentre in alto trova posto la tela della Vergine Annunziata, attribuibile a Oronzo Tiso. Nel transetto di sinistra si incontrano invece gli altari più antichi della chiesa: quello di Sant'Antonio da Padova, realizzato nel 1737 in pietra leccese con statua lapidea del santo datata 1569, quello di Santa Rita da Cascia con la tela della santa e quello di San Francesco da Paola con la statua del santo del 1581. Nel presbiterio, ricoperto da un soffitto affrescato da Carmine Palmieri, è presente un marmoreo altare maggiore opera di Eugenio Maccagnani (1923). Dell'arredo cinquecentesco rimangono solo la lignea cantoria, sormontata da un organo dorato, e il coro. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Barocco leccese Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa di Sant'Antonio della Piazza

Teatro romano di Lecce
Teatro romano di Lecce

Il teatro romano di Lecce è un monumento di epoca romana situato nel centro storico della città. Di incerta datazione, il teatro è assegnato al periodo augusteo. Il teatro romano di Lecce fu casualmente scoperto nel 1929, durante alcuni lavori eseguiti nei giardini di due palazzi storici della città (palazzo D'Arpe e palazzo Romano). Strettamente legato all'anfiteatro romano, esso infatti è stato probabilmente voluto da Augusto il quale, non ancora imperatore trovò rifugio a Lupiae, antica Lecce e per sdebitarsi ordinò la costruzione di entrambi. Gli scavi effettuati riportarono alla luce la cavea (diametro esterno 40 m; diametro interno 19 m) che, ricavata in un banco di roccia, fu rivestita in opera quadrata. Essa è divisa in sei cunei da cinque scalette radiali dei cui gradini ogni coppia corrisponde ad uno di quelli riservati agli spettatori. Ogni cuneo è costituito da dodici gradoni (altezza 0,35 m; profondità 0,75 m circa), molti dei quali restaurati. Alla zona dell'orchestra, che era il luogo riservato all'evoluzione del coro, si accedeva mediante una stretta galleria coperta. Davanti all'orchestra, pavimentata a lastre rettangolari di calcare bianco, si notano tre larghi gradini che girano a semicerchio sui quali venivano, all'occorrenza, collocati seggi mobili riservati ai notabili. Dietro i gradini è presente un muretto (balteus) e, dietro l'orchestra, oltre al canale destinato a raccogliere il sipario, è presente la scena (altezza dal piano dell'orchestra 0,70; profondità 7,70 m; larghezza 30 m). apparterrebbero al periodo augusteo alcuni frammenti della decorazione fittile del balteus, mentre all'età degli Antonini si vuole risalgano le statue marmoree che adornavano il teatro. Tutti i reperti facenti parte del teatro romano di Lecce sono custoditi nell'adiacente museo omonimo. Si suppone infine che il teatro fosse capace di ospitare un pubblico di oltre 5.000 spettatori, per il quale venivano rappresentate tragedie e commedie. Oggigiorno è possibile visitarlo esternamente ed entrare all'interno grazie ai frequenti spettacoli che ancora lo animano. Anfiteatro romano di Lecce Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su teatro romano di Lecce (DE) Teatro romano di Lecce, su theatrum.de.

Chiesa della Madre di Dio
Chiesa della Madre di Dio

La chiesa della Madre di Dio e di San Nicolò, nota anche come chiesa delle Scalze è una chiesa barocca di Lecce la cui edificazione risale al 1631 per disposizione del patrizio leccese Belisario Paladini. Attiguo è l'ex monastero delle Scalze, che venne acquistato nel 1903 dalle Suore Salesiane dei Sacri Cuori per farne la sede definitiva della casa generalizia e dell'Istituto per sordomuti fondato da san Filippo Smaldone. La chiesa ha un semplice quanto leggiadro prospetto animato da un decoratissimo portale a colonne, opera di Cesare Penna il quale scolpì anche il rilievo del fregio figurante il Duello tra David e Golia e la statua dell'Arcangelo Michele che atterra il demonio. Ai lati del portale si aprono due nicchie ospitanti le statue dell'Angelo custode e di santa Caterina d'Alessandria attribuibili a Giuseppe Zimbalo. Altri elementi decorativi sono una finestra dalla ricca cornice e una ghirlanda che adorna il fregio della trabeazione. L'interno dalla raccolta navata, presenta un soffitto a volta carenata percorsa da costoloni. I muri dell'aula risultano animati da statue-reliquiari collocate in nicchie e da altari di vistoso risalto plastico. Nel presbiterio, dominato da un altare maggiore del 1648 adorno di un paliotto intarsiato e di un monumentale ciborio marmoreo, destano interesse la pala della Madre di Dio con San Giuseppe e San Nicola (1645) e il monumento a Belisario Paladini fondatore della chiesa. Nel presbiterio il soffitto è a volta a spicchi rivestiti di stucco. In questa chiesa riposano le spoglie di San Filippo Smaldone, trasferite dal cimitero cittadino nel 1942. San Filippo Smaldone fondò, nell'attiguo monastero, la congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori e progettò un'istituzione dedicata alla cura e all'istruzione dei sordomuti. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Mario Manieri Elia, Il barocco leccese, Milano, Electa Mondadori, 1989

Palazzo Tamborino Cezzi
Palazzo Tamborino Cezzi

Il Palazzo Tamborino Cezzi è una dimora aristocratica situata nel centro storico di Lecce. Eretto nella metà del XVI secolo da Giacomo Mele, sorge su un antico frantoio ipogeo successivamente seminterrato; il piano terra ne testimonia lo stile tardo rinascimentale caratterizzato da ampi ambienti con volte a stella decorate con fiori e frutti scolpiti. Agli inizi del 1600 il palazzo viene ceduto alla famiglia genovese de’ Giudice, famiglia presente a Lecce fin dal Basso Medioevo; l'immobile viene ingrandito ed abbellito da Cola Maria de’ Giudici al punto di essere citato, dai contemporanei, come “sontuoso palazzo”. Forse a seguito di un omicidio accaduto nelle sue stanze, Lucrezia de’ Giudici, moglie di Aurelio Bonvicino, non avendo discendenti diretti, nel 1636 lo donò, con lascito testamentario, ai gesuiti che lo occuparono per circa cinquanta anni. Successivamente subentrano per acquisto gli Staybano, famiglia di origini amalfitane, presenti in Terra d'Otranto dalla metà del Cinquecento in qualità di percettori provinciali, che lo venderanno nel 1693 con atto notarile a Isabella della famiglia Capece (celebre famiglia nobile napoletana con molti rami anche in Puglia); figlia di Francesco (barone di Surbo) e di Caterina Paladini, Isabella è moglie di Raimondo Natale, poeta e letterato. L'immobile passò quindi in eredità ai Paladini antica casata aristocratica di intellettuali e politici con feudi e residenze in Terra d’Otranto e a Lecce dal ‘400; abiteranno il palazzo dalla prima metà del Settecento fin oltre all’Unità d’Italia. Achille Tamborino di Maglie acquistò il palazzo nell’estate del 1879 e ne fece la sua dimora nel capoluogo. Si devono a lui gli interventi di consolidamento e restauro che ne connotano l’attuale fisionomia. Ad Achille successe il pronipote Vincenzo Tamborino che completò la ristrutturazione, i restauri e gli arredi. I Cezzi sono discendenti dei Tamborino per linea materna. L’impianto della residenza, nello stile tardo rinascimentale, mostra ancora le antiche scuderie e gi appartamenti del piano terreno, caratterizzati da ampi ambienti con volte a stella decorate con fiori, frutti e mascheroni scolpiti. Il tutto è ben armonizzato con le prospettive architettoniche neoclassiche ottocentesche, con i loro androni a sesto ribassato, l’atrio scoperto con vista galleria, i portici, le colonne e i capitelli, e, in alto, le grandi finestre serliane della galleria; il piano superiore (cui si accede da una scala marmorea) si articola nelle sale di rappresentanza e nell’ala destinata alla privacy della famiglia. Al secondo piano si trovano le mansarde, alcune di origine e struttura settecentesca, con vista sui tetti del centro storico. Degli interventi di consolidamento disposti da Achille Tamborino a fine ottocento e della rielaborazione eclettico/neoclassico/liberty, si occupano l’ingegnere Antonio Guariglia e l’architetto neomanierista Luigi Morrone. Fra gli artisti dell’epoca che contribuiscono alla ristrutturazione scenografica del palazzo: i fratelli Peluso di Tricase, sono presenti con i mosaici policromi e i lavori in litocemento; il pittore Domenico Battista è autore delle tempere; lo scultore e ceramista Angelo Antonio Paladini arreda l’edificio con le ceramiche e terrecotte (a lui si deve la statua di giovane africana posta sullo snodo della scala che porta al piano nobile), Luigi Guacci vi colloca i suoi bronzi. Nei portici del piano terreno si conservano due antiche carrozze di metà ottocento e di fabbricazione francese e napoletana, e un calesse in legno di ciliegio di artigianato salentino. Inaugurato nel 1883, il giardino è il tipico giardino salentino di città e, stilisticamente, un po’ rococò, con le sue aiuole e i vialetti di pietre a secco; oasi di verde nel cuore della città, il giardino coniuga i colori e i profumi delle piante e dei fiori con i robusti umori degli ortaggi, e diventa il salotto e la cucina en plein air della famiglia. Vi si accede attraversando gli androni e le scuderie cinquecentesche, fino all’esedra in bugnato con una grande inferriata in ghisa; sul cancello d’ingresso in alto vi è il monogramma di Achille Tamborino. Il giardino si presenta leggermente sopraelevato, raccolto in una struttura irregolare e circolare. Un secolare nespolo è circondato da un verde prato; due gigantesche piante si arrampicano sui balconi del primo piano: una thumbergia color glicine e una bougainvillea; entrando nel giardino sia a destra che a sinistra, crescono alcuni alberi di agrumi (limoni, mandarini, lime e aranci); sono presenti anche palme californiane, cipressi, jacarande, nasturzi, calle, acanti, lantane ed essenze mediterranee; non mancano lo stramonio arboreo giallo e arancio, rose rampicanti, iris che invitano al giardino segreto, un angolo più intimo con un'antica fontana, gaggìe e alocasie o muse, il tutto circondato da boschetti di bambù. Una sala cinquecentesca al primo piano con affaccio sul giardino accoglie, la Wunderkammer, la Stanza delle Meraviglie, un posto magico che conserva oggetti antichi della casa (abiti, biancherie, arredi sacri della cappella di palazzo, ritratti di famiglia, libri e riviste, giornali d'arte, mappe rurali e carte geografiche del Regno delle Due Sicilie). Il 13 luglio del 1636 il palazzo fu teatro di una tragedia familiare: Beatrice Moccia (figlia unica di Giovanni Simone, signore di Colle d'Anchise, e di Laura Cicala), amica e ospite dell'allora proprietaria della casa Lucrezia de’ Giudici Bonvicino, venne sorpresa dal marito don Fulvio di Costanzo (governatore della provincia di Terra d'Otranto) mentre scriveva un biglietto d’amore e uccisa pugnalata a morte; si seppe solo successivamente che il biglietto fu scritto su commissione e che Beatrice morì senza colpa. Alla fine del ‘600, negli anni in cui fu abitato dalla famiglia Capece, e più precisamente da Isabella e dal marito Raimondo Natale, il palazzo probabilmente accolse le riunioni dell'Accademia degli Spioni. Fu casa di patrioti con la famiglia Paladini: i tre fratelli Angel'Antonio, Guglielmo e Pietro furono in prima fila tra i giacobini della Repubblica Partenopea del 1799. Nel 1889 il presidente del consiglio Francesco Crispi, durante la visita a Lecce del re Umberto I e del principe ereditario Vittorio Emanuele presenti in città per l'inaugurazione di un monumento a Vittorio Emanuele II e del convitto delle Marcelline, fu ospite a cena nel palazzo, invitato dal senatore Achille Tamborino e da sua moglie la duchessa Maria Luisa Frisari. Il regista Ferzan Özpetek ha scelto il palazzo Tamborino Cezzi come location per le riprese del film: Mine vaganti, girato nel 2009 nell'ala disabitata dell'edificio e per le riprese di Allacciate le cinture, film girato nel 2013 in cui il palazzo è la residenza principale della protagonista. Molte riprese di film e serie televisive sono state girate nelle sale del palazzo, fra queste ricordiamo: Azzurro con Paolo Villaggio (2000), Il giudice Mastrangelo (fiction 2005), Hermano (2007), Mogli a pezzi (fiction 2008), e svariate rassegne ed eventi. Fernando Cezzi (a cura di), Palazzo Tamborino Cezzi, Lecce, Tipografia Scorrano, 2020, ISBN 978-88-9081-900-1. Fernando Cezzi (a cura di), Problematici amori - Terra d'Otranto XVII Secolo, Lecce., Tipografia Scorrano, 2021, ISBN 9788890819032. Francesco Capecelatro (a cura di), Degli Annali della città di Napoli, Napoli. Silvio et Ascanio Corona, Successi tragici et amorosi, a cura di Angelo Borzelli, Napoli, Stamperia del Valentino, 2015, ISBN 8895063694. Alessandro Laporta (a cura di), Cronache di Lecce, Lecce, Edizioni del Grifo. Achille Tamborino Vincenzo Tamborino Terra d'Otranto Maglie Lecce Palazzo Tamborino Cezzi - in Rai Italia nelle meraviglie del Bel Paese Palazzo Tamborino Cezzi - In Onda WebTv Lecce Palazzo Tamborino Cezzi Lecce - in Rosso Pompeiano

Anfiteatro romano di Lecce
Anfiteatro romano di Lecce

L'anfiteatro romano di Lecce è un monumento di epoca romana situato in piazza Sant'Oronzo. Risale all'età augustea. Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Puglia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei. L'anfiteatro romano, insieme al teatro, è il monumento più espressivo dell'importanza raggiunta da Lupiae, l'antenata romana di Lecce, tra il I e il II secolo d.C. Augusto, ancor prima di diventare imperatore, passò da Lupiae in un momento particolarmente turbolento. Dopo l’uccisione di Giulio Cesare, cercando in qualche modo di sdebitarsi con l’ospitalità ricevuta si ricordò di Lupiae finanziando la costruzione di 2 grandi edifici da spettacolo: l’anfiteatro romano e il teatro romano di Lecce. La datazione del monumento è ancora oggetto di discussione e oscilla tra l'età augustea e quella traiano-adrianea. Il monumento venne scoperto durante i lavori di costruzione del palazzo della Banca d'Italia, effettuati nei primi anni del '900. Le operazioni di scavo per riportare alla luce i resti dell'anfiteatro iniziarono quasi subito, grazie alla volontà dell'archeologo salentino Cosimo De Giorgi e si protrassero sino al 1940. Attualmente è possibile ammirare solo un terzo dell'intera struttura, in quanto il resto rimane ancora nascosto nel sottosuolo di piazza Sant'Oronzo dove si ergono alcuni edifici e la chiesa di Santa Maria della Grazia. Di fatto l'altezza dell'arena originale era ben superiore rispetto a quella odierna. L'anfiteatro misurava all'esterno 102×83 m, con l'arena di 53×34 m, e poteva contenere circa 25 000 spettatori. Del monumento, realizzato in parte direttamente nella roccia e in parte costruito su arcate in opera quadrata, rimangono allo scoperto, oltre ad una parte dell'arena ellittica, intorno alla quale si sviluppano le gradinate dell'ordine inferiore, due corridoi anulari, uno che corre sotto le gradinate, l'altro, esterno, porticato, cui appartengono i numerosi e robusti pilastri, sui quali era imposto l'ordine superiore scandito, al pari di altri similari monumenti, dal Colosseo all'Arena di Verona, in una galleria di fornici. L'arena, nella quale si tengono spettacoli teatrali e rappresentazioni sceniche di autori antichi e moderni, era divisa dalla cavea da un alto muro che era ornato da un parapetto (podium) adorno di rilievi marmorei a bauletto figuranti scene di combattimento tra uomini ed animali. Anche nel muro di divisione tra l'arena e la cavea si aprivano diversi passaggi di comunicazione col corridoio centrale ed un più angusto corridoio, scavato immediatamente dietro l'arena, era adibito ai servizi del monumento. Teatro romano di Lecce Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su anfiteatro romano di Lecce Francesco Gabellone, Teatro e anfiteatro romano di Lecce, su YouTube, ITLab dell'IBAM CNR, 15 settembre 2015. URL consultato il 18 ott 2015.

Chiesa di Santa Maria della Grazia (Lecce)
Chiesa di Santa Maria della Grazia (Lecce)

La chiesa di Santa Maria della Grazia è un edificio religioso di Lecce costruito in epoca barocca. Sorge nella centralissima Piazza Sant'Oronzo, di fronte all'Anfiteatro romano. La chiesa venne innalzata in seguito al ritrovamento di un affresco della Madonna, databile al XIV secolo. Venne edificata negli ultimi decenni del Cinquecento su disegno del teatino Michele Coluccio da Rossano Veneto, nelle forme care al gusto della Controriforma. Fu parrocchia dal 1606 al 1958. Il prospetto si presenta elegante e risulta spartito da una trabeazione, dominata da un profondo timpano ad arco, in due ordini. A loro volta gli ordini sono divisi in tre zone da colonne e paraste corinzie. Nell'ordine inferiore si apre un portale riccamente decorato, sormontato da un piccolo timpano con l'immagine della Vergine col Bambino ed angioletti. Tra le colonne sono scavate quattro nicchie, delle quali due ospitano le statue di San Pietro e di San Paolo. Nell'ordine superiore è presente una finestra ornata di balaustra e fiancheggiata da colonne. L'interno, ad aula unica a croce latina, è ricoperto da un sontuoso soffitto in noce a lacunari, intagliati da Vespasiano Genuino da Gallipoli, il quale tra l'altro, eseguì il pregevole Crocifisso ligneo posto sull'altare del braccio destro del transetto. Da segnalare per la loro importanza artistica sono il trecentesco affresco della Vergine col Bambino, il cui rinvenimento diede luogo alla costruzione della chiesa e le tele settecentesche dipinte dal leccese Oronzo Tiso, raffiguranti l'Assunta, l'Adorazione dei pastori e l'Arcangelo Michele. Sovrasta l'altare maggiore la pala della Presentazione della Beata Vergine Maria proveniente dal non più esistente convento di Santa Maria del Tempio. Le due acquasantiere all'ingresso sono in marmo di Verona e furono donate alla chiesa dal nobile teatino Francesco Paladini, del quale è raffigurato lo stemma di famiglia. Wikibooks contiene testi o manuali sulla disposizione fonica dell'organo a canne Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla chiesa di Santa Maria della Grazia Chiesa di Santa Maria della Grazia, su BeWeB, Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana.

Chiesa di San Sebastiano (Lecce)
Chiesa di San Sebastiano (Lecce)

La chiesa di San Sebastiano è una piccola chiesa rinascimentale del centro storico di Lecce. Venne edificata nel 1520 in onore di san Sebastiano, protettore degli appestati. La chiesetta sorse sul luogo di una preesistente chiesa rupestre dedicata ai SS. Leonardo, Rocco e Sebastiano, riportata alla luce nel 1762, occasione in cui si credette di aver ritrovato le spoglie dei santi Oronzo, Giusto e Fortunato. La piccola facciata in pietra leccese con semplice profilo a spioventi, è ingentilita da una teoria di archetti pensili al di sotto dei quali si apre il portale sormontato da un architrave che poggia su due colonne scanalate. Portale e architrave sono decorati con motivi floreali e simbolici. L'edificio, sconsacrato nel 1967, presenta un semplice impianto planimetrico a navata unica. Le pareti laterali, scandite da arcate a tutto sesto, ospitavano sette altari, oggi quasi tutti smembrati. Nell'area presbiteriale è posizionato un altare con lo stemma della famiglia Prato. Del corredo decorativo originario restano solo alcuni affreschi del XVI secolo raffiguranti la Madonna del Buon Consiglio, il Santissimo Crocifisso, la Madonna del Soccorso e un'immagine della Pietà. Verso la fine del XVIII secolo venne edificato l'attiguo convento di Cappuccine denominato Le Pentite, in cui si ricoveravano le donne pentite della loro vita da dissolute. Lecce elegia del Barocco, Michele Paone, Congedo Editore, Galatina (Lecce) 1999 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su chiesa di San Sebastiano

Colonna di Sant'Oronzo (Lecce)
Colonna di Sant'Oronzo (Lecce)

La colonna di Sant'Oronzo, alta circa 29 metri, è situata in piazza Sant'Oronzo a Lecce. Sulla sommità ospita la statua del santo patrono, fino al 2018 quella storica eseguita a Venezia nel 1739 e dal 2024 la nuova copia in bronzo eseguita dopo il restauro dell'antica non più issabile sulla colonna. La colonna venne eretta in segno di gratitudine a sant'Oronzo, a cui la città attribuì la sua preservazione dalla peste diffusasi nel 1656 nel Regno di Napoli. Il monumento venne realizzato utilizzando i rocchi crollati dello stelo marmoreo di una delle due colonne romane che erano poste al termine della Via Appia a Brindisi. I lavori, iniziati nel 1666 furono ben presto sospesi a causa della mancanza di fondi. Ripresi nel 1681 furono ultimati cinque anni dopo. I lavori furono guidati dall'architetto leccese Giuseppe Zimbalo, il quale costruì il basamento in pietra animato da balaustre e statue e rastremò i rocchi i quali risultavano scheggiati a causa del crollo. Anche il capitello adoperato fu quello dell'antica colonna romana, sul quale venne posizionata una statua (alta 4,16 m) in legno veneziano ricoperta di rame, di Sant'Oronzo, raffigurato in abiti vescovili nell'atto di benedire la città. Durante i festeggiamenti del Santo nell'agosto del 1737, un razzo colpì e bruciò la statua che venne totalmente rifatta; la nuova effigie di S. Oronzo fu realizzata in legno e ricoperta di placche di rame (sempre a Venezia) e riprese definitivamente il suo posto nel 1739. Durante la guerra del 1940 la statua di sant'Oronzo fu conservata e restaurata nel duomo. Alla fine del conflitto, probabilmente tra il 1945 e 1950 fu definitivamente posizionata sulla colonna. Il 30 gennaio 2019 la statua è stata rimossa dalla colonna per urgenti restauri artistici. In base alle analisi e ai pareri scientifici acquisiti in questa fase, lo stato della struttura lignea interna e del rivestimento in rame esterno è risultato così compromesso da escludere il suo riposizionamento sulla colonna. La soprintendenza ha dato così l'ok alla realizzazione di una copia da porre sulla colonna e alla musealizzazione dell'originale in un luogo che sarà individuato sulla base delle migliori condizioni di conservazione prese di comune accordo fra tutti gli enti coinvolti (comune, curia diocesana e soprintendenza). La nuova statua in bronzo, copia dell'originale del '700, è stata realizzata dalla nota fonderia Del Giudice di Nola, ed è arrivata a Lecce giovedì 11 aprile 2024 dando inizio a tre giorni di particolare festa cittadina e religiosa conclusa il successivo 13 aprile con il collocamento definitivo della nuova statua sulla colonna davanti a migliaia di leccesi che hanno affollato la piazza, ritornando così a svettare sui cieli del capoluogo salentino dopo 5 anni di assenza. Colonne romane di Brindisi Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Colonna di Sant'Oronzo