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Parco Argonne

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Il Parco Argonne è un giardino pubblico di Milano, aperto il 6 novembre 2022 come parte del progetto di riqualificazione urbana successivo alla costruzione della Linea M4 della metropolitana. Diviso amministrativamente tra Municipio 3 e Municipio 4, si trova nello spartitraffico tra le due carreggiate di viale Argonne ed ha inizio in piazzale Susa per giungere sino alla Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, per una lunghezza di circa 1 chilometro. Dotato di aree giochi per bambini e adulti e di aree cani, è collegato al resto della città da percorsi pedonali e ciclistici e dalle due stazioni della M4 Susa e Argonne.

Estratto dall'articolo di Wikipedia Parco Argonne (Licenza: CC BY-SA 3.0, Autori).

Parco Argonne
Viale Argonne, Milano Municipio 4

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Viale Argonne
20133 Milano, Municipio 4
Lombardia, Italia
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Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo (Milano)
Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo (Milano)

La Basilica dei Santi Nereo e Achilleo è un luogo di culto cattolico di Milano, situato in viale Argonne 56, nella zona dell'Acquabella. La nuova chiesa venne progettata come una basilica, con una navata centrale e due laterali. Le dimensioni complessive del corpo dovevano essere di 65 metri in lunghezza, e di 28 metri in larghezza (di cui 18 per la navata centrale e 5 per ciascuna delle navate laterali). I lavori di costruzione iniziati nel 1937, ad opera dell'architetto Giovanni Maria Maggi, procedettero a rilento per varie ragioni; la consacrazione dell'edificio avvenne soltanto il 6 dicembre 1940 ad opera del cardinale Schuster, che fu l'ispiratore della nuova chiesa. Il 17 gennaio 1990 la chiesa parrocchiale è stata elevata a basilica minore da papa Giovanni Paolo II. All'interno della chiesa sono conservati: il ciclo di affreschi del battistero dipinti da Piero Fornari, il solenne battistero voluto dal cardinale Schuster nell'ottica di un recupero delle consuetudini della prima Chiesa ambrosiana, il ciborio, ricostruito nel 1966, a imitazione di quello della basilica madre di Roma e l'abside affrescato da Vanni Rossi raffigurante Cristo re in gloria fra angeli, evangelisti e apostoli e la grande vetrata della facciata che riporta l'angelo Mistico. Card. Alfredo Ildefonso Schuster, Il battistero della Basilica dei SS. Achilleo e Nereo in Milano, Milano, Edizioni Ancora, 1942, p. 18, OCLC 886519496. Ospitato su archive.is. Chiese di Milano Nereo e Achilleo Parrocchie dell'arcidiocesi di Milano Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su basilica dei Santi Nereo e Achilleo Sito ufficiale, su lnx.nereoachilleo.it. Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, su BeWeB, Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana. Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, su LombardiaBeniCulturali, Regione Lombardia.

Omicidio di Sergio Ramelli
Omicidio di Sergio Ramelli

L'omicidio di Sergio Ramelli (nato il 6 luglio 1956) fu un crimine commesso a Milano nel 1975 durante gli anni di piombo. La vittima fu uno studente milanese di diciannove anni militante del Fronte della Gioventù, formazione politica di destra, aggredito il 13 marzo da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia operaia formato da: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Antonio Belpiede, Brunella Colombelli, Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari. Il giovane, a causa dei traumi riportati, morì il 29 aprile, oltre un mese e mezzo dopo l’aggressione. I responsabili furono identificati dieci anni dopo l'accaduto e, dopo un'iniziale condanna per omicidio preterintenzionale in primo grado, furono riconosciuti colpevoli di omicidio volontario al termine dei tre gradi di giudizio del processo, durato dal 1987 al 1990. Nei primi mesi del 1975 l'ITIS "Ettore Molinari" di Milano, presso il quale Ramelli studiava chimica industriale, era teatro di accesi scontri politici tra studenti estremisti di destra e di sinistra, situazione comune a molte scuole superiori e università italiane. L'edificio, risalente ai primi anni sessanta, non permetteva un adeguato controllo dell'ordine pubblico interno e per questo si era guadagnato la reputazione di luogo a rischio. Le posizioni politiche di Sergio Ramelli, fiduciario del Fronte della Gioventù, erano ben note nell'istituto in quanto da lui stesso più volte professate in pubblico e gli procurarono due aggressioni in un breve lasso di tempo che lo spinsero, nel febbraio 1975, a lasciare il “Molinari” per proseguire l'anno scolastico in un istituto privato. Secondo quanto reso noto in seguito da sua madre, Sergio in un tema scolastico aveva espresso posizioni di condanna delle Brigate Rosse, aggiungendovi una nota di biasimo verso il mondo politico per il mancato cordoglio istituzionale di fronte alla morte di due militanti del MSI, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi durante l'assalto alla sede del MSI di Padova avvenuto l'anno precedente (17 giugno 1974). Il tema, dopo essere stato sottratto al professore, che ne aveva data pubblica lettura in classe, fu affisso in una bacheca scolastica e usato come “capo d'accusa” in una sorta di “processo politico” scolastico, istituito contro Ramelli da studenti che lo accusavano di essere fascista. Il 13 marzo 1975, Ramelli stava ritornando a casa, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini, si incamminò verso casa. All'altezza del civico 15 di via Paladini, fu assalito da un gruppo di extraparlamentari comunisti di Avanguardia operaia armati di chiavi inglesi, e con queste colpito più volte al capo; a seguito dei colpi, Ramelli perse i sensi e fu lasciato esangue al suolo. La testimonianza resa da Marco Costa durante il processo fu la seguente: A sua volta, Giuseppe Ferrari Bravo rese la seguente testimonianza: Pochi minuti dopo l'aggressione, un commesso vide il corpo coperto di sangue e allertò la portinaia del palazzo di via Amadeo, dove il giovane abitava. La portinaia, riconosciutolo, avvertì la polizia e i soccorsi medici; un'ambulanza lo portò all'Ospedale Maggiore, precisamente all'ex padiglione «Beretta» specializzato in neurochirurgia, dove il ragazzo fu sottoposto a un intervento chirurgico della durata di circa cinque ore, nel tentativo di ridurre i danni causati dai colpi inferti alla calotta cranica. Il decorso post-operatorio fu caratterizzato da periodi di coma alternati ad altri di lucidità; le complicazioni cerebrali indotte dall'aggressione lasciavano i sanitari dubbiosi sul recupero delle piene funzionalità fisiche. Nel corso dell'assemblea consiliare al Comune che fece seguito all'aggressione, l'allora sindaco Aldo Aniasi dovette fronteggiare una turbolenta seduta nel corso della quale, a fronte della condanna istituzionale dell'aggressione e alle risentite stigmatizzazioni dell'accaduto dei partiti di destra, vi fu, tra il pubblico presente, chi applaudì alla notizia del fatto e rivolse fischi al rappresentante del MSI Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse che aveva in quel momento la parola. All'applauso presero parte anche diversi consiglieri comunali di sinistra. Mentre Ramelli era ancora in coma, a Milano seguirono altre aggressioni a esponenti della destra. Il 16 aprile un gruppo di estremisti di sinistra assalì tre giovani del FUAN che stavano effettuando un volantinaggio. Antonio Braggion, iscritto anche ad Avanguardia Nazionale, sparò contro gli aggressori con la pistola, detenuta illegalmente, che aveva in auto, uccidendo con un colpo alla schiena lo studente Claudio Varalli. Il 17 aprile fu aggredito l'avvocato Cesare Biglia, allora consigliere provinciale del MSI, che per questo subì un delicato intervento chirurgico. La moglie, che era con lui, fu ferita a una gamba. Il 18 aprile il sindacalista della CISNAL Francesco Moratti, ex combattente della RSI e invalido di guerra, fu anch'egli ricoverato in ospedale dopo essere stato picchiato e lasciato in terra mentre i locali in cui si trovava venivano dati alle fiamme. Anche il cameriere Rodolfo Mersi, il panettiere Rinaldo Guffanti e il giovane liberale Pietro Pizzorno furono ricoverati in ospedale, al reparto craniolesi, dopo aver subito aggressioni con chiavi inglesi. Il 28 aprile, un giorno prima che Sergio morisse, un gruppetto staccatosi da un corteo della sinistra si recò presso la casa della famiglia Ramelli, dove lasciò scritte sui muri e affisse un manifesto nel quale si minacciava il fratello Luigi di morte se non fosse sparito entro quarantotto ore. Subito dopo aver saputo che Ramelli era in coma, alcuni membri del commando – tra cui Montinari, principale pentito al processo – smisero la militanza. Altri invece, l'anno seguente, Il 31 marzo 1976 avrebbero assaltato il bar Porto di Classe, ritenuto un abituale ritrovo della destra. Per l'occasione, al servizio d'ordine di Avanguardia Operaia si aggregarono anche i Comitati antifascisti. Il locale fu devastato e incendiato, tutte le vetrine infrante e feriti sette avventori, tre dei quali furono ridotti in gravi condizioni: uno di loro restò invalido per tutta la vita. All'assalto parteciparono anche Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo. Ramelli morì il 29 aprile 1975, quarantasette giorni dopo l'aggressione. I funerali ebbero luogo nella chiesa dei Santi Nereo e Achilleo: il feretro giunse in chiesa quasi di soppiatto poiché le autorità locali avevano vietato il corteo funebre e gli estremisti di sinistra avevano minacciato di usare chiavi inglesi contro eventuali partecipanti. Il presidente della Repubblica Giovanni Leone inviò una corona di fiori e alle esequie presenziò l'allora segretario del MSI Giorgio Almirante. Nel corso della celebrazione, quattro militanti di destra furono denunciati per apologia del fascismo in ragione di saluti romani rivolti al feretro e a cerimonia conclusa circa trenta giovani, inneggiando alla figura del Duce, cercarono di raggiungere una vicina sede del PCI, ma furono dispersi dalla polizia. A seguito degli scontri con le forze dell'ordine, altri tre militanti furono incriminati per manifestazione sediziosa e apologia del fascismo. Nel frattempo, dalle finestre delle aule della facoltà di Medicina che davano su piazzale Gorini, alcuni giovani con i volti coperti da fazzoletti rossi avevano fotografato i partecipanti al funerale: molte delle foto scattate quel giorno sarebbero poi state ritrovate nel cosiddetto "covo di viale Bligny". Ramelli fu inumato nella tomba di famiglia presso il Cimitero maggiore di Lodi. Le deposizioni dei testimoni, Ernesto De Martini, che aveva inseguito alcuni membri del gruppo per qualche centinaio di metri, e una donna anziana che aveva assistito alla scena, portarono a dedurre che l'aggressione fosse stata compiuta da due persone, di cui una con una sciarpa bianca, entrambe sui 18-20 anni, col sostegno di un gruppo più numeroso (8 o 10 persone). Il commando aveva agito a piedi ed era fuggito verso via Venezian, in Città Studi. Le prime indagini portarono a ipotizzare che gli esecutori dell'azione fossero studenti dell'Istituto Molinari, che la mattina prima avevano tenuto una manifestazione politica al provveditorato di Milano. Furono fermati una decina di giovani e furono identificati tre studenti che avevano frequentato la stessa classe di Ramelli prima che quest'ultimo si trasferisse in un altro istituto scolastico. I tre studenti furono sospettati perché non erano rientrati dopo la manifestazione. Come s'è detto, Ramelli aveva avuto problemi per la sua militanza, fino a essere stato "condannato" da un'assemblea studentesca, e, all'atto della rinuncia agli studi presso l'istituto, anche verso i genitori vi era stato un atto d'intolleranza da parte di alcuni studenti. Nel quartiere, era noto come fascista. La questura, dopo alcuni accertamenti, ritenne gli studenti del Molinari estranei ai fatti e continuò le indagini nell'ambito dei gruppi dell'estrema sinistra attivi nel quartiere di Città Studi, una zona in cui Ramelli era stato visto effettuare affissioni abusive di manifesti del Fronte della Gioventù. Inoltre, il commando era stato seguito fino alla zona dove probabilmente il gruppo aveva un sostegno o una base. Le indagini negli ambienti della sinistra più estrema portarono a una debole pista, che indicava negli assassini dei membri del "collettivo del Casoretto", una piccola e poco rilevante organizzazione locale legata a Lotta Continua. Durante un colloquio informativo con gli inquirenti il 3 novembre 1982, il militante di destra Walter Sordi (già noto alle forze dell'ordine per altri fatti) affermò che l'omicidio di Ramelli era stato considerato riconducibile al gruppo di sinistra noto col nome di Collettivo "Casoretto". Pertanto un commando dei NAR guidato da Gilberto Cavallini aveva deciso di ucciderne il capo, Andrea Bellini. Secondo le testimonianze di Sordi, il commando dei NAR era effettivamente giunto a Milano, ma il progetto non era stato portato a termine per mancanza di tempo. Altre testimonianze, di persone vicine al collettivo Casoretto, riconducono invece la mancata vendetta del NAR sul Bellini al fatto che la vittima designata si presentò con estremo ritardo sul luogo dell'agguato. Sordi non portò prove a sostegno della colpevolezza del "collettivo Casoretto" e la pista fu subito abbandonata. Già dalle prime indagini emerse come vi fosse dell'antagonismo tra gli informatori della polizia e i membri del collettivo, e la pista fu classificata come un vago tentativo di depistaggio. Alcuni membri del collettivo tuttavia sostennero la tesi fornendo informazioni imprecise o false. Anche l'alibi del principale indiziato del gruppo, Francesco Grasso, apparve agli inquirenti come un alibi di comodo per coprire qualcuno. Due giovani, i fratelli Bellini, furono interrogati senza risultati dai magistrati inquirenti. Solo anni dopo, durante l'interrogatorio a Mario Ferrandi e Ciro Paparo, militanti di gruppi armati transitati per il "Casoretto", emerse un'ulteriore pista che indicava come mandante la formazione di Avanguardia Operaia. I due non escludevano vi potessero essere uomini interni al collettivo, ma sostenevano che la matrice ideologica fosse legata ad Avanguardia Operaia. La tesi fu confermata da colloqui con altri esponenti di movimenti minori. Le indagini rimasero quiescenti finché non vennero prese in carico dai giudici istruttori Maurizio Grigo e Guido Salvini. Intanto, il giudice Guido Viola istruì alcune indagini per appurare le responsabilità di Avanguardia Operaia in altri fatti di violenza. Nel dicembre 1985, durante le indagini che avevano fatto seguito alle confessioni di tre pentiti legati alla colonna bergamasca di Prima Linea, gli inquirenti rinvennero in un appartamento di viale Bligny uno schedario contenente dati di oltre 10.000 persone considerate militanti neofascisti, di organizzazioni rivali o comunque in qualche modo potenziali obiettivi di attentati. In particolare si ritrovano molte fotografie delle persone presenti al funerale di Sergio Ramelli, corredate da schede personali sugli amici dello stesso e indicazioni circa il bar Porto di Classe. Oltre alle schede complete di descrizioni, abitudini, relazioni e contatti, furono rinvenute 5.000 fotografie. Insieme a questo materiale, vi erano numerosi documenti relativi alle Brigate Rosse e materiale per l'addestramento militare. Lo schedario, nato nei primi anni settanta a opera di Avanguardia Operaia e poi passato ad altre organizzazioni tra cui Democrazia Proletaria, era in possesso di due militanti della sinistra extraparlamentare, Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo al quale l'appartamento era intestato. Intanto stavano emergendo le deposizioni dei pentiti di Prima Linea Sergio Martinelli, Michele Viscardi e Maurizio Lombino. Martinelli, in carcere coi due, aveva saputo da Lombino che l'omicidio di Ramelli era stato voluto da militanti di Avanguardia Operaia e che una ragazza conosciuta da Lombino e all'epoca studentessa a Milano vi era coinvolta; rilasciò in merito una deposizione a metà del 1985. Viscardi confermò la deposizione e ricordò che la ragazza, nota solo col nome di "Brunella", risiedeva in Svizzera. Lombino infine confermò di aver saputo del fatto direttamente da esponenti del movimento e di averne avuto un'ulteriore prova dalle parole di una studentessa di biologia con cui aveva una relazione all'epoca dei fatti. Lombino confermò il nome, ma non diede un cognome. La donna fu infine identificata in Brunella Colombelli la quale, dopo la laurea, era andata a lavorare come ricercatrice universitaria a Ginevra; tuttavia, a metà del 1985, la donna si trovava in Nicaragua per le ferie estive, il che ne rendeva impossibile il fermo e l'interrogatorio. Le indagini proseguirono all'interno del gruppo che costituiva le file di Avanguardia Operaia nel 1975: un esponente del movimento, Francesco Cremonese, confermò la struttura dell'organizzazione, che nell'Università degli Studi di Milano vedeva come capi: Giovanni "Gioele" Di Domenico per la facoltà di agraria, Roberto Grassi a fisica e Marco Costa a medicina, tutti sottoposti a Giuseppe Ferrari Bravo che teneva le redini dell'organizzazione. Il Cremonese affermò che la squadra di agraria era la più attiva, ma che Ramelli era stato aggredito da un nucleo di studenti di medicina per ordine dei capi delle altre sezioni che volevano incoraggiare una maggiore partecipazione del gruppo di quella facoltà, appena ristrutturato e ingrandito. Approfittando di un rientro dalla Svizzera della Colombelli, Grigo e Salvini ne disposero il fermo il 14 settembre 1985: dopo un primo interrogatorio, la donna fu accusata di favoreggiamento e falsa testimonianza e trattenuta in Italia; in un secondo momento, affermò di aver assistito a una conversazione riguardante il pestaggio del giovane ma di non avervi partecipato. Il 16 settembre, dopo una serie di sue deposizioni, diversi ex-militanti di Avanguardia Operaia furono arrestati. Il 16 marzo 1987 prese avvio il processo per gli accusati del crimine: Claudio Colosio, Franco Castelli, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari, Walter Cavallari, Claudio Scazza, medici praticanti in varie discipline e studenti all'epoca dei fatti; cui si aggiunsero: Marco Costa, che con Ferrari Bravo gestiva l'archivio segreto; Brunella Colombelli, ricercatrice, unica donna tra gli accusati; Giovanni Di Domenico, al momento dell'arresto consigliere di Democrazia Proletaria a Gorgonzola (MI); Antonio Belpiede, capogruppo del PCI a Cerignola (FG). Il gruppo era una parte del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia nella facoltà milanese di medicina. Alcuni degli imputati vennero processati anche per altri tentati omicidi e violenze. Secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, i due aggressori sarebbero stati Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, che avrebbero colpito il giovane con chiavi inglesi. I due all'epoca appartenevano ad un ristretto gruppo noto come "gli idraulici" proprio per via dei pesanti utensili usati per le aggressioni. Di Domenico sarebbe stato il mandante e il pianificatore dell'azione, mentre Colombelli avrebbe avuto il ruolo di sorvegliante della vittima. Castelli, Colosio e Montinari avrebbero dovuto sorvegliare la zona e dare l'allarme in caso di pericolo. Gli altri avrebbero avuto ruoli variabili nella preparazione dell'azione e in altre violenze.Le accuse comprendevano omicidio volontario, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione sovversiva, danneggiamento. In tutto, per il caso di Ramelli, per la faccenda di viale Bligny e per l'assalto al bar Porto di Classe, vennero imputate 25 persone. Il ruolo di avvocato per la famiglia della vittima fu sostenuto da Ignazio La Russa, avvocato ed esponente di destra e all'epoca segretario provinciale missino. Durante il processo, svoltosi regolarmente nonostante alcuni rinvii per questioni di salute del presidente della Corte d'Assise Antonino Cusmano e per disguidi tecnici, Democrazia Proletaria istituì un piccolo presidio presso Piazza Fontana, raccogliendo circa cento persone, mentre i vertici del partito presenziavano al processo. Nel 1987 il MSI organizzò un corteo di circa 500 partecipanti conclusosi sotto casa di Ramelli, nel corso del quale, secondo il quotidiano comunista L'Unità, vi furono intimidazioni e saluti romani che attirarono l'attenzione della stampa e di rappresentanti politici. Agli imputati, vista la loro posizione, fu concesso di recarsi in tribunale con mezzi propri e senza scorta delle forze dell'ordine, e di uscire per lavorare durante i giorni di arresti domiciliari. L'atipicità degli imputati suscitò molto interesse per la stampa tanto che, per consentire a tutti i giornalisti di presenziare, ad alcuni venne concesso di seguire il processo dall'interno di una delle celle presenti nell'aula. Belpiede, Ferrari Bravo e Di Domenico si dichiararono estranei ai fatti, mentre Brunella Colombelli ammise di aver fatto parte della struttura del movimento ma affermò di non essere stata a conoscenza né dei piani dell'aggressione né della sua organizzazione. Castelli, Montinari, Colosio, Scazza e Cavallari invece, confessarono l'operato scrivendo alla madre del giovane, chiedendo il perdono e offrendo e depositando presso un notaio un risarcimento di 200 milioni di lire, che la donna rifiutò. Al processo gli aggressori dichiararono che intendevano causare a Ramelli, scelto a caso tra i militanti della zona, ferite lievi con qualche giorno di prognosi, ma che la situazione era sfuggita di mano, il che contrasta con il fatto che il ragazzo fu colpito ripetutamente al cranio con chiavi inglesi Hazet da 36 mm del peso di 3,5 kg l'una. Gli imputati affermarono inoltre che a portarli a Ramelli era stata la sua notorietà quale simpatizzante di destra e che a richiedere espressamente l'azione era stato Roberto Grassi, responsabile del servizio d'ordine della colonna di Avanguardia Operaia legata a Città Studi e morto suicida nel 1981. Degli aderenti ad Avanguardia Operaia scelti per comporre il commando, alcuni nemmeno conoscevano la vittima designata. Il 16 maggio 1987 la II Corte d'assise di Milano assolse Di Domenico per insufficienza di prove e dichiarò Cavallari estraneo ai fatti. Tutti gli altri imputati furono ritenuti colpevoli di omicidio preterintenzionale in quanto venne di fatto riconosciuta l'accettazione del rischio di uccidere insito nell'atto di violenza, ma non la volontarietà dell'atto. Marco Costa ricevette 15 anni e 6 mesi di reclusione; Giuseppe Ferrari Bravo 15, entrambi per aver materialmente colpito Ramelli. Claudio Colosio ricevette 15 anni; Antonio Belpiede 13 anni; Brunella Colombelli 12 anni per aver indicato al commando di Avanguardia Operaia il luogo e l'ora in cui colpire; Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari 11 anni. Per le schedature ritrovate nel covo di viale Bligny e per l'assalto al bar di largo Porto di Classe avvenuto pochi giorni dopo, Ferrari Bravo e Di Domenico ricevettero rispettivamente ancora 11 e 10 anni. La condanna non soddisfece il Pubblico Ministero, che contestò il rigetto del ben più grave omicidio volontario in favore dell'omicidio preterintenzionale e depositò ricorso.Il 2 marzo 1989 la II sezione della Corte d'assise d'appello presieduta da Renato Cavazzoni accolse le richieste del pubblico ministero ma, benché l'accusa fosse mutata in omicidio volontario, riconobbe l'attenuante del concorso anomalo, che ridusse sensibilmente le pene: Costa passò da 15 anni a 11 e 4 mesi; Ferrari Bravo da 15 a 10 e 10 mesi; 7 anni e 9 mesi a Colosio invece che 15; 7 anni invece di 13 a Belpiede; 6 anni e 3 mesi a Castelli, Colombelli, Montinari e Scazza in luogo degli 11-12 iniziali. Insoddisfatta, la parte civile ricorse in Cassazione per ottenere il riconoscimento della premeditazione e il conseguente aggravio delle pene. Il 23 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale rigettò la richiesta e i ricorsi della difesa confermando le sentenze di secondo grado. Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, anche per via delle condanne aggiuntive, mentre gli altri imputati poterono usufruire di un condono e di pene alternative per via della loro condizione sociale e della loro ridotta pericolosità. Alcuni degli allora studenti di medicina condannati hanno successivamente fatto carriera sino a ricoprire prestigiosi incarichi ospedalieri. La ricorrenza della morte di Ramelli è occasione di manifestazioni commemorative da parte di gruppi di estrema destra e neofascisti sul luogo dell'omicidio. Il 29 aprile 1976, nello stesso giorno in cui era prevista una commemorazione organizzata dal MSI per ricordare il primo anniversario dell'omicidio Ramelli, un commando dei Comitati Comunisti Rivoluzionari uccise l'avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale milanese dell'MSI. Nel 2020 uno dei responsabili, Claudio Colosio, nel frattempo diventato medico, è stato inserito nella task force lombarda contro il coronavirus, suscitando polemiche da parte di alcuni consiglieri regionali, a causa delle quali è stato quindi rimosso. Nel 2023 la commemorazione di Sergio Ramelli all'Istituto Molinari, scuola frequentata dalla giovane vittima, alla presenza della sottosegretaria all'Istruzione Paola Frassinetti è stata occasione di polemiche. Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, EFFEDIEFFE edizioni, 1997. ISBN 88-85223-14-1 Luca Telese, Cuori neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, Sperling & Kupfer, 2006. Le Vere Ragioni, 1968/1976: atti di un convegno organizzato da Democrazia Proletaria nel 1985. Giorgio Melitton, Per memoria di Sergio Ramelli, 1995: il racconto di un suo professore. Neofascismo Avanguardia Operaia Guido Salvini (giudice) Giardino Sergio Ramelli Fronte della Gioventù Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Sergio Ramelli "Archivio Ramelli" raccolta di documenti e articoli di giornale sul caso Sito ufficiale delle commemorazioni, con storia e documenti archivistici

Campo di viale Lombardia
Campo di viale Lombardia

Il campo di Viale Lombardia fu un campo sportivo della città di Milano, sede degli incontri calcistici interni del Milan dal febbraio 1920 al luglio 1926. La struttura, di proprietà del Milan ospitò diverse manifestazioni, riguardanti ad esempio l'atletica leggera, e 6 incontri della Nazionale italiana di calcio. Disponeva di una grande tribuna in cemento armato in grado di accogliere 20 000 spettatori circa, una spaziosa gradinata ed una villetta ospitante la direzione e gli spogliatoi. Si trovava nell'isolato compreso tra viale Campania, via Sismondi, via Ostiglia e via Zanella. Il campo era disposto nel modo seguente: lato nord: ingresso sull'attuale via Sismondi; lato ovest: tribuna coperta sull'odierna viale Campania (in precedenza viale Lombardia); lato sud: via Zanella; lato est: gradinata scoperta sull'attuale via Ostiglia. Del campo ad oggi rimangono lo châlet (usato per il tennis) al fianco dell'ingresso (con spogliatoi e uffici), ed un piccolo tratto di muro lungo via Ostiglia. Su un muro interno al fianco dello chalet (angolo nord ovest) è ancora oggi visibile un logo in ceramica con lo stemma del Milan Football Club (denominazione societaria di allora), sotto al quale era posta una targa (poi rimossa) con l'elenco dei soci rosso-neri caduti durante la Grande Guerra. L'impianto fu di proprietà del Milan, la cui prima squadra in precedenza giocò dapprima al Velodromo Sempione ed in seguito per pochi mesi al Campo Pirelli. L'indisponibilità del Velodromo fece sì che i rossoneri facessero costruire la struttura di viale Lombardia e la utilizzassero dal 1920 sino al 1926, anno in cui fu pronto lo Stadio San Siro. L'incontro di debutto nell'impianto di viale Lombardia fu col Legnano, gara che il Milan vinse 3-1. Lo Sport Club Italia a partire dal 1922 venne ospitato dal Milan F.C. su questo campo, poi diventato via Sismondi. Attorno al campo di calcio c'era una pista per gare di atletica in terra battuta. Il 1º gennaio 1923 la struttura ospitò l'incontro Italia-Germania conclusosi 3-1. L'Italia giocò anche altre volte sul terreno di gioco di viale Lombardia: contro la Svizzera, il Belgio, la Spagna e l'Ungheria. Oggi l'area su cui era situato un tempo il campo da calcio è occupata dal Tennis Club Lombardo. L'ingresso del circolo tennistico coincide con lo châlet del Milan costruito nel 1919. Almanacco illustrato del Milan, 1ª ed., Panini, 1999. Almanacco illustrato del calcio, Modena, Edizioni Panini, varie edizioni (dal 1971 a oggi). Cinquant'anni di sport - Sport Club Italia 1908-1958, Milano, Sport Club Italia, 1958. La gazzetta dello sport, Milano, dal 1898 a oggi, giornale sportivo conservato microfilmato dalla Biblioteca Nazionale Braidense a Milano nella Mediateca Santa Teresa in via Moscova 28, oppure dalla Biblioteca comunale centrale di Milano a Palazzo Sormani. Sport a Milano

Bivio Acquabella
Bivio Acquabella

Il Bivio Acquabella era un bivio ferroviario realizzato nella seconda metà dell'Ottocento e attivo fino agli anni '30 del Novecento. Costruito nell'allora comune dei Corpi Santi di Porta Venezia nell'area di Acquabella, presso l'attuale piazzale Susa di Milano, su di esso convergeva il traffico ferroviario della linea di Venezia e quello proveniente da Rogoredo, presso la quale stazione convergevano a loro volta le due linee di Piacenza e di Pavia. Il Bivio Acquabella era quindi il nodo di smistamento di tutto il traffico ferroviario afferente Milano da sud-est. Dopo l'inaugurazione, il 17 febbraio 1846, della linea Milano-Treviglio - in realtà la tratta iniziale della ferrovia Milano-Venezia - le attivazioni di linee nell'area sud est di Milano si stabilizzarono, mentre altre aree adiacenti alla città venivano interessate dallo sviluppo delle ferrovie. In primo luogo vennero molto dibattuti i vari progetti del finanziere viennese, barone Daniel Denis Eskeles per un congiungimento di Milano con Bergamo via Monza, soluzione molto utile all'aumento del valore delle azioni della Società per la Ferrovia Milano-Monza di cui il banchiere era di gran lunga il principale azionista. Nelle more delle progettazioni, il movimento dei treni viaggiatori della tratta rimase per anni limitato a quattro coppie. Una ripresa di progetti ferroviari interessanti l'area sudest di Milano si ebbe con la Convenzione fra i "Cinque Eccelsi Governi" del 1º maggio 1851 in cui i duchi di Parma e Modena, il granduca di Toscana e il papa Pio IX cominciarono a pensare di unire via ferrovia i loro possedimenti, incoraggiati in questo dal quinto governo, quello austriaco. La spinta di Vienna per la nascita della Strada ferrata dell'Italia Centrale veniva da chiare motivazioni militari; era diventata evidente la maggiore rapidità di trasporto di truppe dall'area del Quadrilatero verso gli stati confinanti col Lombardo-Veneto che erano stati interessati, non molti anni prima, a pesanti moti rivoluzionari. L'Austria prometteva di unire il braccio che sarebbe partito da Reggio Emilia fino a Borgoforte, sulla riva sinistra del Po, a quella Mantova che meno di un mese prima era stata collegata a Verona (8 aprile 1851) Altra linea di congiunzione con la Ferrovia dell'Italia centrale sarebbe stata la tratta Milano-Piacenza di cui si discuteva almeno dal 1837: La linea di Piacenza, dal punto di vista del Lombardo-Veneto, era però considerata secondaria e ne veniva sempre rimandata la costruzione. Perfino con così alti patroni, la realizzazione non fu spinta in modo deciso tanto che dopo due anni si era ancora alla fase di "tracciamento". Nell'agosto 1848, dopo il ritorno dell'esercito imperiale a Milano, l'ingegner Luigi Negrelli venne nominato “Commissario ministeriale per le ferrovie lombardo–venete”. Si tornò a imprimere una certa accelerazione ai progetti. Il 20 giugno 1849 l'ingegnere scrive al ministro Bruck ipotizzando due linee una superiore e una inferiore. Entrambe avrebbero aggirato la tratta Treviglio–Coccaglio. Una linea pedemontana sarebbe partita da Milano Porta Nuova per arrivare a Venezia, via Monza, Bergamo, Brescia, Verona. L'altra linea, di pianura, avrebbe unito Verona a Milano Porta Nuova attraverso Mantova, Cremona e Lodi.. Per chiudere il cerchio era necessario giungere alla costruzione di alcuni chilometri di binario che attraversassero l'esistente Ferdinandea e andassero a innestarsi a Milano Porta Nuova. Un succedaneo era stato temporaneamente trovato nel 1859. Fu utilizzato un lato della Strada di Circonvallazione con la posa di un binario di raccordo fra le due stazioni. È di questi anni la pubblicazione della "Pianta della città di Milano e suoi contorni pel circuito di tre e più miglia" prodotta da Antonio Bossi. La mappa mostra le linee esistenti e in progettazione, compreso il tratto dalla Ferdinandea a Porta Nuova attraverso il Lazzaretto -come sarebbe avvenuto in seguito- ma senza alcun cenno a una stazione di Milano Centrale. Nei piani di Negrelli, Porta Nuova sarebbe diventata il nucleo ferroviario principale, Milano Porta Tosa avrebbe perso quasi tutto il traffico mantenendo probabilmente solo quello merci. Oppure scomparendo. Per dirottare il traffico dalla linea di Venezia verso Porta Nuova era necessaria la costruzione di un bivio che smistasse questo traffico verso Porta Tosa oppure verso Porta Nuova. Verrà costruito Bivio Lambrate. Per unificare il traffico a questi treni quelli provenienti da sud (Lodi oppure Piacenza e Pavia) e per non creare una tratta a quattro binari (inutili in una condizione di trasporti che inizialmente avrebbe visto circa una trentina di treni al giorno) era opportuno attivare un altro bivio. Sarebbe stato Bivio Acquabella. La Convenzione del 14 marzo 1856 sancirà la cessione delle ferrovie statali nel Lombardo-Veneto al consorzio di finanzieri che creeranno la "Imperial-regia società privilegiata delle strade ferrate lombardo-venete e dell'Italia Centrale". Si posero qui le basi per la costruzione di vari tronchi necessari all'inizio di una rete ferroviaria e, con l'art. 27 Della "Strada ferrata di congiunzione" si era parlato già in tempi antecedenti e avrebbe dovuto semplicemente unire le due stazioni di Milano: Porta Nuova e Porta Tosa. Il progetto, prenderà poi la forma di "strada ferrata di circonvallazione" significando il cambio di ottica: non più congiunzione di due stazioni, ma collegamento fra una stazione (Milano Centrale) e tutte le linee afferenti. Nel progetto della Società per le Strade ferrate del Lombardo-Veneto e dell'Italia centrale tutto il traffico sarebbe stato concentrato sulla nuova stazione Centrale; il fabbricato viaggiatori di Porta Nuova sarebbe stato in breve venduto mentre, in un maggior lasso di tempo, verranno alienati tutto il terreno e tutti i fabbricati della stazione di Porta Tosa. Con la dismissione di Porta Tosa e la conseguente eliminazione della tratta fino a Bivio Lambrate, questo bivio sarebbe diventato inutile. In seguito infatti, la linea di Venezia verrà semplicemente curvata verso nord per congiungersi a Bivio Acquabella che raccoglierà così il traffico convergente su Milano da sud-est. Bivio Acquabella non sarà il primo bivio delle linee milanesi ma sopporterà un elevato carico di traffico e avrà un'importanza non secondaria nello sviluppo del Nodo di Milano. Dopo la sua scomparsa negli anni '30 del Novecento il tessuto urbano circostante si richiuse lentamente sul tracciato del bivio ma rimane ancora percepibile negli andamenti non ortogonali delle vie Giuditta Sidoli, Francesco dell'Ongaro e Giovanni da Milano che ripercorrono oggi il tracciato dei bracci del vecchio impianto. L'area dove il bivio insisteva si trova a breve distanza dall'ampio Piazzale Susa. La data di attivazione del Bivio Acquabella non è chiaramente indicabile: a tal proposito le fonti principali sono il "Prospetto cronologico dei tratti di ferrovia aperti all'esercizio dal 1839 al 31 dicembre 1926", compilato nel 1927 dall'Ufficio Centrale di Statistica delle Ferrovie dello Stato e che indica il 14 novembre 1861 ma il Prospetto potrebbe contenere delle imprecisioni: il bivio viene infatti descritto come attivato contemporaneamente alla stazione di Milano Centrale. L'attivazione della stazione però, sembra non essere stata effettuata in quell'anno bensì nel 1864 mentre anche la data dell'inaugurazione risulta piuttosto imprecisa e contestata Una seconda fonte, il libro Ricordi di Rotaie, pone l'attivazione del bivio nel 1864 assieme all'attivazione di Milano Centrale. L'autore disegna però un percorso differente al tracciato dei binari. Dal 1864 al 1873 (anno della chiusura di Porta Tosa) viene assegnato al bivio la funzione di collegamento non con la linea di Piacenza ma con la stazione di Porta Tosa, probabilmente rifacendosi al concetto di "ferrovia di congiunzione", e rimandando l'attivazione del bivio nella forma definitiva solo nel 1873, alla chiusura della stazione di Porta Tosa. Varie sono le critiche anche a questa ricostruzione. D'altra parte sembrano introvabili documenti, carte e mappe che possano offrire una certezza sulle successive forme di Bivio Acquabella. Anche le mappe catastali dell'area e dell'epoca non mostrano alcun raccordo ferroviario congiungere Porta Tosa con questo bivio. La costruzione del Bivio Acquabella nella posizione e nella forma che poi venne ad assumere, fu decisa e progettata dalla Società per le Strade ferrate del Lombardo-Veneto e dell'Italia centrale quale nodo della rete che voleva costruire attorno a Milano. L'attivazione avvenne per opera della Società per le Strade ferrate della Lombardia e dell'Italia centrale, nata con il passaggio della Lombardia nell'orbita dei Savoia e la permanenza del Veneto nell'ambito dell'impero austriaco dopo la Seconda guerra d'indipendenza. Il Bivio Acquabella venne poi gestito dalla società delle Strade Ferrate dell'Alta Italia (SFAI) che dovette cederlo con l'instaurazione del cosiddetto "regime delle Concessioni" definito con la legge n° 3.048 del 27 aprile del 1885. La struttura venne allora gestita dalla Società Italiana per le strade ferrate del Mediterraneo congiuntamente con la Società italiana per le Strade Ferrate Meridionali (SFM) - Esercizio della Rete Adriatica: . Il bivio passò alle Ferrovie dello Stato Italiane con la nazionalizzazione del 1905. Dalle planimetrie e dai profili ancora consultabili è possibile avere una chiara visione della collocazione spaziale e delle strutture, ferroviarie e non, interessanti l'area del bivio. Con un eccesso di precisione poi abbandonata, le distanze chilometriche vi vengono riportate addirittura al centimetro. La "Planimetria" e il "Profilo" prodotti dalla Direzione Lavori della Linea Piacenza-Milano di Rete Adriatica nell'ottobre 1891 pongono l'intera struttura del bivio fra le chilometriche 212+862,52 dove si trovava la "punta scambi" lato Milano e il Km 212+740,35 dove si trovava l'altra "punta scambi", dove i binari divergevano totalmente, senza più parti in comune. Fra queste due progressive chilometriche erano presenti la "Casa Cantoniera speciale" al Km. 212+660,98, tre "garette" in legno rispettivamente alle progressive 212+765,78, 212+753 e 212+747,28 per il riparo dei guardiani addetti ai deviatoi del bivio e ai passaggi a livello posti ai km 212+804,38 e 212+735,83. Quest'ultimo P.L. era posto cinque metri oltre la punta scambi meridionale ma protetto dai segnali del bivio, come accade ad altri P.L. prima e dopo di questo. Sotto la sede ferroviaria, entro le predette progressive chilometriche erano costruiti due ponticelli per i canali che numerosi solcavano la pianura. Da notare che, secondo il "Profilo" emesso dalla "Mediterranee" del 1885, l'inizio convenzionale di Bivio Acquabella era posto al Km 2+168,79 della linea per Venezia e quello stesso punto era considerato il punto zero della linea per Rogoredo. Questo punto convenzionale era posto quindi a 52 metri e 21 centimetri prima della punta scambi del bivio, per treni che provenivano da Milano. Fino alla diffusione del telegrafo la comunicazione delle informazioni era molto più lenta dei treni stessi. Per questo motivo la gestione del traffico richiedeva l'adozione di metodologie che richiedevano l'utilizzo di molte risorse umane, la cui affidabilità era sempre in discussione. I treni procedevano con il distanziamento "a tempo", per cui non potevano oltrepassare i punti salienti prima dell'orario stabilito e comunque non prima che fosse passato un previsto numero di minuti dal transito del treno precedente, segnalato dal guardiano che ne conosceva i movimenti. Alcune informazioni venivano inoltre scambiate fra i guardiani e da questi con i treni usando un codice di bandiere o lanterne. Il Monitore delle Strade Ferrate e degli interessi materiali del 1882 segnala che: "L'Amministrazione dell'Alta Italia ha deciso per apparecchi Saxby e Farmer al Bivio Acquabella e a Porta Ticinese". Pochi mesi dopo, il 2 luglio 1883, l'istruzione n. 7, firmata dall'allora vice direttore dell'Esercizio, ingegner Gaetano Ratti informava il personale che il successivo giorno 20 luglio, a Milano Centrale sarebbe stato "messo in attività l'apparecchio di sicurezza del Bivio Acquabella". L'apparecchio gestiva tre segnali; uno, semaforico a due ali, posto a Milano Centrale e due segnali a disco posti prima del bivio per i treni provenienti da Rogoredo e da Lambrate. L'istruzione specificava che i segnali "proteggono il Bivio". L'apparecchio era installato in una garetta situata fra i due rami del bivio. A Milano Centrale il segnale ad ala semaforica - sussidiato di notte da luci verde (via libera) e rossa (via impedita)- era posto poco prima degli scambi estremi sud; le ali semaforiche permettevano al personale dei treni di sapere, già al momento della partenza, in quale direzione Bivio Acquabella avrebbe poi smistato il treno, potendo così eventualmente contestare la disposizione dell'itinerario. Per ottenere questo risultato era stata necessaria una serie di collegamenti di sicurezza che avrebbero bloccato al bivio l'instradamento verso Lambrate o verso Rogoredo assieme al transito per treni diretti a Milano il cui itinerario, ad Acquabella, intersecasse quello dei treni che vi partivano. Ne deriva che la sezione di blocco era determinata dal segnale di partenza di Milano e dal pedale che avrebbe liberato la sezione a valle del bivio in una delle due direzioni. Il contestuale invio di treni pari su itinerario convergente era evitato dai segnali situati prima della punta scambi del km 212+740,35. L'installazione di questo "apparecchio" poneva anche fine (o almeno dava un colpo mortale) alla regola, derivante dalla legislazione francese cui la società si adeguava anche in altri dettagli, di far segnalare al macchinista la direzione che il treno doveva prendere, con l'uso dei fischi: un fischio prolungato per andare a destra, tre fischi prolungati per un instradamento verso sinistra. Era una forma di controllo del macchinista per essere certo che il deviatore sapesse quale treno gli si stava avvicinando e avesse disposto i deviatoi nella posizione voluta. Il distanziamento dei treni da Milano Centrale venne via via perfezionato con l'introduzione dei dischi-segnale di uso comune nelle ferrovie europee. La sezione di blocco di quasi due chilometri, piuttosto lunga tenuto conto delle basse velocità raggiungibili dai treni, in tempi brevi verrà suddivisa in due sezioni con l'attivazione di un posto di blocco intermedio. Un profilo della tratta, datato 1891 e pubblicato dalla Rete Adriatica, mostra tre posti di blocco con segnali a disco dopo la punta scambi di Milano Centrale e prima del bivio. In accordo con questo "profilo" i segnali erano così distribuiti: posto l'asse di Milano Centrale al km 215+084, il segnale ad ala semaforica si trovava al km 214+939; il PB1 (il primo dei "dischi girevoli" che segnalavano l'inizio della sezione di blocco) era posto al km 214+734 (non sufficiente a contenere un treno completo e "liberare di coda", indicazione che determina la funzione del PB1 entro le competenze della stazione Centrale); il PB2 era posto al km 214+032, poco più di settecento metri di distanza; il PB3 era al km 213+433 per una sezione di blocco di circa seicento metri; il PB3 proteggeva alcuni passaggi a livello e Bivio Acquabella la cui punta scambi era lontana ben 571 metri. Il segnale del PB era posto circa 100 metri a valle del sottopassaggio di 5,05 m posto al km 213+519, 73 raffigurato in varie foto d'epoca e che era chiamato comunemente "Ponte del Diavolo". È probabilmente all'altezza di questo PB3 che il 20 gennaio 1908 occorse il grave incidente ferroviario a cui allora ci si riferì come il disastro dell'Acquabella con 7 morti e 23 feriti, in cui vennero coinvolti tre treni. Uno di questi portava verso Roma numerosi eminenti personaggi compreso l'onorevole Paolo Carcano, che fu, con qualche interruzione, Ministro del tesoro dal 1905 al 1917. Procedendo nel tempo, però le cose diventano più complesse e gli scarsi documenti disponibili non aiutano a renderle più chiare. Facendo riferimento all'ordine generale di servizio n. 28, datato 31 agosto 1897 della Strade ferrate del Mediterraneo e firmato dal direttore generale M. Massa il 15 settembre 1897, con l'"attivazione dell'esercizio col sistema di Blocco sul tronco Milano Centrale - Bivio Acquabella - Rogoredo […]" i posti di blocco sarebbero rimasti tre ma posti a distanze diverse. Il primo al Milano Centrale, il secondo al km 1+167 e il terzo al Bivio Acquabella al km 2+221. Questa descrizione viene corroborata da un apposito disegno esplicativo che mostra il posizionamento di segnali e pedali e addirittura il numero distintivo delle leve dell'apparato centrale che avrebbero mosso i segnali stessi. A differenza dal "profilo" del 1891 i segnali non sono più "a disco girevole" ma "ad ala semaforica" e distinti fra prima e seconda categoria; i segnali a disco venivano degradati a "segnali di terza categoria". L'ordine di servizio (O.S.) n. 28 non dice quale tipo di apparato centrale operasse per il movimento dei deviatoi ed il controllo dei segnali. Il resoconto giornalistico dell'incidente avvenuto 10 anni più tardi afferma che l'apparato era di tipo "Bianchi". Purtroppo la presenza di un solo posto di blocco (PB2) fra Milano Centrale e Bivio Acquabella sembra non corrispondere alle descrizioni dell'incidente occorso il 20 gennaio 1908 dove si parla di tre PB. Lo schizzo allegato all'O.S. n. 28/97, peraltro, non mostra nemmeno l'accenno alla Casa Cantoniera speciale che invece era certo presente sul terreno, segnalata da pubblicazioni ufficiali e dalle mappe della città. Nel citato O.S. n. 28/97 si ribadiscono peraltro i limiti geografici, i confini segnati nel profilo di Rete Adriatica del 1891. Rete Mediterranea era responsabile della segnaletica della tratta da Centrale ad Acquabella e del ramo fino a Rogoredo. Rete Adriatica gestiva i segnali fino a Bivio Acquabella per i treni dalla linea Venezia e fino agli scambi estremi sud di Rogoredo per le linee da Piacenza e Pavia. Le adiacenze di Bivio Acquabella furono anche interessate all'installazione dell'apparecchio Scartazzi-Opessi per sussidiare i macchinisti nei periodi scarsa visibilità. Già allora e fino agli anni '80 del '900 venivano usati i petardi per avvisare il macchinista che si stava approssimando a un segnale che la nebbia rendeva poco o nulla visibile. La gestione degli esplosivi era piuttosto rischiosa; poco temibili se presi singolarmente ma pericolosi se riposti assieme, i petardi dovevano essere posti sulle rotaie, proprio in condizioni di scarsa visibilità con evidenti rischi di investimento per gli addetti. L'apparecchio Scartazzi-Opessi, posto a lato della sede ferroviaria, sostituiva i petardi con caricatori di cartucce e poteva essere utilizzato dai guardiani senza che fossero obbligati ad avvicinarsi ai binari; i numerosi colpi contenuti nelle cartucce permettevano una ricarica meno frequente con ovvie implementazioni sulla qualità del lavoro e della sicurezza dei lavoratori. Come i tre petardi, gli apparecchi dovevano essere distanziati di 25 metri e disposti alla prevista distanza iniziale (400, 600 oppure 800 metri dal segnale in relazione alla pendenza della linea) e venivano azionati dal treno tramite un pedale che faceva scattare il percussore. Lo scatto del percussore e il conseguente sparo avvenivano solo in presenza di segnale disposto a via impedita. Inoltre, una volta avvenuta . L'apparecchio fu inventato nel 1876 da Arturo Scartazzi, in seguito assunto come tecnico alla società ferroviaria "Mediterranea", e realizzato dalla ditta Antonio Opessi di Torino. Secondo un trafiletto del giornale La Stampa di Torino, nel febbraio 1886, risultava in funzione "da oltre trenta mesi". Un giornale specialistico francese, per contro, afferma che l'apparecchio è stato installato nel 1891 "à proximité de la bifurcation de l'Acquabella". A sostegno di questa datazione si pone il bollettino quindicinale Monitore delle Strade Ferrate e degli interessi materiali del 1881 secondo il quale in quell'anno era avvenuta: Questa notizia del "Monitore" precisa anche quale segnale era sussidiato dallo spara-petardi. La conferma di questa postazione viene dalla Relazione della Commissione del Premio Brambilla erogato dal "Regio Istituto Lombardo di Scienze e Lettere" dalla quale apprendiamo che nel 1896 l'Apparecchio trovasi tuttora in esercizio alla galleria Borgallo sulla linea Parma-Spezia (sic) e all'Acquabella, e continua affermando che: . Per la cronaca, il signor Scartazzi non ottenne il premio "Brambilla" (di 1.500 lire dell'epoca) ma un semplice premio di incoraggiamento di 500 lire. Scartazzi fu vittima della burocrazia ferroviaria. Il premio doveva essere assegnato . Nelle more della decisione su quale Società avrebbe dovuto investire nell'installazione degli apparecchi (che Scartazzi calcolava del costo di 1.000 lire ciascuno) solo un esemplare operava in Lombardia. A parere della commissione, quindi, la popolazione non aveva "ottenuto un vantaggio reale e provato". Dell'apparecchio si trova menzione anche nel "Bulletin of the International Railways Congress Association (English Edition)" del 1901 (pag. 856). Con la definizione di "spara-petardi Scartazzi-Opessi" viene citato, e ne viene brevemente descritto il funzionamento, nel Catalogo dell'Esposizione di Milano del 1906; qui viene segnalato come installato in alcune tratte della Rete Mediterranea. Bivio Acquabella cessa ufficialmente la sua funzione con l'attivazione della nuova stazione di Milano Centrale e con il cambiamento dei percorsi delle linee ivi afferenti. Il bivio venne chiuso assieme ad altre strutture il 1º luglio 1931 e smantellato. La linea ferroviaria divenne parte del sistema stradale della città. Nel 1908 il celebre pittore Umberto Boccioni, che aveva stabilito la propria dimora a Milano in via Castelmorrone angolo via Goldoni, compone un autoritratto sul cui sfondo, fra nuovi palazzi in costruzione, un treno a vapore sbuffa mentre percorre il viadotto dell'Acquabella. Il dipinto è conservato presso la Pinacoteca di Brera a Milano. Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su bivio Acquabella