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Tomba di Geta

Contestualizzare fonti - archeologiaContestualizzare fonti - giugno 2025GetaPagine che utilizzano l'estensione KartographerParco archeologico dell'Appia antica
Roma Q. IX Appio-LatinoTombe antiche di Roma
Tombe of Geta Via Appia Roma Carlo Labruzzi
Tombe of Geta Via Appia Roma Carlo Labruzzi

Il sepolcro di Geta, citato anche come tomba di Geta, è un monumento sepolcrale della Roma antica situato sulla via Appia antica. Attribuito nella tradizione popolare a Geta, figlio di Settimio Severo e Giulia Domna e fratello di Caracalla, si presenta nel solo edificio interno in calcestruzzo, spogliato in quella che doveva essere la sua originaria ricopertura in blocchi di marmo.

Estratto dall'articolo di Wikipedia Tomba di Geta (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori, Immagini).

Tomba di Geta
Via Appia Antica, Roma Municipio Roma VIII

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Sepolcro di Geta

Via Appia Antica
00014 Roma, Municipio Roma VIII
Lazio, Italia
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Sito web
viaappiaantica.com

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Tombe of Geta Via Appia Roma Carlo Labruzzi
Tombe of Geta Via Appia Roma Carlo Labruzzi
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Luoghi vicini

Porta San Sebastiano
Porta San Sebastiano

Porta San Sebastiano è la più grande e tra le meglio conservate delle porte nella cinta difensiva delle Mura Aureliane di Roma. Il nome originario era Porta Appia perché da lì passava la via Appia, la regina viarum che cominciava poco più indietro, dalla Porta Capena delle mura serviane, e lo conservò a lungo. Nel medioevo sembra fosse chiamata anche “Accia” (o “Dazza” o “Datia”), la cui etimologia, alquanto incerta, sembra però legata al fatto che lì vicino scorresse il fiumicello Almone, chiamato “acqua Accia”. Un documento del 1434 la menziona come “Porta Domine quo vadis”. Solo dopo la metà del XV secolo è finalmente attestato il nome che conserva ancora oggi, dovuto alla vicinanza alla basilica e alle catacombe di San Sebastiano. La struttura originaria d'epoca aureliana, edificata quindi verso il 275, prevedeva un'apertura con due fornici sormontati da finestre ad arco, compreso tra due torri semicilindriche. La copertura della facciata era in travertino. In seguito ad un successivo restauro le due torri furono ampliate, rialzate e collegate, con due muri paralleli, al preesistente arco di Druso, distante pochi metri verso l'interno, in modo da formare un cortile interno in cui l'arco aveva la funzione di controporta. In occasione del rifacimento operato nel 401-402 dall'imperatore Onorio la porta fu ridisegnata con un solo fornice, con un attico rialzato nel quale si aprono due file di sei finestre ad arco e venne fornita di un camminamento di ronda scoperto e merlato. La base delle due torri fu inglobata in due basamenti a pianta quadrata, rivestiti di marmo. Un successivo rifacimento le conferì l'aspetto attuale, in cui tutta la struttura, torri comprese, venne rialzata di un piano. La mancanza della solita lapide commemorativa dei lavori fa dubitare qualche studioso che l'intervento possa essere opera di Onorio, che invece ha lasciato epigrafi laudative su ogni altro intervento effettuato sulle mura o sulle porte. La chiusura era realizzata da due battenti in legno e da una saracinesca che scendeva, entro scanalature tuttora visibili, dalla sovrastante camera di manovra, in cui ancora esistono le mensole in travertino che la sostenevano. Alcune tacche sugli stipiti possono indurre a ritenere che si usassero anche delle travi a rinforzo delle chiusure. Data l'importanza della via Appia che da qui usciva dalla città, soprattutto in epoca romana tutta l'area era interessata da grossi movimenti di traffico cittadino. Nelle vicinanze della porta sembra esistesse un'area destinata al parcheggio dei mezzi di trasporto privati di coloro (ovviamente personaggi di un certo rango che potevano permetterselo) che da qui entravano in Roma. Si trattava di quello che oggi si definirebbe un “parcheggio di scambio”, visto che il traffico in città non era infatti consentito, in genere, ai mezzi privati. A questa regola sembra non dovessero sfuggire neanche i membri della casa imperiale, i cui mezzi privati venivano parcheggiati in un'area riservata (chiamata mutatorium Caesaris) poco distante, verso l'inizio della via Appia. Di notevole interesse alcune bozze visibili sul rivestimento in travertino della base del monumento; potrebbe trattarsi di indicazioni per la misurazione del lavoro degli scalpellini. Sul lato interno, scolpita sulla chiave di volta del fornice, vi una croce greca inscritta in una circonferenza, con un'iscrizione, in greco, dedicata a San Conone e San Giorgio, risalente al VI-VII secolo. Ancora, sullo stipite destro della porta è incisa la figura dell'Arcangelo Michele mentre uccide un drago, a fianco della quale si trova un'iscrizione, in un latino medievale in caratteri gotici, in cui viene ricordata la battaglia combattuta il 29 settembre 1327 (giorno di San Michele, appunto) dalle milizie romane ghibelline dei Colonna guidate da Giacomo Ponziani (o de' Pontani) contro l'esercito guelfo del re di Napoli Roberto d'Angiò, guidato da Giovanni e Gaetano Orsini: Ma oltre alle testimonianze di un certo valore storico, l'intero monumento è interessante anche per la ricchezza di graffiti e tracce certamente non ufficiali, ma che documentano la vita quotidiana che intorno alla porta si è svolta nei secoli. Sono probabilmente opera di pellegrini le varie croci incise nei muri ed il monogramma di Cristo (JHS con la croce sopra l'H) visibile sullo stipite sinistro, di fronte all'Arcangelo Michele; sono leggibili molti nomi italiani e stranieri (un certo Giuseppe Albani ha scritto tre volte il suo nome) e varie date, che si possono decifrare fino al 1622; ad uso di viandanti forestieri qualcuno ha anche inciso una sorta di indicazione stradale per la porta o la basilica di San Giovanni in Laterano, visibile appena fuori della porta, sulla sinistra: “DI QUA SI VA A S. GIO…”, interrotto da qualcosa o qualcuno; ed altre indicazioni e scritte di difficile decifrazione, come l'incisione “LXXV (sottolineata tre volte) DE L”, sulla torre di destra. Scrivere sui muri è evidentemente abitudine radicata nei secoli. Il 5 aprile 1536, in occasione dell'ingresso in Roma dell'imperatore Carlo V, Antonio da Sangallo trasformò la porta in un vero e proprio arco di trionfo, ornandola di statue, colonne e fregi, e predisponendo, anche con l'abbattimento di edifici preesistenti, una via trionfale fino al Foro Romano. L'avvenimento è ricordato in un'iscrizione sopra l'arco che, con un'adulazione un po' eccessiva, paragona Carlo V a Scipione: “CARLO V ROM. IMP. AUG. III. AFRICANO”. Sempre da qui passò anche, il 4 dicembre 1571, il corteo trionfale in onore di Marcantonio Colonna, il vincitore della battaglia di Lepanto. L'elemento che di tale corteo suscitò maggior curiosità ed interesse fu certamente la sfilata dei centosettanta prigionieri turchi in catene. Per l'occasione Pasquino, la famosa statua parlante di Roma, volle dire la sua, ma stavolta senza parlare: fu vista con una testa di turco sanguinante ed una spada. Già dal V secolo e almeno fino al XV, è attestato come prassi normale l'istituto della concessione in appalto o della vendita a privati delle porte cittadine e della riscossione del pedaggio per il relativo transito. In un documento del 1467 è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all'asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474 apprendiamo che il prezzo d'appalto per le porte Latina e Appia insieme era pari a ”fiorini 39, sollidi 31, den. 4 per sextaria” (“rata semestrale”); si trattava di un prezzo non altissimo, e non eccessivo doveva essere quindi anche il traffico cittadino per le due porte, sufficiente comunque per poter assicurare un congruo guadagno al compratore. Guadagno che era regolamentato da precise tabelle che riguardavano la tariffa di ogni tipo di merce, ma che era abbondantemente arrotondato da abusi di vario genere, a giudicare dalla quantità di gride, editti e minacce che venivano emessi. A fianco della torre occidentale ci sono tracce di una posterula murata, posta ad una certa altezza sul piano stradale, la cui peculiarità è quella di non presentare, sugli stipiti, segni di usura, come se fosse stata chiusa poco dopo averla aperta. Per ciò che riguarda l'interno le trasformazioni di maggior rilievo sono recenti e risalgono agli anni 1942-1943, quando l'intera struttura venne occupata e utilizzata da Ettore Muti, allora segretario del PNF. Sono infatti di quegli anni i mosaici bicromatici in bianco e nero situati in vari ambienti. Attualmente le torri ospitano il Museo delle Mura, nel quale sono tra l'altro visibili modelli della costruzione delle mura e delle porte nelle varie fasi. La figura stilizzata della Porta compare nello stemma ufficiale del Quartiere Appio Latino. Laura G. Cozzi, Le porte di Roma, Roma, F. Spinosi Ed., 1968. Mauro Quercioli, Le mura e le porte di Roma, Roma, Newton Compton Ed., 1982. Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Verona, A. Mondadori Ed., 1984. Lucos Cozza, Sulla Porta Appia, JRA 3, pp. 169–171, 1990 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Porta San Sebastiano Storia, Foto e Stampe antiche, su info.roma.it. Roma segreta, su romasegreta.it. URL consultato il 12 novembre 2011 (archiviato dall'url originale il 9 novembre 2011).

Catacomba dei Santi Gordiano ed Epimaco
Catacomba dei Santi Gordiano ed Epimaco

La catacomba dei Santi Gordiano e Epimaco è una catacomba di Roma, sull'antica via Latina, oggi nei pressi di piazza Galeria, nel quartiere Appio-Latino. La catacomba, intitolata ai due martiri ivi sepolti, al momento della sua scoperta fu chiamata "catacomba dell'Acqua Mariana", finché l'archeologo Enrico Josi, nel corso di una campagna di scavi organizzata durante l'ultima guerra mondiale (1940-1941), non la identificò con la catacomba di Gordiano ed Epimaco. Una scoperta casuale fu fatta nel 1955: durante gli scavi per un edificio in superficie fu ritrovato, e in parte abbattuto, un cubicolo affrescato, che fu salvato dalla distruzione totale per l'intervento di padre Antonio Ferrua, all'epoca direttore della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Solo alcune delle gallerie di questo cimitero ipogeo sono state scoperte e in parte scavate; gli archeologi ritengono che si tratti di una necropoli molto vasta, disposta su più livelli, ancora utilizzata, come dimostrano alcune iscrizioni datate trovate sul luogo, durante l'impero di Flavio Claudio Giuliano (361-363). Le fonti antiche ricordano la sepoltura nel cimitero ipogeo sulla via Latina nei pressi delle mura Aureliane di questi martiri: Gordiano, Epimaco, Quarto, Quinto. Questi santi sono tutti menzionati nel martirologio geronimiano alla data del 10 maggio. Secondo la tradizione cristiana, Gordiano subì il martirio durante la persecuzione dell'imperatore Giuliano, mentre Epimaco morì un secolo prima, durante la persecuzione dell'imperatore Decio (249-251). Dei martiri Quarto e Quinto non si ha nessuna notizia. La sepoltura di questi martiri nella catacomba è poi confermata dall'itinerario per pellegrini del VII secolo, la Notitia ecclesiarum urbis Romae, la quale aggiunge la presenza di un altro santo, Trofimo. Altri itinerari, oltre ai cinque già nominati, ricordano altri martiri sepolti: Sofia, Sulpicio e Serviliano. Le notizie su questi ultimi quattro martiri sono confuse e frammentarie. Gli itinerari altomedievali menzionano la presenza, nel sopraterra, di una basilica, dedicata ai santi Gordiano ed Epimaco, e di un mausoleo dedicato a Trofimo. Non esistono tracce archeologiche di questi monumenti. Il monumento più interessante di questa catacomba è quello scoperto nel 1955 e battezzato col nome di "cubicolo D". Esso è a forma quadrata con tre arcosoli. Gli affreschi delle pareti sono databili alla seconda metà del IV secolo. Quello più importante raffigura Cristo seduto nelle vesti di "maestro", con due figure ai lati, identificabili con i martiri Gordiano ed Epimaco, che hanno tra le mani una corona, simbolo del martirio. Altri affreschi raffigurano Mosè che riceve le tavole della legge, la risurrezione di Lazzaro, il peccato originale e l'episodio veterotestamentario della "casta Susanna" (rappresentata nuda in una vasca da bagno). De Santis L. - Biamonte G., Le catacombe di Roma, Newton & Compton Editori, Roma 1997, 271-274 Ferrua A., Un nuovo cubicolo dipinto della via Latina, in Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia 45 (1972-73) 171-187 Josi E., Di un nuovo cimitero sulla via Latina, in Rivista di Archeologia Cristiana 16 (1939) 197-2003, 17 (1940) 31-39 e 20 (1943) 9-45

Porta Ardeatina
Porta Ardeatina

La Porta Ardeatina era una delle porte che si aprivano nelle Mura aureliane di Roma. Si trova nella zona intermedia tra la Porta Appia (o Porta San Sebastiano) e la Porta San Paolo, nelle vicinanze dei moderni fornici aperti per il passaggio della via Cristoforo Colombo. Chiusa probabilmente molto presto (già nell'VIII secolo non viene più citata), ciò che resta oggi consente di classificarla come poco più di una posterula, incorniciata in travertino, la cui caratteristica più interessante è data dalla presenza, sia all'esterno che all'interno del muro, di un tratto di strada lastricata di epoca romana, in cui sono visibili i segni lasciati dal traffico dei carri, che doveva essere abbastanza sostenuto. Priva di torri di difesa, si ovviò a tale carenza realizzando una sporgenza del muro che, in tal modo, poteva fungere da piccolo bastione. Secondo una testimonianza dell'umanista e storico Poggio Bracciolini, anche sulla Porta Ardeatina era affissa la solita lapide commemorativa che ricordava il restauro operato dall'imperatore Onorio nel 401-403. In tal caso potrebbe non essere un semplice passaggio secondario, ma piuttosto una vera e propria porta con un solo fornice. Nelle immediate vicinanze della porta, sul lato interno, sono visibili tracce di una tomba inglobata nel muro, secondo quel progetto dell'imperatore Aureliano in base al quale, per risparmiare e per accelerare i tempi di edificazione della cinta muraria, vennero inserite nel muro stesso strutture preesistenti.